Strinsi le mani sotto il velo oscuro...
"Perché oggi sei pallida?"
Perché d'agra tristezza
l'ho abbeverato fino ad ubriacarlo.
Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore...
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.
Soffocando, gridai: "E' stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai".
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: "Non startene al vento".
[a.achmatova]
sabato 10 aprile 2010
banditismi
Era pericoloso
lasciarle mani franche
senza ferri avvitati intorno ai polsi
quando rivide spazio,alberi,strade,
al cimitero dove
portavano suo padre.
Dieci anni già scontati,
ma contarli non serve,
l’ergastolo non scade ,
più vivi più ci resti.
Era pericoloso
permetterle gli abbracci,
e da regolamento
è escluso ogni contatto.
Era pericoloso
il lutto dei parenti,
di fronte al padre morto
potevano tentare
chissà di liberare
la figlia irrigidita,
solo per pareggiare
la morte con la vita.
Spettacolo mancato
la guerriera in singhiozzi,
ma chi è legato ai polsi
non può sciogliere gli occhi.
Per affacciarsi,lacrime e sorrisi,
debbono avere un pò di intimità
perchè sono selvatici,non sanno
nascere in cattività.
Ora la puoi incontrare
la sera quando torna
a via Bartolo Longo,
prigione di Rebibbia
domicilio dei vinti
di una guerra finita,
residenza perpetua
degli sconfitti a vita.
Attravesa la strada,non si gira,
compagna Luna,antica prigioniera
che s’arrende alle sbarre della sera.
[Erri De Luca, Ballata per una prigioniera]
lasciarle mani franche
senza ferri avvitati intorno ai polsi
quando rivide spazio,alberi,strade,
al cimitero dove
portavano suo padre.
Dieci anni già scontati,
ma contarli non serve,
l’ergastolo non scade ,
più vivi più ci resti.
Era pericoloso
permetterle gli abbracci,
e da regolamento
è escluso ogni contatto.
Era pericoloso
il lutto dei parenti,
di fronte al padre morto
potevano tentare
chissà di liberare
la figlia irrigidita,
solo per pareggiare
la morte con la vita.
Spettacolo mancato
la guerriera in singhiozzi,
ma chi è legato ai polsi
non può sciogliere gli occhi.
Per affacciarsi,lacrime e sorrisi,
debbono avere un pò di intimità
perchè sono selvatici,non sanno
nascere in cattività.
Ora la puoi incontrare
la sera quando torna
a via Bartolo Longo,
prigione di Rebibbia
domicilio dei vinti
di una guerra finita,
residenza perpetua
degli sconfitti a vita.
Attravesa la strada,non si gira,
compagna Luna,antica prigioniera
che s’arrende alle sbarre della sera.
martedì 6 aprile 2010
domenica 4 aprile 2010
Vento in faccia
Le prime volte sperimenti il vento che fanno i corpi in
corsa. Vedi la fuga che ti arriva contro, i tuoi scappano, tu ti
tieni su un bordo per non averli addosso. Corrono zitti, nien-
te gridi, il fiato serve tutto per le gambe. Guardi la loro corsa.
È vento in faccia, corpi di ragazzi e ragazze schizzano via, nes-
suno bada a te. Poi qualcuno dirà sì, l'ho visto, era fermo sul-
l'angolo, appoggiato al muro.
Dietro arrivano le truppe in divisa. Tu aspetti la poca ter-
ra di nessuno tra i fuggiti e quelli che rincorrono, ti stacchi
dal margine, dal muro, tiri quello che hai in mano, tiri basso
per far inciampare, poi tocca a te schizzare. Hai avuto
tempo di guardare dove ti conviene, dove hai vantaggio,
meglio se in salita. Chi insegue ha già l'affanno e si scorag-
gia a correre contro una pendenza. Anche se vuole tirarti
dietro qualche colpo, è più scomodo un bersaglio che sta
più in alto.
Hai poco vantaggio, qualche metro, ma con la sortita hai
scombinato, per qualche secondo, il loro galoppo, li hai sor-
presi. Vedono te soltanto, ma gli frulla il dubbio che ce ne
sono altri, per un altro secondo guardano intorno. E un vec-
chio vizio del timore, quello di non fidarsi dei propri sensi
in punto di concitazione. Ne profitti e guadagni metri.
Hanno capito infine che sei solo una scheggia, quella che
sbatte contro le gambe larghe di chi abbatte un albero con
l'ascia. Dietro di te scoppia la loro collera e li trascina alla
rincorsa, senti che qualcuno strilla d'acchiapparti, pensi:
meglio ancora, sprecano a gridi la riserva d'aria, in venti,
trenta metri avranno il fiato spento, si dovranno piantare in
piena corsa a rifiatare. Intanto hai scomposto il loro inse-
guimento, i tuoi sono al riparo e tu puoi rallentare, tentare
di raggiungerli nel posto successivo, già concordato in caso
di fuga. Tu: chi sei?
Sei uno che un giorno dentro una carica delle truppe sei
rimasto fermo. T'è venuto sgomento per la corsa sganghe-
rata di quelli intorno, che se uno cadeva gli altri magari gli
passavano sopra con il panico. Ti dava pena la corsa goffa di
molte ragazze che allora non andavano in palestre e per i
parchi a fare allenamenti. Quand'è toccato a te d'essere gio-
vane, e giovane di strada, lo sport era stato l'ora di educa-
zione fisica in un camerone di scuola. I ragazzi sapevano
correre perché giocavano a palla nella Villa Comunale,
interrotti dai vigili urbani. Le ragazze non sapevano corre-
re. Imparavano allora, nelle manifestazioni attaccate, affumicate, inseguite.
[erri de luca]
corsa. Vedi la fuga che ti arriva contro, i tuoi scappano, tu ti
tieni su un bordo per non averli addosso. Corrono zitti, nien-
te gridi, il fiato serve tutto per le gambe. Guardi la loro corsa.
È vento in faccia, corpi di ragazzi e ragazze schizzano via, nes-
suno bada a te. Poi qualcuno dirà sì, l'ho visto, era fermo sul-
l'angolo, appoggiato al muro.
Dietro arrivano le truppe in divisa. Tu aspetti la poca ter-
ra di nessuno tra i fuggiti e quelli che rincorrono, ti stacchi
dal margine, dal muro, tiri quello che hai in mano, tiri basso
per far inciampare, poi tocca a te schizzare. Hai avuto
tempo di guardare dove ti conviene, dove hai vantaggio,
meglio se in salita. Chi insegue ha già l'affanno e si scorag-
gia a correre contro una pendenza. Anche se vuole tirarti
dietro qualche colpo, è più scomodo un bersaglio che sta
più in alto.
Hai poco vantaggio, qualche metro, ma con la sortita hai
scombinato, per qualche secondo, il loro galoppo, li hai sor-
presi. Vedono te soltanto, ma gli frulla il dubbio che ce ne
sono altri, per un altro secondo guardano intorno. E un vec-
chio vizio del timore, quello di non fidarsi dei propri sensi
in punto di concitazione. Ne profitti e guadagni metri.
Hanno capito infine che sei solo una scheggia, quella che
sbatte contro le gambe larghe di chi abbatte un albero con
l'ascia. Dietro di te scoppia la loro collera e li trascina alla
rincorsa, senti che qualcuno strilla d'acchiapparti, pensi:
meglio ancora, sprecano a gridi la riserva d'aria, in venti,
trenta metri avranno il fiato spento, si dovranno piantare in
piena corsa a rifiatare. Intanto hai scomposto il loro inse-
guimento, i tuoi sono al riparo e tu puoi rallentare, tentare
di raggiungerli nel posto successivo, già concordato in caso
di fuga. Tu: chi sei?
Sei uno che un giorno dentro una carica delle truppe sei
rimasto fermo. T'è venuto sgomento per la corsa sganghe-
rata di quelli intorno, che se uno cadeva gli altri magari gli
passavano sopra con il panico. Ti dava pena la corsa goffa di
molte ragazze che allora non andavano in palestre e per i
parchi a fare allenamenti. Quand'è toccato a te d'essere gio-
vane, e giovane di strada, lo sport era stato l'ora di educa-
zione fisica in un camerone di scuola. I ragazzi sapevano
correre perché giocavano a palla nella Villa Comunale,
interrotti dai vigili urbani. Le ragazze non sapevano corre-
re. Imparavano allora, nelle manifestazioni attaccate, affumicate, inseguite.
[erri de luca]
sabato 3 aprile 2010
grayskull
non saper dire addio porta alla perdita di parti molto importanti del corpo, come le braccia o le orecchie. vorrei essere lontano a volte, come se esistessero luoghi in cui alla mente non arrivano timori di conoscere troppo e di non sapere nulla.
lunedì 29 marzo 2010
sogno e follia
....l’interesse di Foucault è volto al spere concepito come esperienza, ossia come pratica in cui si vengono a costituire tanto il soggetto quanto l’oggetto.
Egli prende come esempio i suoi studi sulla follia, in cui ha cercato di individuare le ragioni per cui essa è diventata in occidente un preciso oggetto di analisi scientifica solo a partire dal 18secolo, le modalità con le quali nel momento stesso in cui si costituiva l’oggetto follia, prendeva forma anche il soggetto ritenuto capace di riconoscere la follia.
Viene proposta una critica della psicoanalisi, ritenuta colpevole di dissolvere i rapporti dell’uomo con il suo ambiente; la malattia mentale è presentata come una conseguenza delle contraddizioni sociali nelle quali l’uomo si è storicamente alienato.
Foucault concepisce il sogno come una forma specifica di esperienza, secondo una tradizione ormai dimenticata, criticando l’Interpretazione dei sogni di Freud, che è mosso invece dal tentativo di garantire la presa di possesso del sogno da parte della coscienza.
La peculiarità del sogno sta invece nel fatto che esso mette in luce la libertà originaria dell’uomo, la nascita del mondo nel movimento stesso dell’esistenza....
da Antologia - Foucault
introduzione di V.Sorrentino
Egli prende come esempio i suoi studi sulla follia, in cui ha cercato di individuare le ragioni per cui essa è diventata in occidente un preciso oggetto di analisi scientifica solo a partire dal 18secolo, le modalità con le quali nel momento stesso in cui si costituiva l’oggetto follia, prendeva forma anche il soggetto ritenuto capace di riconoscere la follia.
Viene proposta una critica della psicoanalisi, ritenuta colpevole di dissolvere i rapporti dell’uomo con il suo ambiente; la malattia mentale è presentata come una conseguenza delle contraddizioni sociali nelle quali l’uomo si è storicamente alienato.
Foucault concepisce il sogno come una forma specifica di esperienza, secondo una tradizione ormai dimenticata, criticando l’Interpretazione dei sogni di Freud, che è mosso invece dal tentativo di garantire la presa di possesso del sogno da parte della coscienza.
La peculiarità del sogno sta invece nel fatto che esso mette in luce la libertà originaria dell’uomo, la nascita del mondo nel movimento stesso dell’esistenza....
da Antologia - Foucault
introduzione di V.Sorrentino
domenica 28 marzo 2010
martedì 23 marzo 2010
il peso della farfalla
In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.
In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.
Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perché il vuoto
l’ho portato con me.
Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.
Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l’insegna il figlio.
Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.
Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
non il loro peso,
a te ho nascosto tutto.
Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello del vulcano che ci orientava il sonno.
Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone
all’ora dell’arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.
[Erri De Luca]
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.
In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.
Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perché il vuoto
l’ho portato con me.
Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.
Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l’insegna il figlio.
Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.
Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
non il loro peso,
a te ho nascosto tutto.
Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello del vulcano che ci orientava il sonno.
Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone
all’ora dell’arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.
[Erri De Luca]
rayuela
Tocco la tua bocca, con un dito tocco l’orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna in volto, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.
Mi guardi, mi guardi da vicino, ogni volta più vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando entro i loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, se ci soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.
J. Cortazar (il gioco del mondo)
Mi guardi, mi guardi da vicino, ogni volta più vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando entro i loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, se ci soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.
J. Cortazar (il gioco del mondo)
lunedì 22 marzo 2010
le ragioni della collera
Ti amo per le ciglia, per i capelli, ti dibatto nei corridoi
bianchissimi dove si giocano le fonti delle luci,
ti discuto a ogni nome, ti svelo con delicatezza di cicatrice,
ti vado mettendo sulla testa ceneri di lampo e nastri
che nella pioggia dormivano.
Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia
precisamente ciò che viene dietro la tua mano,
perché l’acqua, considera l’acqua, e i leoni quando si
dissolvono nello zucchero della favola,
e i gesti, questa architettura del nulla,
che accendono le loro lampade a metà dell’incontro.
Tutta mattina è la lavagna dove ti invento e ti disegno,
pronto a cancellarti, così non sei, neppure con questi
capelli lisciati, questo sorriso.
Cerco la tua somma, il bordo della coppa
dove il vino è anche la luna e lo specchio,
cerco questa linea che fa tremare un uomo in una galleria di museo.
Per di più ti amo, e fa tempo e freddo.
Julio Cortàzar
bianchissimi dove si giocano le fonti delle luci,
ti discuto a ogni nome, ti svelo con delicatezza di cicatrice,
ti vado mettendo sulla testa ceneri di lampo e nastri
che nella pioggia dormivano.
Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia
precisamente ciò che viene dietro la tua mano,
perché l’acqua, considera l’acqua, e i leoni quando si
dissolvono nello zucchero della favola,
e i gesti, questa architettura del nulla,
che accendono le loro lampade a metà dell’incontro.
Tutta mattina è la lavagna dove ti invento e ti disegno,
pronto a cancellarti, così non sei, neppure con questi
capelli lisciati, questo sorriso.
Cerco la tua somma, il bordo della coppa
dove il vino è anche la luna e lo specchio,
cerco questa linea che fa tremare un uomo in una galleria di museo.
Per di più ti amo, e fa tempo e freddo.
Julio Cortàzar
sabato 20 marzo 2010
la sera non cantavi mai
.......
Rompevo i giocattoli. Al momento di riceverli guardavo con sospetto quegli oggetti che dovevano appartenermi. Non dava certo piacere a voi essere ricambiati dalla mia diffidenza iniziale anziché dalla gioia. L’emozione di averli mi preoccupava più che eccitarmi. Mi assicuravo dei miei diritti chiedendo: è mio? Sì, lo era, ma non aveva il senso che intendevo io, perché era collegato alle solite necessità e veniva dopo il non fare chiasso, il non sporcarsi e negli orari stabiliti. Era un mio a povere dosi, un mio da bambini, mentre invece il giocattolo mi faceva desiderare un’immensa libertà in cui lo spazio per giocare e il tempo che avrei trascorso così, erano pure quelli miei, senza confini. È mio?, chiedevo. “Sì, ma non lo rompere.” Un Natale non me ne fu comprato nessuno, perché avevo continuato a romperli tutti, quelli dell’anno prima. Vi eravate dispiaciuti e me l’avevate detto che quell’anno non me ne avreste comprati. Tu mi rimproveravi lo spreco commesso di fronte a tanti bambini che non ne avevano nessuno. Oggi ripenso anche ai sacrifici che facevate per consentirvi quelle spese, anche se non parlavate di problemi di soldi. Più tardi, e molto, capii i vostri conti striminziti che spremevate per ricavare di che imbastire un Natale. Ma da bambino non capivo quello che dicevate. Il giocattolo era mio in un modo che non sapevo dimostrare. Aveva una sua durata nella quale l’avrei conosciuto, maneggiato, lasciato. Poi finiva. Avrei dovuto riporlo in qualche posto, poi forse l’avresti regalato a qualche altro bambino come facevi con quelli della sorellina. Avrei dovuto fare così, ma mi restava invece una parte enorme della sua durata che consisteva nell’attimo della sua fine. Le cose hanno un momento in cui sono improvvisamente diverse. Un legno appena spaccato, una pietra staccata da un suo posto forse millenario: per un momento solo hanno un volto segreto conosciuto solo da chi è testimone dell’improvviso cambiamento. Per un solo momento sono così, perché dopo un secondo sono diventati vecchi di cento anni. Accadde così anche all’universo, dicono, che è invecchiato nei primi secondi della sua formazione più che nei miliardi di anni successivi. La morte non è uguale per tutte le cose: ci sono oggetti che cominciano a invecchiare solo dopo aver attraversato la morte. Un giocattolo invecchia dopo che si è rotto, dopo che è morto.
Le cose hanno un volto segreto che un bambino può scrutare. Rompevo il giocattolo: non per la insignificante curiosità di vedere cosa ci fosse dentro, come fosse fatto, ma per vedere l’attimo in cui era di colpo disfatto, prima di perdersi nell’indistinto dei suoi pezzi. Dura poco il gioco. Sapevo che durava quanto l’attimo in cui si sarebbe rotto, o che quell’attimo valeva tutta la sua durata precedente. Solo allora il gioco era di chi l’aveva avuto in mano, solo allora era mio del tutto. Solo in morte la vita è interamente di chi l’ha vissuta, e il possesso è senza donatori, senza rimproveri.
Ti parlo, mamma, che sei così giovane rispetto a me per una sera, di quest’antico tuo regalo del quale mi sembra di poter completare il possesso proprio ora. È mia la vita che mi desti? Stasera sì, è mia del tutto.
.......
da "Non ora non qui" - Erri de Luca - 1989
Rompevo i giocattoli. Al momento di riceverli guardavo con sospetto quegli oggetti che dovevano appartenermi. Non dava certo piacere a voi essere ricambiati dalla mia diffidenza iniziale anziché dalla gioia. L’emozione di averli mi preoccupava più che eccitarmi. Mi assicuravo dei miei diritti chiedendo: è mio? Sì, lo era, ma non aveva il senso che intendevo io, perché era collegato alle solite necessità e veniva dopo il non fare chiasso, il non sporcarsi e negli orari stabiliti. Era un mio a povere dosi, un mio da bambini, mentre invece il giocattolo mi faceva desiderare un’immensa libertà in cui lo spazio per giocare e il tempo che avrei trascorso così, erano pure quelli miei, senza confini. È mio?, chiedevo. “Sì, ma non lo rompere.” Un Natale non me ne fu comprato nessuno, perché avevo continuato a romperli tutti, quelli dell’anno prima. Vi eravate dispiaciuti e me l’avevate detto che quell’anno non me ne avreste comprati. Tu mi rimproveravi lo spreco commesso di fronte a tanti bambini che non ne avevano nessuno. Oggi ripenso anche ai sacrifici che facevate per consentirvi quelle spese, anche se non parlavate di problemi di soldi. Più tardi, e molto, capii i vostri conti striminziti che spremevate per ricavare di che imbastire un Natale. Ma da bambino non capivo quello che dicevate. Il giocattolo era mio in un modo che non sapevo dimostrare. Aveva una sua durata nella quale l’avrei conosciuto, maneggiato, lasciato. Poi finiva. Avrei dovuto riporlo in qualche posto, poi forse l’avresti regalato a qualche altro bambino come facevi con quelli della sorellina. Avrei dovuto fare così, ma mi restava invece una parte enorme della sua durata che consisteva nell’attimo della sua fine. Le cose hanno un momento in cui sono improvvisamente diverse. Un legno appena spaccato, una pietra staccata da un suo posto forse millenario: per un momento solo hanno un volto segreto conosciuto solo da chi è testimone dell’improvviso cambiamento. Per un solo momento sono così, perché dopo un secondo sono diventati vecchi di cento anni. Accadde così anche all’universo, dicono, che è invecchiato nei primi secondi della sua formazione più che nei miliardi di anni successivi. La morte non è uguale per tutte le cose: ci sono oggetti che cominciano a invecchiare solo dopo aver attraversato la morte. Un giocattolo invecchia dopo che si è rotto, dopo che è morto.
Le cose hanno un volto segreto che un bambino può scrutare. Rompevo il giocattolo: non per la insignificante curiosità di vedere cosa ci fosse dentro, come fosse fatto, ma per vedere l’attimo in cui era di colpo disfatto, prima di perdersi nell’indistinto dei suoi pezzi. Dura poco il gioco. Sapevo che durava quanto l’attimo in cui si sarebbe rotto, o che quell’attimo valeva tutta la sua durata precedente. Solo allora il gioco era di chi l’aveva avuto in mano, solo allora era mio del tutto. Solo in morte la vita è interamente di chi l’ha vissuta, e il possesso è senza donatori, senza rimproveri.
Ti parlo, mamma, che sei così giovane rispetto a me per una sera, di quest’antico tuo regalo del quale mi sembra di poter completare il possesso proprio ora. È mia la vita che mi desti? Stasera sì, è mia del tutto.
.......
da "Non ora non qui" - Erri de Luca - 1989
venerdì 19 marzo 2010
la canzone dell'impossibile
La solitudine.
La pioggia che dolcemente cade sulla città
Un pomeriggio di fine inverno dopo il temporale
raggi di sole si infiltrano tra nuvole malate
di primavera
pensa a una stanza con finestre altissime
e un barlume di passato che riappare
come se il vivere fosse attaccato ai tuoi vestiti
e del prezzo che paghi come ogni soldato
che ha chiuso la vita in un bacio non dato
ma tu ora dimmi che cosa volevi da me
Ritorna l'ordine dopo il disordine
accettiamo il caos insieme all'utopia
Con la matita un giorno scrissero
la nostra storia pronta ad essere cancellata
Ma c'è una calma e un cielo così limpido
Che non mi sembra più nemmeno una città.
Verso la fine dell'inverno il pomeriggio annuncia giorni lunghi e miti
cercando un senso dove non c'è un senso è lì che t'incontrai
e ora mutano insieme a te giorni e stagioni che scendono al mare
su un letto di fiumi che parlano ancora al poeta che scrive per te
Guardiamo il mare con l'occhio implacabile
Poi ci tuffiamo tra le verdi onde
e dagli spruzzi alcune gocce si posarono laggiù
dove sull'orizzonte sta un arcobaleno
in chiave di violino.
La pioggia che dolcemente cade sulla città
Un pomeriggio di fine inverno dopo il temporale
raggi di sole si infiltrano tra nuvole malate
di primavera
pensa a una stanza con finestre altissime
e un barlume di passato che riappare
come se il vivere fosse attaccato ai tuoi vestiti
e del prezzo che paghi come ogni soldato
che ha chiuso la vita in un bacio non dato
ma tu ora dimmi che cosa volevi da me
Ritorna l'ordine dopo il disordine
accettiamo il caos insieme all'utopia
Con la matita un giorno scrissero
la nostra storia pronta ad essere cancellata
Ma c'è una calma e un cielo così limpido
Che non mi sembra più nemmeno una città.
Verso la fine dell'inverno il pomeriggio annuncia giorni lunghi e miti
cercando un senso dove non c'è un senso è lì che t'incontrai
e ora mutano insieme a te giorni e stagioni che scendono al mare
su un letto di fiumi che parlano ancora al poeta che scrive per te
Guardiamo il mare con l'occhio implacabile
Poi ci tuffiamo tra le verdi onde
e dagli spruzzi alcune gocce si posarono laggiù
dove sull'orizzonte sta un arcobaleno
in chiave di violino.
lunedì 15 marzo 2010
domenica 14 marzo 2010
no, non ora, non qui
Tu vivi sempre nei tuoi atti.
Con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,
allegrie: è la tua musica.
La vita è ciò che tu suoni.
Dai tuoi occhi solamente
emana la luce che guida
i tuoi passi. Cammini
fra ciò che vedi. Soltanto.
E se un dubbio ti fa cenno
a diecimila chilometri,
abbandoni tutto, ti lanci
su prore, su ali,
sei subito lì; con i baci,
coi denti lo laceri:
non è più dubbio.
Tu mai puoi dubitare.
Perché tu hai capovolto
i misteri. E i tuoi enigmi,
ciò che mai potrai capire,
sono le cose più chiare:
la sabbia dove ti stendi,
il battito del tuo orologio
e il tenero corpo rosato
che nel tuo specchio ritrovi
ogni giorno al risveglio,
ed è il tuo. I prodigi
che sono già decifrati.
E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che t'invaghisti di un'ombra
- l'unica che ti è piaciuta -
Un'ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.
da Padro Salinas - La voce a te dovuta (Raccolta) - Einaudi 1979
Con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,
allegrie: è la tua musica.
La vita è ciò che tu suoni.
Dai tuoi occhi solamente
emana la luce che guida
i tuoi passi. Cammini
fra ciò che vedi. Soltanto.
E se un dubbio ti fa cenno
a diecimila chilometri,
abbandoni tutto, ti lanci
su prore, su ali,
sei subito lì; con i baci,
coi denti lo laceri:
non è più dubbio.
Tu mai puoi dubitare.
Perché tu hai capovolto
i misteri. E i tuoi enigmi,
ciò che mai potrai capire,
sono le cose più chiare:
la sabbia dove ti stendi,
il battito del tuo orologio
e il tenero corpo rosato
che nel tuo specchio ritrovi
ogni giorno al risveglio,
ed è il tuo. I prodigi
che sono già decifrati.
E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che t'invaghisti di un'ombra
- l'unica che ti è piaciuta -
Un'ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.
da Padro Salinas - La voce a te dovuta (Raccolta) - Einaudi 1979
mercoledì 3 marzo 2010
la camera
Gli uomini normali credono ancora ch'io sia dei loro. Ma non potrei restare neppure un ora in loro compagnia. Ho bisogno di vivere là, dall'altra parte di questo muro. Ma là, non sanno che farsene di me.
j.p.S.
j.p.S.
essere michael furey
La stanza si è immersa nel silenzio e nel buio. II soffitto mi pesa addosso, trasudante, compatto. Completamente nudo mi muovo appena sotto il lenzuolo bianco, sottilissimo. Lo stringo con i denti, con le labbra. Poi lo sposto, lo sollevo in aria... si gonfia, ricade adagio... Un brivido... Cristina, sto male, sto tremando, ho la febbre... e sudo, e sudo, e sudo... e invoco... e deliro. E ancora una volta sudo dalla testa ai piedi. Mi passo una mano sul corpo, caldo, caldissimo, bagnato... sulle cosce, sulla pancia, e poi... Cristina, Cristina, Cristina!.. L'immagine si fa più pressante, corporea. Anche lei è tutta sudata, sudatissima. Le sue mani sul mio corpo... sì, le sento: allucinazione, ricordo, dolore, stordimento, stanchezza, eccitazione forse... ma in delirio. Ora mi giro, e strofino il mio corpo contro il letto. forse sussurro anche qualcosa... Ma certo, è un attimo: lacrime, calore, saliva, frasi, membra, rimpianti, globuli, liquefazione, tutto... tutto si riversa sul lenzuolo.
Addio Cristina.
g.g. '86
venerdì 26 febbraio 2010
la finestra su campi flegrei
C'è tutta una vita nella stanza del nonno.
Ecco - probabilmente - si potrebbe immaginare - pensiero - allucinazione - forse sogno - in questo assurdo - chiamiamolo così - mondo - piccole finestre - semichiuse - odore strano - particolare - non sgradevole - mobili antichi - dignitosi - anni cinquanta - antiquariato - certo, però povero - vecchie foto - eccolo – lui, alpino - con la penna - certo, sul cappello - campagna di Russia - battaglione - si potrebbe dire - eroico - partiti ottomilacinquecento - tornati centocinquanta - lui compreso - che tempra - partigiano - sì, anche - ma dopo - subito dopo - socialista - certo, ma cattolico - attività - ricostruzione - dopoguerra - rappresentante - sì, efficace - dinamico - seicento multipla - grande scritta - Idrolitina.
E poi la casa - sì, del nonno - in questo assurdo - chiamiamolo così - posto - altri oggetti – coppe - trofei - corridore - ciclista - non esageriamo - dilettante - gran passione - Coppi e Bartali incorniciati - sui Pirenei - credo - passaggio di borraccia - sì, ma chi la passa - mai saputo - non importa - viva l'Italia - e poi in un angolo - la sua gloriosa - certo, fisarmonica – animatore - suonatore - come dire - festini - donne - allegria - motivetti - 'Volo del calabrone'? - no, mai riuscito - specialità 'Bongo Bongo'.
E poi la stanza - sì, del nonno - sopra il letto - grande foto - sì, l'Elvira - la moglie - morta - colpa sua - non si sa - si potrebbe dire - mai a casa, lui
E poi la stanza - sì, del nonno - boccette - vitamine - pastiglie - la televisione - LA TELEVISIONE NONNO! - macché, tutto volume - sempre lì - incollato - proprio lui - così energico - vitale - sempre meno - apatia - sonnolenza - insonnia - memoria - diciamo pure - assente - autosufficienza - sempre meno – il pensiero - adagiato - passivo - e le visite - sì, dei parenti - sempre meno - sempre meno - solitudine - solitudine - solitudine totale.
Ecco - probabilmente - si potrebbe immaginare - pensiero - allucinazione - forse sogno - in questo assurdo - chiamiamolo così - mondo - la stanza - sì, del nonno - no, dei nonni - di tutti i nonni - peggiorata - più buia - più nessuno - malinconia - desolazione - sconforto - e poi dolori - artrosi - cefalea - insonnia - diarrea - vomito - nausea - senza poter più - diciamo così - alzarsi - incontinenza - perdite - pannoloni - vergogna - casa di riposo - ipotesi cancellata - non c'è posto - clinica privata - ipotesi cancellata - troppi soldi - in questo assurdo - chiamiamolo così - mondo - senza poter più - diciamo così - servire - sì, a qualcuno - a qualcosa - rinchiuso - rintanato - abbandonato - gettato via - in questo osceno - chiamiamolo così - mondo - così lontano - da un'esistenza - che lentamente - scompare - totalmente ignorata - in questo porco - chiamiamolo così - mondo - che continua la sua corsa - convulsa - frenetica - travolgente - non c'è tempo - non c'è tempo - non c'è tempo.
Però c'è tutta una vita nella stanza del nonno.
Ecco - probabilmente - si potrebbe immaginare - pensiero - allucinazione - forse sogno - in questo assurdo - chiamiamolo così - mondo - piccole finestre - semichiuse - odore strano - particolare - non sgradevole - mobili antichi - dignitosi - anni cinquanta - antiquariato - certo, però povero - vecchie foto - eccolo – lui, alpino - con la penna - certo, sul cappello - campagna di Russia - battaglione - si potrebbe dire - eroico - partiti ottomilacinquecento - tornati centocinquanta - lui compreso - che tempra - partigiano - sì, anche - ma dopo - subito dopo - socialista - certo, ma cattolico - attività - ricostruzione - dopoguerra - rappresentante - sì, efficace - dinamico - seicento multipla - grande scritta - Idrolitina.
E poi la casa - sì, del nonno - in questo assurdo - chiamiamolo così - posto - altri oggetti – coppe - trofei - corridore - ciclista - non esageriamo - dilettante - gran passione - Coppi e Bartali incorniciati - sui Pirenei - credo - passaggio di borraccia - sì, ma chi la passa - mai saputo - non importa - viva l'Italia - e poi in un angolo - la sua gloriosa - certo, fisarmonica – animatore - suonatore - come dire - festini - donne - allegria - motivetti - 'Volo del calabrone'? - no, mai riuscito - specialità 'Bongo Bongo'.
E poi la stanza - sì, del nonno - sopra il letto - grande foto - sì, l'Elvira - la moglie - morta - colpa sua - non si sa - si potrebbe dire - mai a casa, lui
E poi la stanza - sì, del nonno - boccette - vitamine - pastiglie - la televisione - LA TELEVISIONE NONNO! - macché, tutto volume - sempre lì - incollato - proprio lui - così energico - vitale - sempre meno - apatia - sonnolenza - insonnia - memoria - diciamo pure - assente - autosufficienza - sempre meno – il pensiero - adagiato - passivo - e le visite - sì, dei parenti - sempre meno - sempre meno - solitudine - solitudine - solitudine totale.
Ecco - probabilmente - si potrebbe immaginare - pensiero - allucinazione - forse sogno - in questo assurdo - chiamiamolo così - mondo - la stanza - sì, del nonno - no, dei nonni - di tutti i nonni - peggiorata - più buia - più nessuno - malinconia - desolazione - sconforto - e poi dolori - artrosi - cefalea - insonnia - diarrea - vomito - nausea - senza poter più - diciamo così - alzarsi - incontinenza - perdite - pannoloni - vergogna - casa di riposo - ipotesi cancellata - non c'è posto - clinica privata - ipotesi cancellata - troppi soldi - in questo assurdo - chiamiamolo così - mondo - senza poter più - diciamo così - servire - sì, a qualcuno - a qualcosa - rinchiuso - rintanato - abbandonato - gettato via - in questo osceno - chiamiamolo così - mondo - così lontano - da un'esistenza - che lentamente - scompare - totalmente ignorata - in questo porco - chiamiamolo così - mondo - che continua la sua corsa - convulsa - frenetica - travolgente - non c'è tempo - non c'è tempo - non c'è tempo.
Però c'è tutta una vita nella stanza del nonno.
g.g. 1999
lunedì 22 febbraio 2010
scoprendo il bene
Era umile, sembra strano dire questo, ma era uno umile. Era un’umiltà straziata e vera, storica, come la si potrebbe pensare oggi di un santo antico, un’umiltà armata di spada, armata di dolore. Era uno umile e indifeso, di cui si sentiva che andava protetto, e bisognava proteggerlo, proteggerlo dalla propria umiltà. Era antico, di un’antichità ormai difficile da reperire nei volti e nei gesti degli altri, contraffatti nella smorfia di questo tempo smorfioso, in cui bisogna somigliare a qualcuno, era uno antico, di un’antichità da repubblica romana, un’antichità antica, in cui era trascritta la forza e la violenza della sua umiltà umana. Sembra strano dire questo, ma era uno tenero, di una tenerezza maniaca, di una tenerezza antica, non fatta di smancerie, ma di poche parole, di cose che si sanno, che non c’è bisogno di dire. Ed era anche profumato di una sua santità. Sembrava forse arroganza questo essere nello stesso tempo e umile e antico e tenero e profumato, ed era un’antichità difesa : egli chiamava a sé questa protezione che nasceva dall’umiltà, dall’antichità, dalla tenerezza. Dico questo perché è cio che di lui non si sa. Di lui si sa tutto il resto, ma non si sa questo, quanto fosse tutto questo per essere il resto, quello cioè che è stato in scena, sempre, Pinocchio e Amleto, e Macbeth, Tamerlano e Maiakovski e Salomè fino alla parte estrema di sé data al teatro, Pentesilea o Achilleide, tra l’uno e l’altro, col silenzio estremo delle voragini, con le spiegazioni che restano al di qua d’ogni atto dell’essere teatro fino all’estremo. Ridire Shakespeare o Laforgue, farsi nemici e amici, amare, amare Shakespeare facendo finta di non amarlo, era discussione di uno umile, ripensare Laforgue come risposta all’apparente disamore era amore ulteriore, umiltà ulteriore. Egli era amore del teatro, un amore tanto passionale da essere violentemente possessivo e incontrollabile, eccedente. Era anche eccessivo, di un’eccessività antica e intransigente, stendhaliana, che non esiste più, che non si trova più nemmeno nelle biografie stendhaliane, che si ritrova ancora solo nelle Chroniques italiennes, carattere antico e arcaico che guarda e distrugge per verità, una verità senza problemi, senza dialettiche, senza aforismi, senza metafore. Grandezza arcana della scena di Carmelo, bambino, cresciuto bambino, vissuto bambino, grandezza di antico colore italiano che non si trova più, grandezza di un incedere con la violenza forsennata e potente, con un ultimo guizzo d’impero negli occhi. Animula vagula blandula, hospes comesque corporis, nec dabis jocos…
gp. Manganaro
gp. Manganaro
intorno alla morte di Carmelo Bene
Il muro
venerdì 19 febbraio 2010
cortili
mercoledì 17 febbraio 2010
mercoledì 10 febbraio 2010
raccontando del buio
Da voi invece tutto sembra piano, liscio, euclideo.
Tutto è senza rischio. O almeno così appare.
Tutto è senza orrore curve inibizioni.
Nu muro eterno a voi vi libera dai raggi
li rimanda li riflette
Scherma.
La luce non vi acceca, no
non è per voi tortura,
una fissa ed atroce compagnia.
Piuttosto vi accarezza
vi lusinga
Talvolta vi cola dalle ciglia come pianto
o a scazzimma re creature, a mattina appena svegli, dall’angolo da cornea.
A nuie ce sfregia a luce, invece
ci tagliuzza, ci sminuzza, squarta
nun appena a iamme incontro
La dobbiamo attraversare come a lutto
ciechi, incappucciati a boia
fotoresistenti quasi, sagome d’amianto
Tutto è senza rischio. O almeno così appare.
Tutto è senza orrore curve inibizioni.
Nu muro eterno a voi vi libera dai raggi
li rimanda li riflette
Scherma.
La luce non vi acceca, no
non è per voi tortura,
una fissa ed atroce compagnia.
Piuttosto vi accarezza
vi lusinga
Talvolta vi cola dalle ciglia come pianto
o a scazzimma re creature, a mattina appena svegli, dall’angolo da cornea.
A nuie ce sfregia a luce, invece
ci tagliuzza, ci sminuzza, squarta
nun appena a iamme incontro
La dobbiamo attraversare come a lutto
ciechi, incappucciati a boia
fotoresistenti quasi, sagome d’amianto
martedì 9 febbraio 2010
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Strutture artificiali per tingermi di giusto
Copioni ormai scontati per muovermi sicuro
Banale ma sicuro
Ma quando ti allontani non ha più significato
E mi vedo nudo con quello che non ho
Quando ti allontani vedo il vuoto nei tuoi occhi
E la nausea per la vita che non ho
Perdendo un amico resta solo dolore
Perdendo un amico che ha ragione ad andare
Quando ti allontani mi sento ancor più nulla
Di fronte alla mia malafede
Quando ti allontani non so più cosa fare,
Non andare
Copioni ormai scontati per muovermi sicuro
Banale ma sicuro
Ma quando ti allontani non ha più significato
E mi vedo nudo con quello che non ho
Quando ti allontani vedo il vuoto nei tuoi occhi
E la nausea per la vita che non ho
Perdendo un amico resta solo dolore
Perdendo un amico che ha ragione ad andare
Quando ti allontani mi sento ancor più nulla
Di fronte alla mia malafede
Quando ti allontani non so più cosa fare,
Non andare
lunedì 1 febbraio 2010
non potrà fare niente cchiù che lasciarmi arenare su una spiaggia
Caravaggio in due mosse
- Prima mossa, Milano
Tu devi immaginare che la luce non viene ma va.
Se ne fugge proprio come un esercito in disarmo; scappa via. E’ questa la luce vera, che consegna ogni cosa al buio. Pensa a questo corpo di bimbo addormentato in un nero di pece: non è un ritratto lo vedi? No.
La posa, se guardi la posa, vedi benissimo che non dorme per niente, anzi. E’ messo lì così: come uno avrebbe messo le mele, le pere, l’uva, gli strumenti e i cesti per una natura morta. Non è un ritratto di un dormiente, ma è proprio una natura morta, dove il soggetto è un bambino.
Che dico? Non è il bambino il soggetto.
Il soggetto è il nero, che si sta mangiando l’amorino, le sue frecce, la faretra, le sue ali, e la luce? Beh, quella – come ti dicevo – scappa proprio come una donna che corre via dagli sgherri che la inseguono e si dilegua.
Qui la luce è dileguata come mia madre e mio padre.
Non so perché ti dico queste cose, ma ieri – il giorno dopo la mostra – ho avuto questa impressione che i miei genitori si dileguassero. Sparissero poco per volta come una brutta tela dipinta.
Mia madre ha ancora i segni dell’operazione e della sua malattia, è dimagrita tantissimo. La pelle non è più elastica come un tempo; c’è stato un momento breve ieri, quando il giorno tentava di finire e non avevamo ancora aperto la luce, che ho visto mia madre e il suo viso come nuovi per me e per quello che mi dicevano. Le rughe si sono fatte più pesanti e nette intorno agli occhi e nel viso e anche le mani gliel’ho viste rovinate e spurie, quasi non fossero più le sue, diverse da quelle che aveva tenuto intrecciate alle mie fino a qualche momento prima.
La luce andava via e mia madre spariva con lei e quello che mi consegnava, perché anche il buio, tu lo devi sapere, anzi tu lo sai benissimo, ci lascia qualcosa in cambio, era una pelle nuda e grinzosa, che faticavo a chiamare: mamma.
E così ho capito quel turbamento che mi aveva preso guardando la resurrezione di Lazzaro, e tu sai quale inquietudine mi provochi quell’episodio terribile e violento: il corpo morto di Lazzaro illuminato e tutto il nero intorno; sopra di lui sotto di lui, i visi degli altri ancora nella oscurità. E’ una luce grigia quella di Lazzaro, quella che emana il suo corpo, la luce medesima a quella di Milano sotto la neve, che si è dileguata subito, dico, la neve ed è rimasta una paciara grigiastra di acqua e pietrame, che sembrava il corpo di un morto.
Milano era il corpo di Lazzaro, la luce del miracolo è grigia, non è luminosa, tutti sono avvolti nel buio oppure in questo strato cellophanato di nebbia, acquerognola e nevischio.
Vorrei comunicare a te tutta la violenza visiva, che è in Caravaggio, perché tutto questo discorrerti addosso nasce dai suoi quadri, da questa opera che è un apprendimento dell’ombra, dello scuro e della violenza, ché la vita è una violenza continua, guarda l’incoronazione di spine o la cattura di Gesù per convincertene, e vorrei proprio mettertela davanti mia madre grigia come Lazzaro.
Una tonalità simile, lo stesso grigio marmoreo, l’avevo vista sulla carne appena aperta e richiusa dai medici del corpo di mio padre nudo, sotto una coperta, della nudità di un cuore che si ferma e poi riparte.
Ieri mio padre era sotto che spazzava le foglie cadute dal viso e faceva movimenti rapidi con la saggina in mano; era un freddo netto e pungente e poco prima l’avevo visto addormentato sul tavolo della cucina: un braccio allungato sul legno e la testa appoggiata sopra. Ho pensato al San Gerolamo, un’altra di quelle figure, di quelle immagini perturbanti per me, che mi rimandano ad altre cose tutte precise e nette, che non riesco a dirti, che dovrei ma che non escono, se non a folate inaspettate.
Il braccio allungato, la muscolatura ormai vecchia, ho pensato che mio padre addormentato continuasse il quadro. Anche Gerolamo, mi sono detto, si sarà addormentato così sullo scrittoio. E ho pensato a Caravaggio e a quanti vecchi morti avesse visto con le loro carni bianchicce e smunte, morte del tutto, e se ne avesse copiato nei suoi fogli con schizzi rapidi, la muscolatura, le grinze della pelle per poter dipingere il suo Gerolamo.
Mi sono fatto convinto che Gerolamo mi parli, in maniera misteriosa, di quello che sarebbe il mio essere scrittore, la motivazione più segreta per cui io scrivo, ed è strano che io ti dica questo dopo una mostra di quadri, ma credo che scrivere sia legato alla possibilità di portare via qualche resto dalla gola del leone. In questo quadro, in questo di Caravaggio, il leone non c’era, ma Gerolamo ha sempre un leone intorno; beh io credo che scrivere sia salvare dalla gola del leone qualcosa prima che venga del tutto sbranato, prima che ogni cosa venga ingoiata dal buio. C’è un senso, miserrimo quanto vuoi, in queste mie parole e nel fatto di dirmi scrittore, ed è questo: scrivo perché qualcosa si salvi. Perché nessuno muoia del tutto, perché ne rimanga almeno un resto mortificato ma presente.
- Prima mossa, Milano
Tu devi immaginare che la luce non viene ma va.
Se ne fugge proprio come un esercito in disarmo; scappa via. E’ questa la luce vera, che consegna ogni cosa al buio. Pensa a questo corpo di bimbo addormentato in un nero di pece: non è un ritratto lo vedi? No.
La posa, se guardi la posa, vedi benissimo che non dorme per niente, anzi. E’ messo lì così: come uno avrebbe messo le mele, le pere, l’uva, gli strumenti e i cesti per una natura morta. Non è un ritratto di un dormiente, ma è proprio una natura morta, dove il soggetto è un bambino.
Che dico? Non è il bambino il soggetto.
Il soggetto è il nero, che si sta mangiando l’amorino, le sue frecce, la faretra, le sue ali, e la luce? Beh, quella – come ti dicevo – scappa proprio come una donna che corre via dagli sgherri che la inseguono e si dilegua.
Qui la luce è dileguata come mia madre e mio padre.
Non so perché ti dico queste cose, ma ieri – il giorno dopo la mostra – ho avuto questa impressione che i miei genitori si dileguassero. Sparissero poco per volta come una brutta tela dipinta.
Mia madre ha ancora i segni dell’operazione e della sua malattia, è dimagrita tantissimo. La pelle non è più elastica come un tempo; c’è stato un momento breve ieri, quando il giorno tentava di finire e non avevamo ancora aperto la luce, che ho visto mia madre e il suo viso come nuovi per me e per quello che mi dicevano. Le rughe si sono fatte più pesanti e nette intorno agli occhi e nel viso e anche le mani gliel’ho viste rovinate e spurie, quasi non fossero più le sue, diverse da quelle che aveva tenuto intrecciate alle mie fino a qualche momento prima.
La luce andava via e mia madre spariva con lei e quello che mi consegnava, perché anche il buio, tu lo devi sapere, anzi tu lo sai benissimo, ci lascia qualcosa in cambio, era una pelle nuda e grinzosa, che faticavo a chiamare: mamma.
E così ho capito quel turbamento che mi aveva preso guardando la resurrezione di Lazzaro, e tu sai quale inquietudine mi provochi quell’episodio terribile e violento: il corpo morto di Lazzaro illuminato e tutto il nero intorno; sopra di lui sotto di lui, i visi degli altri ancora nella oscurità. E’ una luce grigia quella di Lazzaro, quella che emana il suo corpo, la luce medesima a quella di Milano sotto la neve, che si è dileguata subito, dico, la neve ed è rimasta una paciara grigiastra di acqua e pietrame, che sembrava il corpo di un morto.
Milano era il corpo di Lazzaro, la luce del miracolo è grigia, non è luminosa, tutti sono avvolti nel buio oppure in questo strato cellophanato di nebbia, acquerognola e nevischio.
Vorrei comunicare a te tutta la violenza visiva, che è in Caravaggio, perché tutto questo discorrerti addosso nasce dai suoi quadri, da questa opera che è un apprendimento dell’ombra, dello scuro e della violenza, ché la vita è una violenza continua, guarda l’incoronazione di spine o la cattura di Gesù per convincertene, e vorrei proprio mettertela davanti mia madre grigia come Lazzaro.
Una tonalità simile, lo stesso grigio marmoreo, l’avevo vista sulla carne appena aperta e richiusa dai medici del corpo di mio padre nudo, sotto una coperta, della nudità di un cuore che si ferma e poi riparte.
Ieri mio padre era sotto che spazzava le foglie cadute dal viso e faceva movimenti rapidi con la saggina in mano; era un freddo netto e pungente e poco prima l’avevo visto addormentato sul tavolo della cucina: un braccio allungato sul legno e la testa appoggiata sopra. Ho pensato al San Gerolamo, un’altra di quelle figure, di quelle immagini perturbanti per me, che mi rimandano ad altre cose tutte precise e nette, che non riesco a dirti, che dovrei ma che non escono, se non a folate inaspettate.
Il braccio allungato, la muscolatura ormai vecchia, ho pensato che mio padre addormentato continuasse il quadro. Anche Gerolamo, mi sono detto, si sarà addormentato così sullo scrittoio. E ho pensato a Caravaggio e a quanti vecchi morti avesse visto con le loro carni bianchicce e smunte, morte del tutto, e se ne avesse copiato nei suoi fogli con schizzi rapidi, la muscolatura, le grinze della pelle per poter dipingere il suo Gerolamo.
Mi sono fatto convinto che Gerolamo mi parli, in maniera misteriosa, di quello che sarebbe il mio essere scrittore, la motivazione più segreta per cui io scrivo, ed è strano che io ti dica questo dopo una mostra di quadri, ma credo che scrivere sia legato alla possibilità di portare via qualche resto dalla gola del leone. In questo quadro, in questo di Caravaggio, il leone non c’era, ma Gerolamo ha sempre un leone intorno; beh io credo che scrivere sia salvare dalla gola del leone qualcosa prima che venga del tutto sbranato, prima che ogni cosa venga ingoiata dal buio. C’è un senso, miserrimo quanto vuoi, in queste mie parole e nel fatto di dirmi scrittore, ed è questo: scrivo perché qualcosa si salvi. Perché nessuno muoia del tutto, perché ne rimanga almeno un resto mortificato ma presente.
*
- Seconda mossa, Napoli
Tu cammini con me in via dei Tribunali.
Saliamo lungo la strada, io ti indico le cose come se tu ci fossi, anche se forse stai in qualche contrada nebbiosa. Ti vedo che guardi le scatole delle scarpe, ma io ti porto in questa via stretta e famosa delle budella napoletane.
E’ sera e ci sono dei sacchi dell’immondizia davanti all’androne di un palazzo. Sentiamo squittire, ma uno squittio forte, che rimbomba, vediamo muoversi la plastica e un topo ci attraversa la strada. Ecco. Sobbalzi.
“E’ un topo…”
“Sì…”
“Ma era gigante come un gatto, o una bestia strana”
“Tu ce l’hai con gli animali fantastici”
“Sì…”
“E chissà quanti topi avrà visto Caravaggio passando di qua”
E mentre ti dico questo, ti dissolvi e sparisci, perché non sei qui.
Il Pio Monte di Pietà sta in via dei Tribunali. La mattina fa diversa la città: non ci sono né topi e né ombre. Entro, tu non sei. Non ho idea di quando ti farai rivedere, vado direttamente al quadro, che è nella cappella dell’altare maggiore. Penso a Caravaggio che ha dipinto questa opera, perché fosse posizionata proprio lì. Quindi lo guardo per bene e immagino i paramenti dei preti secenteschi, i vestiti, le funzioni. Rivedo lo sfarzo potente di chi s’ingegna di convincere sé e i fedeli ad accettare la morte.
Allora mi alzo e vado fino alla balaustra e ti mostro il quadro.
Partiamo dall’alto, vuoi?
Guarda i due angeli muscolosi, potenti. Sono angeli quelli? Dipinti così, in quel modo? Non si abbracciano (anche se la guida lo dice), no quei si stanno picchiando. Caravaggio sapeva cosa voleva dire la zuffa. Conosceva le mosse che fanno i corpi in quel momento, lui stesso era uno così. La misericordia è violenta: è sopruso, è rivolgimento. Vedo gli angeli e penso a Giacobbe che combatte. Come lo racconta la Bibbia?
Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quegli disse: “Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora”. Giacobbe rispose: “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!”.
Vedi? Per essere benedetti, salvati, graziati, bisogna alzare le mani e dare dei morsi, perché la misericordia è azione violenta. Ecco il nero da cui precipitano i due con la Madonna, che tiene stretto il dio bambino. Proprio come succede nei vicoli, quando ci si mena o si sentono gli spari, e allora le donne prendono il proprio figlio e lo tengono a sé come se la loro carne fosse indistruttibile, immarcescibile al male.
Le opere di pietà sono sei, ma Caravaggio ne aggiunge una, stravolgendo la norma. (Certe volte ripenso all’Amorino addormentato e mi dico che lui ha desiderato uccidere quel bambino solo per poterlo dipingere. Ma lasciamo perdere le mie fantasie da scrittore, ti voglio parlare di questo quadro, perché alla fine di tutto c’è una cosa che ti riguarda, ma devi starmi a sentire).
Le opere di pietà, secondo il vangelo di Matteo, sono sei: visitare i carcerati, dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, curare gli infermi, dar da bere agli assetati, ospitare i pellegrini. A queste il pittore ne aggiunge una, la settima: seppellire i morti.
Sul fondo del quadro vedi due personaggi, uno con una candela e l’altro che trascina qualcosa. Se osservi bene vedi che è un morto. Scorgi i piedi, ma immagini tutto: la schiena striscia per terra, le braccia che vanno dietro e il capo a seguire i sobbalzi del selciato. Il corpo è filiforme, l’uomo è morto di inedia (i libri di storia ti raccontano che nel seicento Napoli fu decimata da carestie).
Le gambe sono magrissime, si vedono le ossa e lo sterno mostra l’arpa delle costole, che sembra suonino. Mentre ti descrivo questa scena, mi rendo conto di riscrivere Se questo è un uomo. La pagina finale, dove Primo e un suo compagno stanno riversando sulla neve la cosa Somogiy. La cosa Somogiy era un uomo, che è diventato un pezzo, magro, vuoto, grigio. E ora viene lasciato sulla neve. Vedi cosa è la misericordia? Trascinare una povera cosa, un fagotto di niente sulla terra per lasciarlo lì oppure per tumularlo con altri cento in una fossa comune.
Me lo vedo il tipo che, sacramentando con dio e parlando con l’altro, che gli regge la candela, tira il cadavere.
Uno dice all’altro: Se li seppelliamo tutti nella stessa fossa, come farà dio a riconoscerli
L’altro: Dio è potente saprà lui come.
Uno: sicuro? Se è così forte, perché allora non ci dà da mangiare?
L’altro: Che ne sai tu di dio? Che se lui vuole prende tutte le ossa e le fa risorgere.
Uno: Io dico solo che questo morto mi sembra uguale all’altro che ho portato un’ora fa. E tra qualche anno questo po’ di carne non ci sarà e saranno solo ossa. Neppure dio può distinguere…
L’altro: Dio può…
Uno: Anche il male?
L’altro: Se vuole sì anche il male. Se dio è tutto, è anche il male.
Il quadro in primo piano ha un corpo, una schiena nuda, che cattura l’attenzione di chi guarda: è l’ignudo che un giovane cavaliere, San Martino, riveste. Mentre vedo la precisione dei muscoli mi dico che quest’opera è tutta pregna di cose di questo mondo che non sono di questo mondo.
Davanti a noi abbiamo un uomo nudo dipinto nell’atto di rialzarsi. Forse è uno dei tanti amati dal pittore, forse è il tuo fidanzato, forse sono io che mi alzo dal letto. E’ l’uomo dopo che ha fatto l’amore. Il corpo, che ne ha posseduto un altro, si alza per lavarsi e per andare al bagno.
Sarà capitato a te, come a me e non dubito che sia successo a Caravaggio, ma lui lo trasforma, lo reinventa.
Amare, fare sesso sono modi diversi di sublimare la nostra voglia di morire. Finito l’amore, ci alziamo, come risorgendo. Quello non è un semplice ignudo, un povero, ma rappresenta il corpo risorto, le ossa esenti dalla morte.
Il quadro è tutto così: prendere il quotidiano, quello che il pittore poteva vedere negli anfratti di Napoli, e trasformarlo in una cosa più potente. Ed è questo poi il motivo segreto del perché scriviamo parole su parole.
In un certo senso io scrivo di te per farti del male e nel fartelo ti salvo e mi salvo. Quella schiena nuda, dopo l’amore dopo la morte, è simbolo di tutto questo. Caravaggio ha dipinto con la stessa rabbia con cui ha ucciso e io ora ci sto mettendo la medesima ferocia.
C’è un’immagine, l’ultima che cattura la mia attenzione.
Sulla destra c’è un vecchio incarcerato. Vicino a lui una giovane donna che gli porge il seno. Se guardi bene, sul grigio della barba vedi alcune macchie bianche. Sono gocce di latte che gli scivolano nell’atto della suzione. Con quest’immagine, il pittore rappresenta due diverse opere di pietà: visitare i carcerati e dare da mangiare agli affamati. E lo fa rappresentando la storia di Cimmone e di sua figlia Pero. Cimmone fu condannato a morte per fame in carcere, ma sua figlia ogni giorno andava a nutrirlo con il latte del suo seno.
Mentre guardavo questa immagine ti sei fatta in me di nuovo. Eri lì e ti ho fatto vedere il seno della donna, il suo guardarsi intorno perché non arrivi nessuno, il volto del vecchio e la sua fame vorace.
Ho sempre amato i quadri in cui la Madonna è ritratta con il seno scoperto che nutre dio bambino. Mi sembra l’unico momento pacifico del “farsi carne”. Cosa avrà provato Maria quando dio le succhiava il seno? Paura, timore? O forse niente, ma in quel momento erano solo madre e figlio, senza abissi siderali a dividerli.
Ho pensato a te e al tuo seno in quel momento e avrei voluto bere il tuo latte.
Ho immaginato che qualcuno ti avesse meritata e che fossi madre di un bimbo. Allora ti avrei chiesto di bere, l’avrei fatto come Cimmone e dio stesso, prendendo il capezzolo in bocca e dandoti piccoli strappi, leggeri.
All’inizio ti avrebbe fatto male, ma poi avresti solo detto: ti nutro.
E infine avremmo riso di quel po’ di gocce che cadendo avrebbero macchiato la maglietta, l’unica misera grazia.
di Demetrio Paolin
- Seconda mossa, Napoli
Tu cammini con me in via dei Tribunali.
Saliamo lungo la strada, io ti indico le cose come se tu ci fossi, anche se forse stai in qualche contrada nebbiosa. Ti vedo che guardi le scatole delle scarpe, ma io ti porto in questa via stretta e famosa delle budella napoletane.
E’ sera e ci sono dei sacchi dell’immondizia davanti all’androne di un palazzo. Sentiamo squittire, ma uno squittio forte, che rimbomba, vediamo muoversi la plastica e un topo ci attraversa la strada. Ecco. Sobbalzi.
“E’ un topo…”
“Sì…”
“Ma era gigante come un gatto, o una bestia strana”
“Tu ce l’hai con gli animali fantastici”
“Sì…”
“E chissà quanti topi avrà visto Caravaggio passando di qua”
E mentre ti dico questo, ti dissolvi e sparisci, perché non sei qui.
Il Pio Monte di Pietà sta in via dei Tribunali. La mattina fa diversa la città: non ci sono né topi e né ombre. Entro, tu non sei. Non ho idea di quando ti farai rivedere, vado direttamente al quadro, che è nella cappella dell’altare maggiore. Penso a Caravaggio che ha dipinto questa opera, perché fosse posizionata proprio lì. Quindi lo guardo per bene e immagino i paramenti dei preti secenteschi, i vestiti, le funzioni. Rivedo lo sfarzo potente di chi s’ingegna di convincere sé e i fedeli ad accettare la morte.
Allora mi alzo e vado fino alla balaustra e ti mostro il quadro.
Partiamo dall’alto, vuoi?
Guarda i due angeli muscolosi, potenti. Sono angeli quelli? Dipinti così, in quel modo? Non si abbracciano (anche se la guida lo dice), no quei si stanno picchiando. Caravaggio sapeva cosa voleva dire la zuffa. Conosceva le mosse che fanno i corpi in quel momento, lui stesso era uno così. La misericordia è violenta: è sopruso, è rivolgimento. Vedo gli angeli e penso a Giacobbe che combatte. Come lo racconta la Bibbia?
Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quegli disse: “Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora”. Giacobbe rispose: “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!”.
Vedi? Per essere benedetti, salvati, graziati, bisogna alzare le mani e dare dei morsi, perché la misericordia è azione violenta. Ecco il nero da cui precipitano i due con la Madonna, che tiene stretto il dio bambino. Proprio come succede nei vicoli, quando ci si mena o si sentono gli spari, e allora le donne prendono il proprio figlio e lo tengono a sé come se la loro carne fosse indistruttibile, immarcescibile al male.
Le opere di pietà sono sei, ma Caravaggio ne aggiunge una, stravolgendo la norma. (Certe volte ripenso all’Amorino addormentato e mi dico che lui ha desiderato uccidere quel bambino solo per poterlo dipingere. Ma lasciamo perdere le mie fantasie da scrittore, ti voglio parlare di questo quadro, perché alla fine di tutto c’è una cosa che ti riguarda, ma devi starmi a sentire).
Le opere di pietà, secondo il vangelo di Matteo, sono sei: visitare i carcerati, dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, curare gli infermi, dar da bere agli assetati, ospitare i pellegrini. A queste il pittore ne aggiunge una, la settima: seppellire i morti.
Sul fondo del quadro vedi due personaggi, uno con una candela e l’altro che trascina qualcosa. Se osservi bene vedi che è un morto. Scorgi i piedi, ma immagini tutto: la schiena striscia per terra, le braccia che vanno dietro e il capo a seguire i sobbalzi del selciato. Il corpo è filiforme, l’uomo è morto di inedia (i libri di storia ti raccontano che nel seicento Napoli fu decimata da carestie).
Le gambe sono magrissime, si vedono le ossa e lo sterno mostra l’arpa delle costole, che sembra suonino. Mentre ti descrivo questa scena, mi rendo conto di riscrivere Se questo è un uomo. La pagina finale, dove Primo e un suo compagno stanno riversando sulla neve la cosa Somogiy. La cosa Somogiy era un uomo, che è diventato un pezzo, magro, vuoto, grigio. E ora viene lasciato sulla neve. Vedi cosa è la misericordia? Trascinare una povera cosa, un fagotto di niente sulla terra per lasciarlo lì oppure per tumularlo con altri cento in una fossa comune.
Me lo vedo il tipo che, sacramentando con dio e parlando con l’altro, che gli regge la candela, tira il cadavere.
Uno dice all’altro: Se li seppelliamo tutti nella stessa fossa, come farà dio a riconoscerli
L’altro: Dio è potente saprà lui come.
Uno: sicuro? Se è così forte, perché allora non ci dà da mangiare?
L’altro: Che ne sai tu di dio? Che se lui vuole prende tutte le ossa e le fa risorgere.
Uno: Io dico solo che questo morto mi sembra uguale all’altro che ho portato un’ora fa. E tra qualche anno questo po’ di carne non ci sarà e saranno solo ossa. Neppure dio può distinguere…
L’altro: Dio può…
Uno: Anche il male?
L’altro: Se vuole sì anche il male. Se dio è tutto, è anche il male.
Il quadro in primo piano ha un corpo, una schiena nuda, che cattura l’attenzione di chi guarda: è l’ignudo che un giovane cavaliere, San Martino, riveste. Mentre vedo la precisione dei muscoli mi dico che quest’opera è tutta pregna di cose di questo mondo che non sono di questo mondo.
Davanti a noi abbiamo un uomo nudo dipinto nell’atto di rialzarsi. Forse è uno dei tanti amati dal pittore, forse è il tuo fidanzato, forse sono io che mi alzo dal letto. E’ l’uomo dopo che ha fatto l’amore. Il corpo, che ne ha posseduto un altro, si alza per lavarsi e per andare al bagno.
Sarà capitato a te, come a me e non dubito che sia successo a Caravaggio, ma lui lo trasforma, lo reinventa.
Amare, fare sesso sono modi diversi di sublimare la nostra voglia di morire. Finito l’amore, ci alziamo, come risorgendo. Quello non è un semplice ignudo, un povero, ma rappresenta il corpo risorto, le ossa esenti dalla morte.
Il quadro è tutto così: prendere il quotidiano, quello che il pittore poteva vedere negli anfratti di Napoli, e trasformarlo in una cosa più potente. Ed è questo poi il motivo segreto del perché scriviamo parole su parole.
In un certo senso io scrivo di te per farti del male e nel fartelo ti salvo e mi salvo. Quella schiena nuda, dopo l’amore dopo la morte, è simbolo di tutto questo. Caravaggio ha dipinto con la stessa rabbia con cui ha ucciso e io ora ci sto mettendo la medesima ferocia.
C’è un’immagine, l’ultima che cattura la mia attenzione.
Sulla destra c’è un vecchio incarcerato. Vicino a lui una giovane donna che gli porge il seno. Se guardi bene, sul grigio della barba vedi alcune macchie bianche. Sono gocce di latte che gli scivolano nell’atto della suzione. Con quest’immagine, il pittore rappresenta due diverse opere di pietà: visitare i carcerati e dare da mangiare agli affamati. E lo fa rappresentando la storia di Cimmone e di sua figlia Pero. Cimmone fu condannato a morte per fame in carcere, ma sua figlia ogni giorno andava a nutrirlo con il latte del suo seno.
Mentre guardavo questa immagine ti sei fatta in me di nuovo. Eri lì e ti ho fatto vedere il seno della donna, il suo guardarsi intorno perché non arrivi nessuno, il volto del vecchio e la sua fame vorace.
Ho sempre amato i quadri in cui la Madonna è ritratta con il seno scoperto che nutre dio bambino. Mi sembra l’unico momento pacifico del “farsi carne”. Cosa avrà provato Maria quando dio le succhiava il seno? Paura, timore? O forse niente, ma in quel momento erano solo madre e figlio, senza abissi siderali a dividerli.
Ho pensato a te e al tuo seno in quel momento e avrei voluto bere il tuo latte.
Ho immaginato che qualcuno ti avesse meritata e che fossi madre di un bimbo. Allora ti avrei chiesto di bere, l’avrei fatto come Cimmone e dio stesso, prendendo il capezzolo in bocca e dandoti piccoli strappi, leggeri.
All’inizio ti avrebbe fatto male, ma poi avresti solo detto: ti nutro.
E infine avremmo riso di quel po’ di gocce che cadendo avrebbero macchiato la maglietta, l’unica misera grazia.
di Demetrio Paolin
venerdì 29 gennaio 2010
venerdì 15 gennaio 2010
checosasonolenuvole
Dalla stazione alle strade, ubriaco, la lingua modellata da birra tiepida e scadente…passeggiando un mio fischiare senza senso…di spalle i suoi passi che richiamavano una musica antica... il vento di scirocco a contendersi con le mie labbra il gusto effimero della birra.
la fissai per altri, interminabili, secondi.
la fissai per altri, interminabili, secondi.
mercoledì 13 gennaio 2010
venerdì 8 gennaio 2010
Come in Atlantide
Lui adesso vive ad Atlantide
con un cappello pieno di ricordi
ha la faccia di uno che ha capito
e anche un principio di tristezza in fondo all'anima
nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata
e a volte ritiene di essere un eroe
Lui adesso vive in California
da 7 anni sotto una veranda ad aspettare le nuvole
è diventato un grosso suonatore di chitarre
e stravede per una donna chiamata Lisa
quando le dice tu sei quella con cui vivere
gli si forma una ruga sulla guancia sinistra
Lui adesso vive nel terzo raggio
dove ha imparato a non fare più domande del tipo
conoscete per caso una ragazza di Roma
la cui faccia ricorda il crollo di una diga?
io la incontrai un giorno ed imparai il suo nome
ma mi portò lontano il vizio dell'amore
E così pensava l'uomo di passaggio
mentre volava alto sul cielo di Napoli
rubatele pure i soldi rubatele anche i ricordi
ma lasciatele sempre la sua dolce curiosità
ditele che l'ho perduta quando l'ho capita
ditele che la perdono per averla tradita.
con un cappello pieno di ricordi
ha la faccia di uno che ha capito
e anche un principio di tristezza in fondo all'anima
nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata
e a volte ritiene di essere un eroe
Lui adesso vive in California
da 7 anni sotto una veranda ad aspettare le nuvole
è diventato un grosso suonatore di chitarre
e stravede per una donna chiamata Lisa
quando le dice tu sei quella con cui vivere
gli si forma una ruga sulla guancia sinistra
Lui adesso vive nel terzo raggio
dove ha imparato a non fare più domande del tipo
conoscete per caso una ragazza di Roma
la cui faccia ricorda il crollo di una diga?
io la incontrai un giorno ed imparai il suo nome
ma mi portò lontano il vizio dell'amore
E così pensava l'uomo di passaggio
mentre volava alto sul cielo di Napoli
rubatele pure i soldi rubatele anche i ricordi
ma lasciatele sempre la sua dolce curiosità
ditele che l'ho perduta quando l'ho capita
ditele che la perdono per averla tradita.
F.dG.
1976
martedì 5 gennaio 2010
lunedì 4 gennaio 2010
sabato 2 gennaio 2010
donne di ferro.
In famiglia eravamo in quindici, undici figli, padre madre nonna nonno. Abitavamo tutti insieme in una casa a via Giusso. Tutti gli uomini della mia famiglia, da mio nonno ai miei fratelli, hanno lavorato all’Italsider. Le donne invece restavano a casa. Il discorso metalmeccanico era un discorso solo maschile. La mia famiglia è sempre stata comunista, a quei tempi Bagnoli era tutta rossa. Mi ricordo che durante lo sciopero dei cinquanta giorni, io portavo da mangiare a mio padre che era chiuso dentro la fabbrica insieme agli altri operai. Anche mia madre era una militante del Pci, stava nella cellula La Strada. Io si può dire che so’ nata comunista a’ dint ’a panza e mammema. Noi siamo però sempre stati anche cattolici, perché un comunista può essere anche cattolico. A essere sincera devo dire che io mi sono avvicinata davvero al partito quando ero già sposata, l’ho fatto per capire mio marito, la sua passione. Gli uomini a quei tempi parlavano poco quando tornavano a casa. Erano sempre stanchi. Le donne hanno cominciato a sapere di quello che succedeva dentro la fabbrica solo quando è arrivata la crisi, e allora sono scese in piazza insieme ai mariti, ai figli.
La fabbrica noi l’avevamo dentro casa. La polvere nera era dappertutto, sul balcone, dentro le camere da letto, nella pelle. Sì, nella pelle. Le ginocchia dei miei figli le dovevo lavare con la retina per farle tornare pulite. Queste inferriate per farle rimanere bianche le pulivo tutti i giorni. I panni erano sempre neri, quanti corredi ci hanno rimesso le donne di Bagnoli. Dint’ a stu palazzo tenimmo tutte ’e rini a piezze, stevomo sempe a puluzza’ . A quei tempi non lo sapevamo che quella polvere nera faceva male. Gli uomini spesso tossivano, c’erano casi di silicosi, ma noi non ci lamentavamo mai. E pure quando ce lo dicevano che faceva male, che dovevamo fare? quello per noi era pane, l’unico pane sicuro. La fabbrica per noi era tutto. Quando l’hanno chiusa è stato un lutto che non si può raccontare, in tutte le famiglie si stava male, si viveva quel momento piangendo. Tanti uomini sono entrati in depressione. A 50 anni sei ancora giovane, non te ne puoi stare con le mani in mano. Mio marito se l’è cavata solo perché aveva il partito. Per il marito di mia sorella invece è stato un brutto colpo, lui aveva solo il lavoro. È stata una grande sconfitta per tutti: avevamo lottato per non far chiudere la fabbrica, anche noi donne scendevamo in piazza. Scioperi, assemblee, picchetti di notte. Con un gruppo di donne andavamo casa per casa a fare volantinaggio. Molte di noi sono andate pure a Bruxelles; io no, perché avevo 3 figli, e non li potevo lasciare soli. Quelli sono stati momenti difficili ma anche bellissimi, stavamo tutti insieme, ci aiutavamo l’un l’altro.
Uno dei ricordi più belli della fabbrica per me è stato l’8 marzo in fabbrica, gli operai ci facettero trova’ ’e mimos’, gli uomini fecero pure una gara di cucina, alla fine vinse mio marito con un meraviglioso risotto ai funghi. Tengo ancora le foto con Franco vestito da cuoco. Erano venuti a suonà da Pomigliano e’ Zezi. Poi ci fu il discorso del sindaco, il primo sindaco comunista. Valenzi iniziò il discorso come faceva Berlinguer: “Care compagne…”. Era una cosa quel care compagne che ti faceva emozionare tutta. Ti faceva venire la pelle d’oca, perché in effetti la donna a quel tempo non era considerata assai.
Oggi il discorso sulla società industriale non gode di buona salute. Nessuno ne parla più, eppure è passato così poco. Il mondo delle grandi industrie va spegnendosi sotto i colpi di un sistema lavorativo, sociale, culturale, flessibile, atemporale e aspaziale, che ha scardinato il precedente mondo del lavoro e le sue griglie interpretative e di collocazione. Anche gli studi sulla fabbrica conoscono sempre meno fortuna:
l’industria, le sue donne e i suoi uomini sono stati abbandonati, dimessi, vinti dai cambiamenti del mercato e delle ideologie. La loro voce si è fatta sempre più labile di fronte alla fine di quel sistema economico e di valori, ma basta tendere l’orecchio che è possibile sentire ancora le sirene degli stabilimenti, la fatica del lavoro, i canti delle grandi manifestazioni così come vengono ricordati da quel mondo di vinti, che è il mondo della fabbrica.
Maria Scherillo
racconto tratto da
"Donne di ferro. Racconti dell’Ilva Italsider"
di Renata Pepicelli
Edizioni Mesogea
La fabbrica noi l’avevamo dentro casa. La polvere nera era dappertutto, sul balcone, dentro le camere da letto, nella pelle. Sì, nella pelle. Le ginocchia dei miei figli le dovevo lavare con la retina per farle tornare pulite. Queste inferriate per farle rimanere bianche le pulivo tutti i giorni. I panni erano sempre neri, quanti corredi ci hanno rimesso le donne di Bagnoli. Dint’ a stu palazzo tenimmo tutte ’e rini a piezze, stevomo sempe a puluzza’ . A quei tempi non lo sapevamo che quella polvere nera faceva male. Gli uomini spesso tossivano, c’erano casi di silicosi, ma noi non ci lamentavamo mai. E pure quando ce lo dicevano che faceva male, che dovevamo fare? quello per noi era pane, l’unico pane sicuro. La fabbrica per noi era tutto. Quando l’hanno chiusa è stato un lutto che non si può raccontare, in tutte le famiglie si stava male, si viveva quel momento piangendo. Tanti uomini sono entrati in depressione. A 50 anni sei ancora giovane, non te ne puoi stare con le mani in mano. Mio marito se l’è cavata solo perché aveva il partito. Per il marito di mia sorella invece è stato un brutto colpo, lui aveva solo il lavoro. È stata una grande sconfitta per tutti: avevamo lottato per non far chiudere la fabbrica, anche noi donne scendevamo in piazza. Scioperi, assemblee, picchetti di notte. Con un gruppo di donne andavamo casa per casa a fare volantinaggio. Molte di noi sono andate pure a Bruxelles; io no, perché avevo 3 figli, e non li potevo lasciare soli. Quelli sono stati momenti difficili ma anche bellissimi, stavamo tutti insieme, ci aiutavamo l’un l’altro.
Uno dei ricordi più belli della fabbrica per me è stato l’8 marzo in fabbrica, gli operai ci facettero trova’ ’e mimos’, gli uomini fecero pure una gara di cucina, alla fine vinse mio marito con un meraviglioso risotto ai funghi. Tengo ancora le foto con Franco vestito da cuoco. Erano venuti a suonà da Pomigliano e’ Zezi. Poi ci fu il discorso del sindaco, il primo sindaco comunista. Valenzi iniziò il discorso come faceva Berlinguer: “Care compagne…”. Era una cosa quel care compagne che ti faceva emozionare tutta. Ti faceva venire la pelle d’oca, perché in effetti la donna a quel tempo non era considerata assai.
Oggi il discorso sulla società industriale non gode di buona salute. Nessuno ne parla più, eppure è passato così poco. Il mondo delle grandi industrie va spegnendosi sotto i colpi di un sistema lavorativo, sociale, culturale, flessibile, atemporale e aspaziale, che ha scardinato il precedente mondo del lavoro e le sue griglie interpretative e di collocazione. Anche gli studi sulla fabbrica conoscono sempre meno fortuna:
l’industria, le sue donne e i suoi uomini sono stati abbandonati, dimessi, vinti dai cambiamenti del mercato e delle ideologie. La loro voce si è fatta sempre più labile di fronte alla fine di quel sistema economico e di valori, ma basta tendere l’orecchio che è possibile sentire ancora le sirene degli stabilimenti, la fatica del lavoro, i canti delle grandi manifestazioni così come vengono ricordati da quel mondo di vinti, che è il mondo della fabbrica.
Maria Scherillo
racconto tratto da
"Donne di ferro. Racconti dell’Ilva Italsider"
di Renata Pepicelli
Edizioni Mesogea
mercoledì 30 dicembre 2009
martedì 29 dicembre 2009
n#7
comincio io con una lettera di quattro anni fa.
quando bisognava inventarsi uno stile d'altri tempi che permettesse di pensare a quel dolore come qualcosa appartenente ad un mondo distante, non reale
Ma ditemi di voi. Dalle vostre poche battute non apprendo granchè a questo proposito. Vi confesso la mia preoccupazione. Al momento le giornate trascorrono un po’ vaghe, immerse in una sorta di gradevole tedio.
Fino a poco tempo fa di mattino mia madre mi accompagnava fino alle stazioni più vicine. Arrivavo solitamente al lungomare molto presto, quando i vapori di nebbia salgono ancora dal mare e la luce dell’aurora si distende come una patina opaca e sottile sulla superficie dell’acqua. Sapete, questa è l’ora più bella per ascoltare il fruscio della risacca che, pigramente, risorge dalle ombre della notte. Gli autunni marini a volte sanno essere terribilmente avari, perché in quei momenti la dolcezza raggiunge limiti estremi e voi non ci siete accanto.
Le mie forze stanno sciogliendosi giorno dopo giorno e da qualche tempo non ci ritorno più così presto lì, è come uno schianto ad ogni alba. Vorrei restare a letto ma ho paura anche di quello.
Vedete, quando chiudiamo gli occhi abbiamo l’illusione che anche il nostro dolore riposi insieme con noi. Nel regno del sonno ogni cosa diviene più lieve, ma anche più profonda, smisuratamente immensa. Non v’è nulla di così grave come un’ombra. Nessun altro peso altrettanto penoso e insostenibile. Le ombre tacciono, permettono i nostri tormenti. E’ la vita ciò che occorre interrogare, la vita ciò che conta sempre e in ogni caso.
Il tempo non ci appartiene mai realmente, ma è nella certezza del suo accadere infinito che noi riponiamo la speranza. questo è il mio sogno.
Oh quanta voglia avrei di avervi qui, in questo momento! Quanto bisogno delle vostre carezze e dei vostri baci! Quanta brama di poter toccare la vostra pelle e di sciogliervi i capelli. Quanto desiderio di farvi capire, di non arrecarvi mai più tristezza! Ma come riuscirci?
So bene di non bastarvi. Spero possiate trovare un posto anche per me nei vostri pensieri
Per adesso vi bacio, vostro
b.
Schiume
Con il mio corpo sulle spalle -
sangue dal naso contro la nuca,
bava verde sopra la tua mano -
discenderai questa montagna, Rainer:
vico della Calce, vico della Neve,
vico Cimitile, vico Filatoio,
epperò
tutt'a sghimbescio, tutto sottosopra,
specchio capovolto nella rètina dell'occhio,
cono rovesciato
la stanza sarà vuota come prima, senza me -
vuoto, altrettanto, il cunicolo di luce
la tana della poesia al terzo piano.
Avanzerai ingobbito, tu, al posto mio,
sotto il peso di un grifone a quattro teste -
mon cadavre -
piume ed artigli impallinati,
piombo scarlatto sulle lingue penzolanti.
Navi entreranno a Babilonia
su per le scalette, malsicure e puzzolenti,
degli embargos di Toledo:
spugna, la mia pelle, saliva, la scrittura:
sarò buono da mangiare alla Tavola dei Poveri -
festa di santa Maria - Cannibala -
occhi scuri, scuri, tragici, Medea.
sangue dal naso contro la nuca,
bava verde sopra la tua mano -
discenderai questa montagna, Rainer:
vico della Calce, vico della Neve,
vico Cimitile, vico Filatoio,
epperò
tutt'a sghimbescio, tutto sottosopra,
specchio capovolto nella rètina dell'occhio,
cono rovesciato
la stanza sarà vuota come prima, senza me -
vuoto, altrettanto, il cunicolo di luce
la tana della poesia al terzo piano.
Avanzerai ingobbito, tu, al posto mio,
sotto il peso di un grifone a quattro teste -
mon cadavre -
piume ed artigli impallinati,
piombo scarlatto sulle lingue penzolanti.
Navi entreranno a Babilonia
su per le scalette, malsicure e puzzolenti,
degli embargos di Toledo:
spugna, la mia pelle, saliva, la scrittura:
sarò buono da mangiare alla Tavola dei Poveri -
festa di santa Maria - Cannibala -
occhi scuri, scuri, tragici, Medea.
mercoledì 23 dicembre 2009
boulevard
Pensare per coppie pare che sia una necessità. Non si può dire caldo senza pensare al freddo, bianco senza coinvolgere il nero. Qualche volta le coppie sono del tutto arbitrarie.
Da bambino, a pochi anni di distanza dalla fine della prima guerra mondiale, quando sentivo dire “trento e trieste” vedevo due città sorelle, una sulla riva destra l’altra sulla riva sinistra di un fiume, con un ponte in mezzo. Il fiume era il Piave (molti dicevano ancora La Piave). Credo che molta gente continui a pensare “trento e trieste” allo stesso modo infantile.
Un'altra coppia arbitraria è “Grimm e Andersen”. Arbitraria come “trento e trieste”, ma anche di più, se non altro perché i Grimm erano in due, Jakob e Wilhelm, già per conto loro.
Una volta nel 1845, Andersen andò in Germania e si fece presentare a Jakob Grimm. “Chi è lei? Cosa ha scritto?” domandò il tedesco. “Fiabe”, rispose il danese, “ma lei deve conoscermi; è stata pubblicata una raccolta di fiabe di tutto il mondo dedicata a lei, in cui è riportata anche una mia fiaba…”. “Bene”, riprese il tedesco, “ma io quel libro non l’ho letto”!.
In seguito Andersen ottenne la sospirata amicizia dei due famosi fratelli che ignoravano ancora quanto lui fosse, a sua volta, famoso. Resta il valore simbolico dell’aneddoto: voi chi siete? si potrebbero domandare a vicenda le fiabe di Andersen e Grimm, e se alcune di loro potrebbero scoprirsi lontanamente parenti, in maggioranza sono estranee.
I Grimm raccolsero le loro fiabe dalla bocca del popolo tedesco, in un particolare momento del Romanticismo, anche se per fortuna non si comportarono da freddi scienziati del folklore.
Andersen raccontò a sua volta qualcuna delle fiabe ascoltate da bambino riportate nel libero ricordo della sua memoria; ma il corpus magnum delle sue fiabe se lo è tirato fuori, pagina per pagina, dalla sua fantasia e dalla sua vita.
I lettori hanno diritto, naturalmente, di disinteressarsi del processo che ha portato al prodotto finito...
Gianni Rodari
Prefazione dell’edizione del 1970 a
Fiabe – Hans Christian Andersen (Einaudi, 1954)
Da bambino, a pochi anni di distanza dalla fine della prima guerra mondiale, quando sentivo dire “trento e trieste” vedevo due città sorelle, una sulla riva destra l’altra sulla riva sinistra di un fiume, con un ponte in mezzo. Il fiume era il Piave (molti dicevano ancora La Piave). Credo che molta gente continui a pensare “trento e trieste” allo stesso modo infantile.
Un'altra coppia arbitraria è “Grimm e Andersen”. Arbitraria come “trento e trieste”, ma anche di più, se non altro perché i Grimm erano in due, Jakob e Wilhelm, già per conto loro.
Una volta nel 1845, Andersen andò in Germania e si fece presentare a Jakob Grimm. “Chi è lei? Cosa ha scritto?” domandò il tedesco. “Fiabe”, rispose il danese, “ma lei deve conoscermi; è stata pubblicata una raccolta di fiabe di tutto il mondo dedicata a lei, in cui è riportata anche una mia fiaba…”. “Bene”, riprese il tedesco, “ma io quel libro non l’ho letto”!.
In seguito Andersen ottenne la sospirata amicizia dei due famosi fratelli che ignoravano ancora quanto lui fosse, a sua volta, famoso. Resta il valore simbolico dell’aneddoto: voi chi siete? si potrebbero domandare a vicenda le fiabe di Andersen e Grimm, e se alcune di loro potrebbero scoprirsi lontanamente parenti, in maggioranza sono estranee.
I Grimm raccolsero le loro fiabe dalla bocca del popolo tedesco, in un particolare momento del Romanticismo, anche se per fortuna non si comportarono da freddi scienziati del folklore.
Andersen raccontò a sua volta qualcuna delle fiabe ascoltate da bambino riportate nel libero ricordo della sua memoria; ma il corpus magnum delle sue fiabe se lo è tirato fuori, pagina per pagina, dalla sua fantasia e dalla sua vita.
I lettori hanno diritto, naturalmente, di disinteressarsi del processo che ha portato al prodotto finito...
Gianni Rodari
Prefazione dell’edizione del 1970 a
Fiabe – Hans Christian Andersen (Einaudi, 1954)
lunedì 21 dicembre 2009
la favola è dentro di me
martedì 8 dicembre 2009
domenica 6 dicembre 2009
dalla parte del coltello
luna domenicale-io se sono vivo lo sono in questa terra-lo sono per la gioia di conoscerla-e darmi ad essa-per averla
militanz
Nell'era postmoderna, quando la figura del popolo si dissolve, il militante è colui che meglio esprime la vita della moltitudine. il militante è l'agente della produzione biopolitica e della resistenza contro l'Impero.
Quando diciamo militante, non pensiamo al triste ascetico agente della Terza Internazionale, la cui anima era profondamente impregnata dalla ragion di stato sovietica, nello stesso modo in cui la volontà del papa gravava sui cuori dei cavalieri della Compagnia di Gesù.
Non intendiamo qualcuno che agisce per dovere e disciplina e che pretende di dedurre le proprie azioni da un piano ideale.
Intendiamo, al contrario, qualcuno che è molto ai combattenti comunisti delle rivoluzioni del XX secolo, agli intellettuali perseguitati ed esiliati nel corso delle lotte antifasciste, ai repubblicani della Guerra Civile spagnola e a coloro che parteciparono ai movimenti di resistenza in Europa, a coloro che hanno lottato per la libertà in tutte le guerre anticoloniali e antimperialiste.
Un prototipo di questa figura rivoluzionaria è il militante agitatore degli Industrial Workers of the World. I Wobbly diedero vita ad associazioni di lavoratori costruite dal basso attraverso continue agitazioni e, con questa forma di organizzazione, costituirono un pensiero utopico e una conoscenza rivoluzionaria.
Il militante era il protagonista principale della "lunga marcia" dell'emancipazione del lavoro tra XIX e XX secolo: una creativa singolarità in quel gigantesco movimento collettivo che fu la lotta di classe operaia.
In questo lungo periodo, l'attività del militante consisteva, prima di tutto, in una serie di pratiche di resistenza contro lo sfruttamento capitalistico in fabbrica e nella società. Essa consisteva, inoltre (attraverso, ma anche oltre la resistenza) in una costruzione collettiva e nell'esercizio di un contropotere capace di destrutturare il potere capitalistico e di contrapporgli un programma alternativo di governo.
Il militante organizzava le lotte contro il cinismo della borghesia, l'alienazione monetaria, l'espropriazione della vita, lo sfruttamento del lavoro e la colonizzazione degli affetti. l'insurrezione era l'orgoglioso emblema del militante. Nella tragica storia delle lotte comuniste il militante fu ripetutamente martirizzato. Talvolta, ma non tanto spesso, le normali strutture dello stato di diritto potevano essere sufficienti per i compiti repressivi volti alla distruzione del contropotere. Quando però si rivelavano insufficienti, i fascisti e le guardi bianche dello stato del terrore - o le mafie nere al servizio dei capitalismi "democratici" - venivano invitati a dare una mano per rafforzare le strutture repressive legali.
Oggi, dopo troppe vittorie del capitalismo, dopo che le illusioni del socialismo sono definitivamente sfumate, e dopo che la violenza capitalistica contro il lavoro è stata solidificata sotto il nome di ultra-liberismo, perchè risorgono ancora le istanze della militanza, perchè si sono approfondite le resistenze, e come mai le lotte riemergono continuamente con rinnovato vigore ? Occorre sottolineare immediatamente che questa nuova militanza non è una replica delle formule organizzative della vecchia classe operaia rivoluzionaria. Oggi, il militante non pretende neanche di essere rappresentativo, neppure dei fondamentali bisogni umani degli sfruttati.
Oggi, la militanza politica rivoluzionaria deve riscoprire quella che è sempre stata la sua forma originaria: un'attività costituente e non rappresentativa. Oggi, la militanza è una pratica positiva, costruttiva e innovatrice. Questa è la forma in cui noi e tutti coloro che si rivoltano contro il comando del capitale si riconoscono come militanti. I militanti reagiscono al comando dell'Impero creativamente. In altri termini, la resistenza è immediatamente collegata con un investimento costitutivo nel mondo biopolitico, volto alla creazione di dispositivi cooperativi di produzione e di comunità. Questa è la grande novità della militanza contemporanea: essa recupera le virtù dell'azione insurrezionale maturate in duecento anni di esperienze sovversive, ma, nello stesso tempo, è legata a un mondo nuovo, un mondo che non conosce un al di fuori. La militanza conosce solo un dentro, la vitale ed ineluttabile partecipazione al complesso delle strutture sociali senza alcuna possibilità di trascenderle. Il dentro è, allora, la cooperazione produttiva dell'intellettualità di massa e delle reti degli affetti, la produttività della biopolitica postmoderna. Questa militanza resiste nei contropoteri e si ribella proiettandosi in un progetto d'amore.
C'è un'antica leggenda che potrebbe illuminare la vita futura della militanza comunista: la leggenda di san Francesco di Assisi. Vediamo quale fu la sua impresa. Per denunciare la povertà della moltitudine ne adottò la condizione comune e vi scoprì la potenza ontologica di una nuova società. Il militante comunista fa lo stesso nel momento in cui identifica nella condizione comune della moltitudine la sua enorme ricchezza. In opposizione al capitalismo nascente, Francesco rifiutava qualsiasi disciplina strumentale, e alla mortificazione della carne (nella povertà e nell'ordine costituito) egli contrapponeva una vita gioiosa che comprendeva tutte le creature e tutta la natura: gli animali, sorella luna, fratello sole, gli uccelli dei campi, gli uomini sfruttati e i poveri, tutti insieme contro la volontà di potere e la corruzione. Nella postmodernità, ci troviamo ancora nella situazione di Francesco a contrapporre la gioia di essere alla miseria del potere. Si tratta di una rivoluzione che sfuggirà al controllo, poichè il biopotere e il comunismo, la cooperazione e la rivoluzione restano insieme semplicemente nell'amore, e con innocenza. Queste sono la chiarezza e la gioia di essere comunisti.
t.n.
Quando diciamo militante, non pensiamo al triste ascetico agente della Terza Internazionale, la cui anima era profondamente impregnata dalla ragion di stato sovietica, nello stesso modo in cui la volontà del papa gravava sui cuori dei cavalieri della Compagnia di Gesù.
Non intendiamo qualcuno che agisce per dovere e disciplina e che pretende di dedurre le proprie azioni da un piano ideale.
Intendiamo, al contrario, qualcuno che è molto ai combattenti comunisti delle rivoluzioni del XX secolo, agli intellettuali perseguitati ed esiliati nel corso delle lotte antifasciste, ai repubblicani della Guerra Civile spagnola e a coloro che parteciparono ai movimenti di resistenza in Europa, a coloro che hanno lottato per la libertà in tutte le guerre anticoloniali e antimperialiste.
Un prototipo di questa figura rivoluzionaria è il militante agitatore degli Industrial Workers of the World. I Wobbly diedero vita ad associazioni di lavoratori costruite dal basso attraverso continue agitazioni e, con questa forma di organizzazione, costituirono un pensiero utopico e una conoscenza rivoluzionaria.
Il militante era il protagonista principale della "lunga marcia" dell'emancipazione del lavoro tra XIX e XX secolo: una creativa singolarità in quel gigantesco movimento collettivo che fu la lotta di classe operaia.
In questo lungo periodo, l'attività del militante consisteva, prima di tutto, in una serie di pratiche di resistenza contro lo sfruttamento capitalistico in fabbrica e nella società. Essa consisteva, inoltre (attraverso, ma anche oltre la resistenza) in una costruzione collettiva e nell'esercizio di un contropotere capace di destrutturare il potere capitalistico e di contrapporgli un programma alternativo di governo.
Il militante organizzava le lotte contro il cinismo della borghesia, l'alienazione monetaria, l'espropriazione della vita, lo sfruttamento del lavoro e la colonizzazione degli affetti. l'insurrezione era l'orgoglioso emblema del militante. Nella tragica storia delle lotte comuniste il militante fu ripetutamente martirizzato. Talvolta, ma non tanto spesso, le normali strutture dello stato di diritto potevano essere sufficienti per i compiti repressivi volti alla distruzione del contropotere. Quando però si rivelavano insufficienti, i fascisti e le guardi bianche dello stato del terrore - o le mafie nere al servizio dei capitalismi "democratici" - venivano invitati a dare una mano per rafforzare le strutture repressive legali.
Oggi, dopo troppe vittorie del capitalismo, dopo che le illusioni del socialismo sono definitivamente sfumate, e dopo che la violenza capitalistica contro il lavoro è stata solidificata sotto il nome di ultra-liberismo, perchè risorgono ancora le istanze della militanza, perchè si sono approfondite le resistenze, e come mai le lotte riemergono continuamente con rinnovato vigore ? Occorre sottolineare immediatamente che questa nuova militanza non è una replica delle formule organizzative della vecchia classe operaia rivoluzionaria. Oggi, il militante non pretende neanche di essere rappresentativo, neppure dei fondamentali bisogni umani degli sfruttati.
Oggi, la militanza politica rivoluzionaria deve riscoprire quella che è sempre stata la sua forma originaria: un'attività costituente e non rappresentativa. Oggi, la militanza è una pratica positiva, costruttiva e innovatrice. Questa è la forma in cui noi e tutti coloro che si rivoltano contro il comando del capitale si riconoscono come militanti. I militanti reagiscono al comando dell'Impero creativamente. In altri termini, la resistenza è immediatamente collegata con un investimento costitutivo nel mondo biopolitico, volto alla creazione di dispositivi cooperativi di produzione e di comunità. Questa è la grande novità della militanza contemporanea: essa recupera le virtù dell'azione insurrezionale maturate in duecento anni di esperienze sovversive, ma, nello stesso tempo, è legata a un mondo nuovo, un mondo che non conosce un al di fuori. La militanza conosce solo un dentro, la vitale ed ineluttabile partecipazione al complesso delle strutture sociali senza alcuna possibilità di trascenderle. Il dentro è, allora, la cooperazione produttiva dell'intellettualità di massa e delle reti degli affetti, la produttività della biopolitica postmoderna. Questa militanza resiste nei contropoteri e si ribella proiettandosi in un progetto d'amore.
C'è un'antica leggenda che potrebbe illuminare la vita futura della militanza comunista: la leggenda di san Francesco di Assisi. Vediamo quale fu la sua impresa. Per denunciare la povertà della moltitudine ne adottò la condizione comune e vi scoprì la potenza ontologica di una nuova società. Il militante comunista fa lo stesso nel momento in cui identifica nella condizione comune della moltitudine la sua enorme ricchezza. In opposizione al capitalismo nascente, Francesco rifiutava qualsiasi disciplina strumentale, e alla mortificazione della carne (nella povertà e nell'ordine costituito) egli contrapponeva una vita gioiosa che comprendeva tutte le creature e tutta la natura: gli animali, sorella luna, fratello sole, gli uccelli dei campi, gli uomini sfruttati e i poveri, tutti insieme contro la volontà di potere e la corruzione. Nella postmodernità, ci troviamo ancora nella situazione di Francesco a contrapporre la gioia di essere alla miseria del potere. Si tratta di una rivoluzione che sfuggirà al controllo, poichè il biopotere e il comunismo, la cooperazione e la rivoluzione restano insieme semplicemente nell'amore, e con innocenza. Queste sono la chiarezza e la gioia di essere comunisti.
t.n.
sabato 5 dicembre 2009
Il cielo di Danimarca
E' la Luna
un mulino a vento di un qualche Cervantes,
meta stanca e consunta del poeta,
il fruscio materno di lenzuola rimboccate,
o forse giacigli duri e freddi di marmo e cartone,
per strada.
Luna dei perdenti,
di chi ha scelto di non vincere,
dei sogni d'un prigioniero,
dei prigionieri d'un sogno.
di Dio e della sua impostura,
delle troie luride del suo regime,
la luna dei matti a raccoglier cicche spente dall'asfalto.
E' la Luna
sulle ceneri d'un tramonto,
nella polvere di fango d'un ideale,
nel finestrino dell’ultimo posto infondo
d’un fottutissimo pullman,
la luna dei viados e dei desaparecidos,
dei senza volto sulle strade del mondo,
delle canne lucide delle loro p38 in tasca,
di chi non sa mentire alla propria libertà.
La Luna chiara delle bombe su Belgrado,
delle sue grida di morte calcolata e necessaria,
la Luna dei macete ad Algeri,
del piombo di stato a Realidad,
la Luna di una vita derisa e svenduta
sui cellulari sudici di Wall-Street.
La Luna puttana del maledettissimo giorno
in cui te ne sei andata
seguita dalla scia dei miei sogni in frantumi
e dal sogno pulito del tuo dolore.
La luna della notte in cui sarò io a partire
e mi seguirai
senza troppi perchè
seguirai se vorrai anche la gioia del mio pianto,
la gioia di questa mia guerra,
il mio amore infinito per i tuoi passi.
un mulino a vento di un qualche Cervantes,
meta stanca e consunta del poeta,
il fruscio materno di lenzuola rimboccate,
o forse giacigli duri e freddi di marmo e cartone,
per strada.
Luna dei perdenti,
di chi ha scelto di non vincere,
dei sogni d'un prigioniero,
dei prigionieri d'un sogno.
di Dio e della sua impostura,
delle troie luride del suo regime,
la luna dei matti a raccoglier cicche spente dall'asfalto.
E' la Luna
sulle ceneri d'un tramonto,
nella polvere di fango d'un ideale,
nel finestrino dell’ultimo posto infondo
d’un fottutissimo pullman,
la luna dei viados e dei desaparecidos,
dei senza volto sulle strade del mondo,
delle canne lucide delle loro p38 in tasca,
di chi non sa mentire alla propria libertà.
La Luna chiara delle bombe su Belgrado,
delle sue grida di morte calcolata e necessaria,
la Luna dei macete ad Algeri,
del piombo di stato a Realidad,
la Luna di una vita derisa e svenduta
sui cellulari sudici di Wall-Street.
La Luna puttana del maledettissimo giorno
in cui te ne sei andata
seguita dalla scia dei miei sogni in frantumi
e dal sogno pulito del tuo dolore.
La luna della notte in cui sarò io a partire
e mi seguirai
senza troppi perchè
seguirai se vorrai anche la gioia del mio pianto,
la gioia di questa mia guerra,
il mio amore infinito per i tuoi passi.
venerdì 4 dicembre 2009
domenica 29 novembre 2009
lunedì 16 novembre 2009
Bordello di mare con città
Alle anime compagne del mio esilio-
ai colombi viaggiatori-
a l'esprit de finesse che respira questa landa:
a Herr Goethe
a Monsieur de la Martine,
a Virgilio,
a Lucrezio.
ai piccoli roditori di cuori e di tutto
un popolo . una folla
che adora la coccarda di Rousseau
alla Vergine del Carmine , stella maris,
diga della peste e del colera-
agli oscuri monaci delle biblioteche dei Gerolomini,
ai labirinti delle Fontanelle,
al gelo delle ossa di Lucia.
alla dolce nuca di Lenor,
stelo reciso di corolla sotto mannaia:
eccovi l'ECO , la mia
ultima limatura di verso ,
bbona crianza , mmerda,
menate dint'e cantere p' a via
settimo di sette anelli fratelli,
bodas de sangre , nozze maschili,
brindisi al risorgimento!
Cca vuie perdite o tiempo e a serenata:
nisciun o sape, nisciun o sape
Sol'a luna rossa cu nu bavero aizato.....
ma ci siamo amati , ci siamo molto amati
e questi vicoli cattivi , questo ventre di janara
alla fine hanno vinto sul mio cuore,
sul fiele dei miei occhi ,e dei miei nervi
"Dulce et decorum est pro patria mori"
e io pe tte mmoro, pe tte mmoro-
CCa vuie perdite o tiempo e a serenata:
niscuno o sape , nisciuno o sape
sol'a luna cu nu bavero aizato
ma ci siamo amati , ci siamo molto amati.
pe ll'aria e l'Anticaglia
pe copp'e loggie, pe sotte e panne stise,
mo' hann'a vula' sti ccart'e musica,
tutte sti nire accord'e cuncertino.........
brutta , sporca lurida chiavica citta'!
brutta , sporca lurida chiavica zoccola citta'!
brutta , sporca lurida chiavica zocola
immondissima citta'!
Casino delle sirene ,
scuoglio de malevestute,
azzurro arenile infame!
Nisciun esamentro , nisciun spondeo ,
nisciun verso alessandrino,
nessuna gloria di parola di Bisanzio,
nessuna innocenza , nessuna purezza estratte
dai fuochi dei roghi poetici
potranno mai competere coi fumi , coi miasmi,
con i mal odori delle tue viscere ammalate,
col tuo fegato di splendida puttana ,
infetto da dissenteria,
Con i tuoi palazzi a spuntatore ,
rifugio de' mariuole a ghiuorno e nnotte
con i tuoi portoni nobili ed umidi
del piscio dei gatti e dei cristiani
del tuo arco trionfale a Sant'Eligio ,
sotto il quale si accucciano cane
vecchie straccione, pe' durmi' ,
e femmene senza marito a parturi',
piglianne loro stesse 'e criature cu e mmane,
tagliannese o curdone cu e diente , senza vammana,
manco fossero nu cierro e capille
o n'ogna piccerella, incarnata ,
ca fa' male, ca martella.......
Bestie bestie bestie
Nisciuna bestia è chi bestia e vuje
Nisciune animale è chiù animale e vuje, campanno
E scenneno zuoppe e sciancate, cecate
Creature cu tre cape, senza cosce, cu ciente vracce
A raggiera
dint a sti viche
Pe sta fenesta senza scuorno, annure
Tale e quale o sole, ca pure isso senza scuorno
Annuro, comm’a n’anema avvilita ma innocente
Se fa sentì a matin
tra ll’evera bbona e l’evera malament
Tanto amore, tanta devozione del Creato è inutile!
Nun passa suspiro e morte ca vuje nun o ingannate
Stirpe di sodomiti, imbroglioni dal sorriso nero
Popolo e magnapignatte
Ce simme astrignute a sangue
Cu nu sortilegio
Quand’eremo piccirille
Ce simme ruciliat’ pe rocce d’a cava e sant’Echia
Scarraffune o nu vaso
Pe chi perdeva a lotta, per chi ferneva a sott’
E mo?
E mo' tutto e' fernuto
.Tutto cantato e' stato.
Ah , nun t'avuta' , nun t'avuta'
nun guarda' ll'acqua d'ammore sporca 'e saittella!
nun guarda' ll'onna d'o maciello ca o cielo j e vierne,
comm'a na baldracca presuntuosa , cerca 'e se ffa bella:
genuflesso so' e criature j e giuramente, a ggiuoco.
e nun t'annasconnere: io songhe ll'uocchie,
nun me chiamma' pe nnomme: io song ll'uocchie,
nu marci dint'o silenzio senza t'arricurda' cca io t'aggio dato:
ll'uocchie,ll'uocchie.
Arint’ a Stella è già ncopp a Stella: chi è che non lo sa?
Arint’ a Stella, ccà:
ultimo, assolato mio ostello: non più paterno ne vago
mia assolata morte. Marcire. Complotto contro di me.
E scendo per arterie e per vene, giù per la finestra
per sguardi
ruscelli di pietra e di sangue:
Vico della Calce, vico della Neve,
vico Santa Maria della Purità,
Vico Cimitile, vico del Filatoio
Vico Santa Margherita a Fonseca
E al centro, l’ultimo grano del rosario
Vicolo del Pero
Slargo 'ro Calvario, giardino aizato sopra fogne secolari angioine.
Dentro la Stella è già la Stella.
Cchiù ncopp e chest ce sta sulo
o quartiere de muorte’, o vico storto e tutt’e santi.
Indifferente agonia, il mio cuore batte da solo.
Qui finisco io e non avrò rimembranze scintillanti.
Yes, questa, nero di seppia, è a litoranea chiara
Chesta, a marina dei Ciechi
da Vigliena fino a Resina,
fine 'e scoglie' 'e cala de Spiriti
'llabbascio e sirene sotto o' palazzo
sotto Donn’Anna
è tutto nu ciato e varricchina,
uno sciogliersi turco di rancido odore di caffè,
ca nun fa mai penzà all’ammore
bensì a un delitto, a un folle atto di violenza.
Le navi entreranno a Babilonia
su per le scalette, malsicure e puzzolenti,
degli embargos di Toledo
e nuie sperimentammo c’o Sole,
signore dei cani,
l’ozioso ricordo dei Ciclopi – Cateratta
magiche capre di Ulisse,
i poeti fucilati nel culo in qualche anarchica rivoluzione
a piazza Mercato..
Che vulite? C’è rimasto sul’ chest’
o' ritmo da lengua.
A rumba de parole
O nanianià dei Perdigiorno.
Sono venuto qui con te
In questo stretto cunicolo di sole, al terzo piano
Arrampicandoci per un dedalo di vicoli e viuzze, tutte
In salita,
verso un monte, certo non il Tabor, ma faticoso come il Golgota,
interminabile, come un voto di salute.
qui che sono facile preda ANCHE delle mosche
Per questo sedicente popolo del sole
E dunque vivo nella discrezione o meglio nel segreto
Di me più assoluto
Da qui da questa tana appena più sotto del cielo
Da questa feritoia di luce scavata nel brulicante e opaco
Ammasso dei corpi-
Tra questa odiosissima e accalorata plebe-
Disposta verticalmente come una torre di carne su su
Fino ai miei piedi
Da qui, da questa tana appena più sotto del cielo
da questa feritoia di luce scavata nel brulicante e opaco
tra questa odiosissima e accalorata plebe
- ammasso di carne -
disposta verticalmente come una torre su su
fino ai miei piedi,
da qui mi è difficile scorgere la Baia. Impossibile.
Scrivo allora che tra l'isola di Procida e il capo di Posillipo, che non vedo,
si e' tragicamente smarrita, arenata , la mia immaginazione.
Rien ne va plus: sto diventando cieco ANCHE nella fantasia dell'infinito.
antro delle sirene, dicono, conchiglia del mito, canto che si sfracella da se stesso contro lo scoglio,
da cui nasce come un mitilo , una cozza , Fatale Saffo, pazza e disperata per amore!
Diventare TE.
Forma di nessuna importanza, di nessuna celebrità
Semplice soffio
Che pure perirà tra queste scale, questi ballatoi
Queste popolane urlanti
Questi vecchi stagliati nel tufo
Si, questa è tiro, questa è sidone
Questo è il fatale perire di ogni reame costiero
Come atene, cartagine,
questa è micene.
Sta grotta è comm'a na guagliona accalorata
ha i fianchi ed il bacino denudati,
un tetto fatto di canna e di rafia.
Se si schiaccia l’occhio o na recchia contro il fondo
si vedono, si sentono
le viscere ammalate e nere di questo grande mare,
i rumori, e lamiente antiche'
comme nu risentimento.
Ccà, fra Coroglio e Pusilleco,
fino e sott' e scoglie e Nisida
ncopp Trentaremi,
attorno attorno o costato antico
nu specchio cu stu cunicolo e luce...
Qui su, sullievo all'aria
nu fatale addio, il mio.
Qui ho deposto la mia lingua nobile, ogni battito del mio cuore
per questo sedicente popolo del sole
E dunque, ora vivo nella discrezione o meglio nel segreto
di me più assoluto
Un eco odo
”la tua Saffo
Lei sola è viva”
e io
l’ho servita in volontario servizio.
Ma mai amante mi ha così tradito
mai amore o tradimento è stato così sublime
niente.
Aggio pruvato a muzzecà 'a passione
senza me fa vedè
standomene nascosto,
chello che lascio è l’IMPOSSIBILE
scheggie. crastule. piccoli frammenti.
e’ carte mie c’abbruciano. cenere
Che vulite? C’è rimasto sulo chesto: o ritmo da lengua
Dint a stu specchio nu cunicolo e luce
Vengono da me, ogni tanto, ricordi del forte sentore
Di hashish
E m’addormono.
e.m. 1988
ai colombi viaggiatori-
a l'esprit de finesse che respira questa landa:
a Herr Goethe
a Monsieur de la Martine,
a Virgilio,
a Lucrezio.
ai piccoli roditori di cuori e di tutto
un popolo . una folla
che adora la coccarda di Rousseau
alla Vergine del Carmine , stella maris,
diga della peste e del colera-
agli oscuri monaci delle biblioteche dei Gerolomini,
ai labirinti delle Fontanelle,
al gelo delle ossa di Lucia.
alla dolce nuca di Lenor,
stelo reciso di corolla sotto mannaia:
eccovi l'ECO , la mia
ultima limatura di verso ,
bbona crianza , mmerda,
menate dint'e cantere p' a via
settimo di sette anelli fratelli,
bodas de sangre , nozze maschili,
brindisi al risorgimento!
Cca vuie perdite o tiempo e a serenata:
nisciun o sape, nisciun o sape
Sol'a luna rossa cu nu bavero aizato.....
ma ci siamo amati , ci siamo molto amati
e questi vicoli cattivi , questo ventre di janara
alla fine hanno vinto sul mio cuore,
sul fiele dei miei occhi ,e dei miei nervi
"Dulce et decorum est pro patria mori"
e io pe tte mmoro, pe tte mmoro-
CCa vuie perdite o tiempo e a serenata:
niscuno o sape , nisciuno o sape
sol'a luna cu nu bavero aizato
ma ci siamo amati , ci siamo molto amati.
pe ll'aria e l'Anticaglia
pe copp'e loggie, pe sotte e panne stise,
mo' hann'a vula' sti ccart'e musica,
tutte sti nire accord'e cuncertino.........
brutta , sporca lurida chiavica citta'!
brutta , sporca lurida chiavica zoccola citta'!
brutta , sporca lurida chiavica zocola
immondissima citta'!
Casino delle sirene ,
scuoglio de malevestute,
azzurro arenile infame!
Nisciun esamentro , nisciun spondeo ,
nisciun verso alessandrino,
nessuna gloria di parola di Bisanzio,
nessuna innocenza , nessuna purezza estratte
dai fuochi dei roghi poetici
potranno mai competere coi fumi , coi miasmi,
con i mal odori delle tue viscere ammalate,
col tuo fegato di splendida puttana ,
infetto da dissenteria,
Con i tuoi palazzi a spuntatore ,
rifugio de' mariuole a ghiuorno e nnotte
con i tuoi portoni nobili ed umidi
del piscio dei gatti e dei cristiani
del tuo arco trionfale a Sant'Eligio ,
sotto il quale si accucciano cane
vecchie straccione, pe' durmi' ,
e femmene senza marito a parturi',
piglianne loro stesse 'e criature cu e mmane,
tagliannese o curdone cu e diente , senza vammana,
manco fossero nu cierro e capille
o n'ogna piccerella, incarnata ,
ca fa' male, ca martella.......
Bestie bestie bestie
Nisciuna bestia è chi bestia e vuje
Nisciune animale è chiù animale e vuje, campanno
E scenneno zuoppe e sciancate, cecate
Creature cu tre cape, senza cosce, cu ciente vracce
A raggiera
dint a sti viche
Pe sta fenesta senza scuorno, annure
Tale e quale o sole, ca pure isso senza scuorno
Annuro, comm’a n’anema avvilita ma innocente
Se fa sentì a matin
tra ll’evera bbona e l’evera malament
Tanto amore, tanta devozione del Creato è inutile!
Nun passa suspiro e morte ca vuje nun o ingannate
Stirpe di sodomiti, imbroglioni dal sorriso nero
Popolo e magnapignatte
Ce simme astrignute a sangue
Cu nu sortilegio
Quand’eremo piccirille
Ce simme ruciliat’ pe rocce d’a cava e sant’Echia
Scarraffune o nu vaso
Pe chi perdeva a lotta, per chi ferneva a sott’
E mo?
E mo' tutto e' fernuto
.Tutto cantato e' stato.
Ah , nun t'avuta' , nun t'avuta'
nun guarda' ll'acqua d'ammore sporca 'e saittella!
nun guarda' ll'onna d'o maciello ca o cielo j e vierne,
comm'a na baldracca presuntuosa , cerca 'e se ffa bella:
genuflesso so' e criature j e giuramente, a ggiuoco.
e nun t'annasconnere: io songhe ll'uocchie,
nun me chiamma' pe nnomme: io song ll'uocchie,
nu marci dint'o silenzio senza t'arricurda' cca io t'aggio dato:
ll'uocchie,ll'uocchie.
Arint’ a Stella è già ncopp a Stella: chi è che non lo sa?
Arint’ a Stella, ccà:
ultimo, assolato mio ostello: non più paterno ne vago
mia assolata morte. Marcire. Complotto contro di me.
E scendo per arterie e per vene, giù per la finestra
per sguardi
ruscelli di pietra e di sangue:
Vico della Calce, vico della Neve,
vico Santa Maria della Purità,
Vico Cimitile, vico del Filatoio
Vico Santa Margherita a Fonseca
E al centro, l’ultimo grano del rosario
Vicolo del Pero
Slargo 'ro Calvario, giardino aizato sopra fogne secolari angioine.
Dentro la Stella è già la Stella.
Cchiù ncopp e chest ce sta sulo
o quartiere de muorte’, o vico storto e tutt’e santi.
Indifferente agonia, il mio cuore batte da solo.
Qui finisco io e non avrò rimembranze scintillanti.
Yes, questa, nero di seppia, è a litoranea chiara
Chesta, a marina dei Ciechi
da Vigliena fino a Resina,
fine 'e scoglie' 'e cala de Spiriti
'llabbascio e sirene sotto o' palazzo
sotto Donn’Anna
è tutto nu ciato e varricchina,
uno sciogliersi turco di rancido odore di caffè,
ca nun fa mai penzà all’ammore
bensì a un delitto, a un folle atto di violenza.
Le navi entreranno a Babilonia
su per le scalette, malsicure e puzzolenti,
degli embargos di Toledo
e nuie sperimentammo c’o Sole,
signore dei cani,
l’ozioso ricordo dei Ciclopi – Cateratta
magiche capre di Ulisse,
i poeti fucilati nel culo in qualche anarchica rivoluzione
a piazza Mercato..
Che vulite? C’è rimasto sul’ chest’
o' ritmo da lengua.
A rumba de parole
O nanianià dei Perdigiorno.
Sono venuto qui con te
In questo stretto cunicolo di sole, al terzo piano
Arrampicandoci per un dedalo di vicoli e viuzze, tutte
In salita,
verso un monte, certo non il Tabor, ma faticoso come il Golgota,
interminabile, come un voto di salute.
qui che sono facile preda ANCHE delle mosche
Per questo sedicente popolo del sole
E dunque vivo nella discrezione o meglio nel segreto
Di me più assoluto
Da qui da questa tana appena più sotto del cielo
Da questa feritoia di luce scavata nel brulicante e opaco
Ammasso dei corpi-
Tra questa odiosissima e accalorata plebe-
Disposta verticalmente come una torre di carne su su
Fino ai miei piedi
Da qui, da questa tana appena più sotto del cielo
da questa feritoia di luce scavata nel brulicante e opaco
tra questa odiosissima e accalorata plebe
- ammasso di carne -
disposta verticalmente come una torre su su
fino ai miei piedi,
da qui mi è difficile scorgere la Baia. Impossibile.
Scrivo allora che tra l'isola di Procida e il capo di Posillipo, che non vedo,
si e' tragicamente smarrita, arenata , la mia immaginazione.
Rien ne va plus: sto diventando cieco ANCHE nella fantasia dell'infinito.
antro delle sirene, dicono, conchiglia del mito, canto che si sfracella da se stesso contro lo scoglio,
da cui nasce come un mitilo , una cozza , Fatale Saffo, pazza e disperata per amore!
Diventare TE.
Forma di nessuna importanza, di nessuna celebrità
Semplice soffio
Che pure perirà tra queste scale, questi ballatoi
Queste popolane urlanti
Questi vecchi stagliati nel tufo
Si, questa è tiro, questa è sidone
Questo è il fatale perire di ogni reame costiero
Come atene, cartagine,
questa è micene.
Sta grotta è comm'a na guagliona accalorata
ha i fianchi ed il bacino denudati,
un tetto fatto di canna e di rafia.
Se si schiaccia l’occhio o na recchia contro il fondo
si vedono, si sentono
le viscere ammalate e nere di questo grande mare,
i rumori, e lamiente antiche'
comme nu risentimento.
Ccà, fra Coroglio e Pusilleco,
fino e sott' e scoglie e Nisida
ncopp Trentaremi,
attorno attorno o costato antico
nu specchio cu stu cunicolo e luce...
Qui su, sullievo all'aria
nu fatale addio, il mio.
Qui ho deposto la mia lingua nobile, ogni battito del mio cuore
per questo sedicente popolo del sole
E dunque, ora vivo nella discrezione o meglio nel segreto
di me più assoluto
Un eco odo
”la tua Saffo
Lei sola è viva”
e io
l’ho servita in volontario servizio.
Ma mai amante mi ha così tradito
mai amore o tradimento è stato così sublime
niente.
Aggio pruvato a muzzecà 'a passione
senza me fa vedè
standomene nascosto,
chello che lascio è l’IMPOSSIBILE
scheggie. crastule. piccoli frammenti.
e’ carte mie c’abbruciano. cenere
Che vulite? C’è rimasto sulo chesto: o ritmo da lengua
Dint a stu specchio nu cunicolo e luce
Vengono da me, ogni tanto, ricordi del forte sentore
Di hashish
E m’addormono.
e.m. 1988
sabato 14 novembre 2009
da castel sant'elmo
«Maestro, che dite? L’ora è quella giusta?». È molto dopo mezzanotte, ma lui non dice niente, non sembra contento. Da Castel Sant’Elmo ha guardato con un bizzarro sorriso giù, verso la città sprofondata nella notte.
Camminiamo in silenzio, calcando bene i piedi a terra per riscaldarli. Il Maestro è molto pallido, come se fosse malato, e parla con un filo di voce. «Ora comincerai a non riconoscere più né le strade né i luoghi. Saprai solo che scendiamo. Sei pronto?». «Sì» dico cercando di parlare a voce alta, ma mi esce appena un soffio, e rabbrividisco.
«Vedi quella finestra illuminata? Là c’è una famiglia che non dorme mai. Si odiano. La figlia rimprovera a sua madre di essere bella, più bella di lei. Il figlio torna tardi, e se gli dicono qualcosa urla e sbatte le porte, e dice che sono una famiglia di pidocchiosi e lui si vergogna di avere genitori così...». «E loro? Non possono fare qualcosa?». Il Maestro mi guarda, poi solleva le spalle. «Loro ripetono: ”Ma che ti abbiamo fatto? Hai sempre avuto tutto! E tu, Elsa, perché piangi sempre?”». Di notte quei genitori restano svegli fino a tardi, dice il Maestro, ma non parlano mai tra loro. Marito e moglie fingono di dormire, ma ognuno dei due si accorge che l’altro è sveglio. Al mattino si alzano stanchissimi, e al pensiero di un'altra giornata lei vorrebbe morire.
«Là invece abita un artista, in quel palazzo antico. Dalle sue finestre in certi giorni si vedono le isole». Stiamo scendendo, ma il Maestro aveva ragione: non riconosco più la città, come se una nebbia avesse eroso le facciate, allungato o accorciato le prospettive delle strade, le piazze, gli slarghi. «E l’artista lavora di notte?». «Sì, crede che così niente impedirà alle idee e alle visioni di arrivare a lui...» e il Maestro sorride, con una specie di smorfia. «Vuole descrivere la città, tutta la città, in alto e in basso... Dice che di notte, nel silenzio, le immagini che lo hanno assediato nei giorni e negli anni, si ricomporranno davanti a lui come in un quadro vivente... Le voci, i rumori, gli amori, le sgommate, i pianti, gli spari, la vita...». Ora il Maestro si è fermato, le mani in tasca, forse per riposare. «E ci riesce?». «A fare cosa?». «A descrivere la città così...». Il Maestro scuote la testa, malinconico. No, non ci riesce. Comincia sempre da capo a descrivere perché gli sembra che ogni volta manchi qualcosa, e al mattino distrugge tutto il lavoro. Ma che lavori è già raro. Più spesso sta lì, sveglio, e si limita a guardare dalla finestra, a sentire i piccoli rumori notturni, a fantasticare. «E al mattino che fa? Dorme?».
Il Maestro sembra non aver sentito, o non mi vuole rispondere. Allunga il passo, davanti a me, e solo ora mi accorgo che zoppica. Cammina svelto lo stesso, impeccabile nel suo paletot con il bavero sollevato, ma il lieve sobbalzare di una spalla rivela la menomazione. Mi coglie all’improvviso un sospetto che quasi mi fa ridere: e se fosse il diavolo? «Qui invece è l’inferno...». La sua voce mi fa sobbalzare. Che mi legga nel pensiero? Ma il Maestro indica un grande portone, e mi fa cenno di tacere e ascoltare. Non sento un rumore, una specie di frinire e borbottare che viene come da sottoterra? «È vero! Sembra il rumore di una fabbrica...». «È proprio quello. Lavorano di notte per le consegne. E poi perché il lavoro è lavoro, e non si può dire no». Sono anche donne, certo. La paga è bassa, ma sono soldi, e i soldi servono sempre. Ci sono i figli, bisogna mangiare ogni giorno, e i soldi servono pure per morire. «Ma è illegale! Non si può fare niente contro chi li sfrutta?». Non qui, dice il Maestro pronunciando appena le parole. E poi aggiunge, ma non sono sicuro di aver sentito bene: non in questo mondo. «Fare cosa? Se tu facessi qualcosa, quella gente finirebbe di lavorare. Ti odierebbero. Ti farebbero a pezzi». «Ma hanno quattro soldi!». «E tu gliene puoi dare di più?».
Il Maestro ora ha un tono di voce beffardo, odioso. Comincio anche a sentire freddo, e mi fanno male i piedi. Quanto detesto quel suo fatalismo! Ma già so che a ogni mia obiezione risponderebbe: ”Non sei venuto con me solo per vedere? Il patto che abbiamo fatto è questo. Solo vedere”. Ora si è fermato vicino a un falò semispento, e parla con le ragazze. Lo conoscono bene, e con loro trova sempre qualche parola che le fa sorridere, un tono di voce che le trasforma. Con lui vicino smettono di masticare le gomme e prendono l’aria di ragazzine, senza più rughe, senza stanchezza. Che storie racconterà? Perché è sempre così gentile con loro? A me non fanno caso, come se non esistessi, mentre si animano e ridono con lui, mostrando all’improvviso denti bianchissimi, facce che la nottata non ha sciupato. Quando le lasciamo lo abbracciano e baciano tutte, come si fa con un parente.
La sosta mi ha spezzato le gambe, mi fanno male le caviglie. Quanto avremo camminato? E dove siamo: a corso Vittorio Emanuele, a Ponticelli, a Chiaia, ai Quartieri, alla Doganella? Tutto somiglia alla città che conosco, ma come un corpo immerso nell’acqua o una faccia in uno specchio deformante. Il Maestro sta parlando, o forse sono solo io che sento la sua voce, appena ansante per l’andatura veloce? Sono stanco, e non ho più voglia di vedere niente. Ma la voce mi penetra fin dentro le ossa, come il freddo. Il tono è secco, ma la voce è appena udibile. «Ah, tu vuoi capire! Non è vero, tu non vuoi capire, tu vuoi giudicare... Ma così non vedrai mai nulla, e chi non vede non può neanche capire... Devi imparare ad accettare tutto, se ne sei capace. Non puoi? Non ci riesci? Apri gli occhi e guarda di nuovo, finché non cominci veramente a vedere... Amare tutto questo così com’è è impossibile? Può darsi... Ma allora resta a casa, nel sonno, davanti al televisore, non chiedere, non chiamarmi, non fingere di voler sapere...». Poi tace, con un gesto di impazienza.
Dove siamo? In una luce falsa che mi acceca vedo dei fagotti, grossi sacchi di cenci stesi uno di fianco all’altro, come salme di morti in guerra. Come somiglia a una stazione ferroviaria, questo posto! Le vetrate sporche, le travi che partono da terra come radici geometriche e sorreggono le volte, lo stridere dei freni sui binari: ma le salme? Hanno membra scure, forse sono vivi, si muovono. Si sono tolti le scarpe e dormono buttati sui cartoni. Ma sono davvero vivi o è la stanchezza che mi fa sembrare che si muovano? Una vecchia più in là sta seduta su un carrello portabagagli, la testa fra le mani, e parla da sola. Che starà dicendo? Il Maestro è l'unico che può saperlo, e mi volto per chiedere a lui. «Maestro...» dico, a bassa voce. Ma dietro di me non c’è, non lo vedo più. Una figura già lontana attraversa la piazza, passando veloce dal buio alle chiazze di luce dei lampioni. Zoppica leggermente e ha il bavero sollevato, o almeno così mi sembra. Mi bruciano gli occhi, e ho appena il tempo di chiuderli e poi riaprirli che non riesco più a scorgere la figura col bavero rialzato. Mi ha lasciato qui, in una città che non conosco, in compagnia dei morti. O sono solo addormentati e all’alba si risveglieranno? La notte si sta dissolvendo, e cresce un chiarore livido, mattutino. Maestro! Quanto devo aspettare per sapere?
venerdì 13 novembre 2009
Spaccanapoli
Una strada stretta e lunga spacca a metà il cuore e la città. Un cane sconsolato conta i miei passi e la sua libertà. Piangono i bicchieri su un bancone di un bar. Io solo sotto la luna appoggiato ad un lampione saluto un amico che non conosco. Poi ti penso senza capire... Sotto la luna non parla nessuno. Spaccanapoli
domenica 1 novembre 2009
oblio di me
Nessuna notizia per mesi
poi una cella di isolamento
per anni
per tentare di farla cedere
Le guardie infami del penitenziario
non sono autorizzate
a rivolgere la parola
neanche in casi di emergenza
Non puoi uscire
Non puoi vedere
o sentire
altre detenute
o parenti al ricevimento
4 mura
Senza finestra
Senza sbarre
La porta blindata
Le mura sono bianche
Non senti rumori
Non senti il calore
Non senti gli odori
Non tocchi più nulla
Non guardi più oltre
è l’occhio che sogna
di arrivare lontano
ma non può arrivare
che a pochi metri
Comincia a tremare
Il tempo non passa
E pure se passa
Non cambia mai nulla
Aspetta qualcosa
Attende qualcuno
Ma non vede nessuno
non esiste amore
l’istante si annulla
piano impazzisce
la mente consuma
gli occhi si chiudono
il corpo si spegne
come sconfitto
il nulla d’intorno
di un esistenza già vuota
è la vendetta borghese
che le spegne gli occhi
e le toglie la vita
è il tempo che lento scorre
nella cella di isolamento
del carcere di Rebibbia
a D.B.
poi una cella di isolamento
per anni
per tentare di farla cedere
Le guardie infami del penitenziario
non sono autorizzate
a rivolgere la parola
neanche in casi di emergenza
Non puoi uscire
Non puoi vedere
o sentire
altre detenute
o parenti al ricevimento
4 mura
Senza finestra
Senza sbarre
La porta blindata
Le mura sono bianche
Non senti rumori
Non senti il calore
Non senti gli odori
Non tocchi più nulla
Non guardi più oltre
è l’occhio che sogna
di arrivare lontano
ma non può arrivare
che a pochi metri
Comincia a tremare
Il tempo non passa
E pure se passa
Non cambia mai nulla
Aspetta qualcosa
Attende qualcuno
Ma non vede nessuno
non esiste amore
l’istante si annulla
piano impazzisce
la mente consuma
gli occhi si chiudono
il corpo si spegne
come sconfitto
il nulla d’intorno
di un esistenza già vuota
è la vendetta borghese
che le spegne gli occhi
e le toglie la vita
è il tempo che lento scorre
nella cella di isolamento
del carcere di Rebibbia
a D.B.
sabato 31 ottobre 2009
per sdrammatizzare: Carteggio Gossage-Vardebedian
da Rivincite - Woody Allen (2004, Bompiani)
Mio Caro Vardebedian,
sono stato più che dispiaciuto oggi quando guardando fra la posta, ho scoperto che la mia lettera del 16 settembre, contenente la mia ventiduesima mossa (cavallo nella quarta casella di re), mi è stata rispedita non aperta a causa di un piccolo errore di spedizione - più precisamente, l'omissione del tuo nome e del tuo indirizzo (quanto si può essere freudiani?), unito alla dimenticanza del francobollo. Che ultimamente io sia rimasto disorientato dagli equivoci della Borsa non è un segreto, e nonostante in quel suddetto 16 settembre il culmine di una lunga spirale discendente abbia spazzato via la Anti-Materia S.n.c. dal
tabellone una volta per tutte, riducendo di colpo il mio broker alla famiglia delle leguminacee, non offro questo come scusa per la mia negligenza e la mia monumentale inettitudine. Ho toppato. Perdonami. Che tu non abbia notato la mancanza della lettera indica un certo sconcerto da parte tua, che attribuisco allo zelo, ma il cielo sa che tutti facciamo errori. Così è la vita - e gli scacchi.
Orbene, venuto a galla l'errore, segue una semplice rettifica. Se vuoi essere così gentile da trasferire il mio cavallo nella tua quarta casella di re penso che possiamo procedere più accuratamente con la nostra partitella. L'annuncio di scacco matto che hai fatto nella lettera di oggi è, temo, in tutta franchezza, un falso allarme, e se tu riesaminerai la posizione alla luce della scoperta odierna, scoprirai che è il tuo re a essere prossimo allo scacco, esposto ed indifeso, un bersaglio immobile per i miei alfieri predatori. Che ironia, le vicissitudini di una guerra in miniatura! Il fato, nella veste dell'Ufficio Lettere non Reclamate, diviene onnipotente e - voilà - tutto si capovolge. Una volta, ti prego di accettare le mie scuse più sincere per la spiacevole disattenzione, e attendo con ansia la tua prossima mossa.
Accludo la mia quarantacinquesima mossa: il mio cavallo mangia la tua regina.
Sinceramente,
Gossage
Gossage,
ho ricevuto questa mattina la lettera contenente la tua quarantacinquesima mossa (il tuo cavallo mangia la mia regina?), e anche la tua lunga spiegazione circa l'ellissi di metà settembre nella nostra corrispondenza. Fammi capire se ti ho compreso correttamente. Il tuo cavallo, che ho rimosso dalla scacchiera settimane fa, tu adesso sostieni che dovrebbe trovarsi sulla quarta casella di re, stando ad una lettera persa nella posta ventitré mosse fa. Non mi ero accorto di un errore del genere e
ricordo distintamente che hai effettuato una ventiduesima mossa. Che credo fosse la tua torre nella sesta casella della regina, dove è stata in seguito sacrificata in un gambetto dei tuoi che è tragicamente fallito. Attualmente la quarta casella di re è occupata dalla mia torre, e dato che sei senza cavalli, nonostante l'Ufficio lettere non Reclamate, non riesco proprio a capire quale pezzo stia usando per mangiarmi la regina. Quello che credo tu voglia intendere, visto che la maggioranza dei tuoi pezzi è bloccata, è che tu chiedi che il tuo re sia mosso alla quarta casella del mio alfiere (la tua unica possibilità) - un adattamento che mi sono preso la libertà di fare e quindi di fronteggiare con la mossa di oggi, la mia quarantaseiesima, con cui mangio la tua regina e metto il tuo re sotto scacco. Ora la tua lettera diventa più chiara.
Penso che adesso le ultime mosse restanti della partita possano essere giocate facilmente e con rapidità.
In fede,
Vardebedian
Vardebedian,
ho appena finito di leggere la tua ultima lettera, quella contenente una bizzarra quarantaseiesima mossa che riguarda la rimozione della mia regina da una casella in cui non si trova più da undici giorni. Dopo un calcolo paziente, penso di aver capito la causa della tua confusione e del tuo fraintendimento dei fatti. Che la tua torre si trovi nella quarta casella di re è una impossibilità pari a quella di due fiocchi di neve identici: se torni alla nona mossa della partita vedrai chiaramente che la tua torre è stata catturata da tempo. Effettivamente si è trattato di quella stessa temeraria combinazione di sacrificio che ha scosso il tuo centro e ti è costata entrambe le torri. Cosa stanno facendo ora sulla scacchiera? Offro alla tua considerazione che è successo quanto segue: l'intensità degli attacchi e degli scambi turbinosi intorno alla ventiduesima mossa ti hanno lasciato in uno stato di lieve dissociazione, e nella tua ansia di mantenere la posizione a quel punto non hai notato che la mia solita lettera non arrivava e hai invece mosso i tuoi pezzi due volte, assicurandoti un vantaggio piuttosto sleale, non trovi? Quel che è fatto, è fatto e ritornare noiosamente sui nostri passi sarebbe difficile, se non impossibile. Pertanto, mi sembra che il modo migliore per rettificare tutta questa faccenda sia di darmi la possibilità di due mosse consecutive, a questo punto. Quel che è giusto, è giusto. Per prima cosa, allora, mangio il tuo alfiere col mio pedone. Poi, dato che questa mossa lascia scoperta la tua regina, mangio anche lei. Penso che ora possiamo procedere con le ultime mosse senza ostacoli.
Sinceramente
Gossage
P.S. Accludo uno schema che mostra esattamente come si presenta ora la scacchiera, per tua cognizione circa le mosse finali. Come puoi vedere, il tuo re è in trappola, indifeso e da solo al centro. I miei migliori saluti.
G.
Gossage,
ho ricevuto oggi la tua ultima lettera e benché fosse scarsa di coerenza, penso di capire da cosa dipenda il tuo smarrimento. Dallo schema che hai allegato, mi è divenuto evidente che da sei settimane abbiamo giocato due partite di scacchi completamente diverse - io secondo la nostra corrispondenza, tu secondo il mondo come lo vorresti, privo di un qualsiasi razionale sistema ordinativo. La mossa del cavallo che è andata apparentemente perduta nella corrispondenza sarebbe stata impossibile alla ventiduesima mossa, poiché il pezzo stava al bordo dell'ultima colonna, e la mossa che tu descrivi l'avrebbe portato sul tavolino, accanto alla scacchiera. Quanto ad accordarti le due mosse consecutive per compensare quella apparentemente persa nella posta - di sicuro stai scherzando, paparino. Ti concederò la tua prima mossa (puoi prenderti il mio alfiere), ma non la seconda, e poiché adesso è il mio turno, rispondo rimuovendo la tua regina con la mia torre. Il fatto che tu mi dica che non ho torri significa poco in realtà, dato che mi basta una semplice occhiata alla scacchiera per vederle svettare belle e vigorose.
Infine, quello schema che nella tua fantasia dovrebbe rappresentare la scacchiera indica una condotta di gioco scanzonata alla Fratelli Marx e, benché divertente, difficilmente depone a favore della tua assimilazione del Trattato di Scacchi di Nimzowitsch, che hai sottratto dalla biblioteca infilandolo sotto il tuo golf di alpaca lo scorso inverno, perché ti ho visto. Ti suggerisco di studiare lo schema che accludo e di ridisporre la tua scacchiera in modo corrispondente, così da terminare con una certa precisione.
Fiduciosamente,
Vardebedian
Vardebedian,
non volendo protrarre ulteriormente una faccenda già confusa (so che la recente malattia ha lasciato la tua fibra, di solito robusta, piuttosto scombussolata, e ti ha causato una lieve frattura con il mondo reale per come lo conosciamo) colgo questa opportunità per sciogliere il nostro sordido groviglio di circostanze prima che giunga irrevocabilmente a una conclusione kafkiana. Se mi fossi reso conto che non eri abbastanza gentiluomo da concedermi una seconda mossa compensatrice, non avrei permesso al mio pedone di mangiare il tuo alfiere alla mia quarantaseiesima mossa. Secondo il tuo schema, infatti, i due pezzi erano collocati in modo da renderlo impossibile, legati come siamo alle regole stabilite dalla Federazione Scacchistica Mondiale e non dalla Commissione Pugilistica dello Stato di New York.
Senza dubitare che il tuo intento, nel rimuovere la mia regina, fosse costruttivo, obietto che può derivare solo un disastro quando ti arroghi questo potere decisionale arbitrario e cominci a fare il dittatore, mascherando errori tattici con doppiezza ed aggressività - un'abitudine che hai denunciato nei nostri leader mondiali diversi mesi fa nel tuo saggio "De Sade e la non-violenza" Sfortunatamente, dato che il gioco è continuato senza interruzioni, non sono stato in grado di calcolare esattamente in quale casella dovresti rimettere il cavallo sgraffignato e suggerisco di lasciar decidere agli dei, chiudendo gli occhi e buttandolo di nuovo sulla scacchiera e accettando qualsiasi posto in cui cadrà. Ciò dovrebbe aggiungere un elemento di interesse al nostro piccolo incontro. La mia quarantasettesima mossa: la mia torre mangia il tuo cavallo.
Sinceramente
Gossage
Gossage,
quant'era curiosa la tua ultima lettera! Ben concepita, concisa, con tutti gli elementi che sembrano creare quello che in certi gruppi colti passa per effetto comunicativo, eppure permeata da quello che Jean Paul Sartre è così incline a definire "nulla". Si è immediatamente colpiti da un profondo senso di disperazione e balza vivido alla mente il ricordo dei diari a volte lasciati da esploratori spacciati che si sono persi al Polo, o delle lettere dei soldati tedeschi a Stalingrado. E' affascinante come i sensi si disintegrino quando siano messi di fronte ad una occasionale verità traumatica e galoppino all'impazzata, dando corpo a miraggi e costruendo una precaria barriera contro gli assalti di un'esistenza troppo terrificante!
Sia quel che sia, amico mio, ho appena trascorso gran parte della settimana a rendere meno confuso il miasma di scuse lunatiche note come la tua corrispondenza, nel tentativo di aggiustare le cose affinché la nostra partita possa concludersi semplicemente una volta per tutte. La tua regina è andata. Dalle il bacio d'addio. Così pure entrambe le torri.
Scordati anche un alfiere perché te l'ho mangiato. L'altro è così impotente, lontano dall'azione principale della partita che è meglio non ci conti o ti spezzerà il cuore.
Quanto al cavallo che hai lealmente perduto ma rifiuti di cedere, l'ho rimesso nell'unica posizione concepibile in cui possa apparire, concedendoti così il più incredibile paio di inortodossie dall'epoca in cui i Persiani escogitarono questo diversivo. Si trova nella settima casella del mio alfiere e se riesci a tenere insieme le tue labili facoltà mentali quanto basta per valutare la scacchiera, noterai che questo pezzo agognato adesso blocca al tuo re l'unica via di fuga dalla mia soffocante tenaglia. Com'è giusto che il tuo avido complotto torni a mio vantaggio!
Il cavallo, rientrando vigliaccamente in gioco, silura il tuo finale di partita!
La mia mossa è regina nella quinta di cavallo e annuncio il matto in una mossa.
Cordialmente,
Vardebedian
Vardebedian,
ovviamente la continua tensione dovuta alla difesa di una serie di posizioni scacchistiche ottuse e senza speranza ha reso pigro il delicato meccanismo del tuo apparato psichico, rendendo la tua comprensione dei fenomeni esterni un tantino debole. Non mi dai altra alternativa che porre fine alla contesa in modo rapido e misericordioso, rimovendo la pressione prima che ti lasci danneggiato in permanenza.
Cavallo - sì, cavallo! - nella sesta di regina. Scacco.
Gossage
Gossage,
Alfiere nella quinta di regina. Scacco matto.
Mi spiace che la competizione si sia rilevata eccessiva per te, ma se ti è di qualche consolazione, diversi maestri locali di scacchi, dopo aver osservato la mia tecnica, hanno sbiellato. Nel caso tu voglia una rivincita, suggerisco di provare a giocare a Scarabeo, un mio interesse abbastanza recente, in cui probabilmente non riuscirei a cavarmela con facilità.
Vardebedian
Vardebedian,
Torre nell'ottava di cavallo. Scacco matto.
Invece di tormentarti con ulteriori dettagli sul mio matto, poiché credo che tu sia in fondo un buon uomo (un giorno qualche tipo di terapia mi darà ragione), accetto di buon grado il tuo invito a giocare a Scarabeo.
Tira fuori la tua scatola. Dato che a scacchi tenevi i bianchi e quindi hai giocato con il vantaggio della prima mossa (avessi saputo dei tuoi limiti ti avrei controllato di più) tocca a me la prima mossa. Le sette lettere che ho appena pescato sono O, A, E, J, N, R, e Z - un miscuglio niente affatto promettente che dovrebbe garantire, anche al più sospettoso, l'onestà della mia giocata. Per fortuna, comunque, un vasto lessico, unito a una inclinazione per l'esoterismo mi hanno permesso di attribuire un ordine etimologico a quello che, a una persona meno erudita, potrebbe sembrare un guazzabuglio. La mia prima parola è "ZANJERO".
Controlla. Ora disponila, orizzontalmente, con la E nella casella centrale. Conta attentamente, senza dimenticare il doppio punteggio per la parola di apertura e il bonus da 50 punti per il mio utilizzo di tutte e sette le lettere. Il punteggio adesso è 116 a 0.
A te la mossa.
Gossage
Mio Caro Vardebedian,
sono stato più che dispiaciuto oggi quando guardando fra la posta, ho scoperto che la mia lettera del 16 settembre, contenente la mia ventiduesima mossa (cavallo nella quarta casella di re), mi è stata rispedita non aperta a causa di un piccolo errore di spedizione - più precisamente, l'omissione del tuo nome e del tuo indirizzo (quanto si può essere freudiani?), unito alla dimenticanza del francobollo. Che ultimamente io sia rimasto disorientato dagli equivoci della Borsa non è un segreto, e nonostante in quel suddetto 16 settembre il culmine di una lunga spirale discendente abbia spazzato via la Anti-Materia S.n.c. dal
tabellone una volta per tutte, riducendo di colpo il mio broker alla famiglia delle leguminacee, non offro questo come scusa per la mia negligenza e la mia monumentale inettitudine. Ho toppato. Perdonami. Che tu non abbia notato la mancanza della lettera indica un certo sconcerto da parte tua, che attribuisco allo zelo, ma il cielo sa che tutti facciamo errori. Così è la vita - e gli scacchi.
Orbene, venuto a galla l'errore, segue una semplice rettifica. Se vuoi essere così gentile da trasferire il mio cavallo nella tua quarta casella di re penso che possiamo procedere più accuratamente con la nostra partitella. L'annuncio di scacco matto che hai fatto nella lettera di oggi è, temo, in tutta franchezza, un falso allarme, e se tu riesaminerai la posizione alla luce della scoperta odierna, scoprirai che è il tuo re a essere prossimo allo scacco, esposto ed indifeso, un bersaglio immobile per i miei alfieri predatori. Che ironia, le vicissitudini di una guerra in miniatura! Il fato, nella veste dell'Ufficio Lettere non Reclamate, diviene onnipotente e - voilà - tutto si capovolge. Una volta, ti prego di accettare le mie scuse più sincere per la spiacevole disattenzione, e attendo con ansia la tua prossima mossa.
Accludo la mia quarantacinquesima mossa: il mio cavallo mangia la tua regina.
Sinceramente,
Gossage
Gossage,
ho ricevuto questa mattina la lettera contenente la tua quarantacinquesima mossa (il tuo cavallo mangia la mia regina?), e anche la tua lunga spiegazione circa l'ellissi di metà settembre nella nostra corrispondenza. Fammi capire se ti ho compreso correttamente. Il tuo cavallo, che ho rimosso dalla scacchiera settimane fa, tu adesso sostieni che dovrebbe trovarsi sulla quarta casella di re, stando ad una lettera persa nella posta ventitré mosse fa. Non mi ero accorto di un errore del genere e
ricordo distintamente che hai effettuato una ventiduesima mossa. Che credo fosse la tua torre nella sesta casella della regina, dove è stata in seguito sacrificata in un gambetto dei tuoi che è tragicamente fallito. Attualmente la quarta casella di re è occupata dalla mia torre, e dato che sei senza cavalli, nonostante l'Ufficio lettere non Reclamate, non riesco proprio a capire quale pezzo stia usando per mangiarmi la regina. Quello che credo tu voglia intendere, visto che la maggioranza dei tuoi pezzi è bloccata, è che tu chiedi che il tuo re sia mosso alla quarta casella del mio alfiere (la tua unica possibilità) - un adattamento che mi sono preso la libertà di fare e quindi di fronteggiare con la mossa di oggi, la mia quarantaseiesima, con cui mangio la tua regina e metto il tuo re sotto scacco. Ora la tua lettera diventa più chiara.
Penso che adesso le ultime mosse restanti della partita possano essere giocate facilmente e con rapidità.
In fede,
Vardebedian
Vardebedian,
ho appena finito di leggere la tua ultima lettera, quella contenente una bizzarra quarantaseiesima mossa che riguarda la rimozione della mia regina da una casella in cui non si trova più da undici giorni. Dopo un calcolo paziente, penso di aver capito la causa della tua confusione e del tuo fraintendimento dei fatti. Che la tua torre si trovi nella quarta casella di re è una impossibilità pari a quella di due fiocchi di neve identici: se torni alla nona mossa della partita vedrai chiaramente che la tua torre è stata catturata da tempo. Effettivamente si è trattato di quella stessa temeraria combinazione di sacrificio che ha scosso il tuo centro e ti è costata entrambe le torri. Cosa stanno facendo ora sulla scacchiera? Offro alla tua considerazione che è successo quanto segue: l'intensità degli attacchi e degli scambi turbinosi intorno alla ventiduesima mossa ti hanno lasciato in uno stato di lieve dissociazione, e nella tua ansia di mantenere la posizione a quel punto non hai notato che la mia solita lettera non arrivava e hai invece mosso i tuoi pezzi due volte, assicurandoti un vantaggio piuttosto sleale, non trovi? Quel che è fatto, è fatto e ritornare noiosamente sui nostri passi sarebbe difficile, se non impossibile. Pertanto, mi sembra che il modo migliore per rettificare tutta questa faccenda sia di darmi la possibilità di due mosse consecutive, a questo punto. Quel che è giusto, è giusto. Per prima cosa, allora, mangio il tuo alfiere col mio pedone. Poi, dato che questa mossa lascia scoperta la tua regina, mangio anche lei. Penso che ora possiamo procedere con le ultime mosse senza ostacoli.
Sinceramente
Gossage
P.S. Accludo uno schema che mostra esattamente come si presenta ora la scacchiera, per tua cognizione circa le mosse finali. Come puoi vedere, il tuo re è in trappola, indifeso e da solo al centro. I miei migliori saluti.
G.
Gossage,
ho ricevuto oggi la tua ultima lettera e benché fosse scarsa di coerenza, penso di capire da cosa dipenda il tuo smarrimento. Dallo schema che hai allegato, mi è divenuto evidente che da sei settimane abbiamo giocato due partite di scacchi completamente diverse - io secondo la nostra corrispondenza, tu secondo il mondo come lo vorresti, privo di un qualsiasi razionale sistema ordinativo. La mossa del cavallo che è andata apparentemente perduta nella corrispondenza sarebbe stata impossibile alla ventiduesima mossa, poiché il pezzo stava al bordo dell'ultima colonna, e la mossa che tu descrivi l'avrebbe portato sul tavolino, accanto alla scacchiera. Quanto ad accordarti le due mosse consecutive per compensare quella apparentemente persa nella posta - di sicuro stai scherzando, paparino. Ti concederò la tua prima mossa (puoi prenderti il mio alfiere), ma non la seconda, e poiché adesso è il mio turno, rispondo rimuovendo la tua regina con la mia torre. Il fatto che tu mi dica che non ho torri significa poco in realtà, dato che mi basta una semplice occhiata alla scacchiera per vederle svettare belle e vigorose.
Infine, quello schema che nella tua fantasia dovrebbe rappresentare la scacchiera indica una condotta di gioco scanzonata alla Fratelli Marx e, benché divertente, difficilmente depone a favore della tua assimilazione del Trattato di Scacchi di Nimzowitsch, che hai sottratto dalla biblioteca infilandolo sotto il tuo golf di alpaca lo scorso inverno, perché ti ho visto. Ti suggerisco di studiare lo schema che accludo e di ridisporre la tua scacchiera in modo corrispondente, così da terminare con una certa precisione.
Fiduciosamente,
Vardebedian
Vardebedian,
non volendo protrarre ulteriormente una faccenda già confusa (so che la recente malattia ha lasciato la tua fibra, di solito robusta, piuttosto scombussolata, e ti ha causato una lieve frattura con il mondo reale per come lo conosciamo) colgo questa opportunità per sciogliere il nostro sordido groviglio di circostanze prima che giunga irrevocabilmente a una conclusione kafkiana. Se mi fossi reso conto che non eri abbastanza gentiluomo da concedermi una seconda mossa compensatrice, non avrei permesso al mio pedone di mangiare il tuo alfiere alla mia quarantaseiesima mossa. Secondo il tuo schema, infatti, i due pezzi erano collocati in modo da renderlo impossibile, legati come siamo alle regole stabilite dalla Federazione Scacchistica Mondiale e non dalla Commissione Pugilistica dello Stato di New York.
Senza dubitare che il tuo intento, nel rimuovere la mia regina, fosse costruttivo, obietto che può derivare solo un disastro quando ti arroghi questo potere decisionale arbitrario e cominci a fare il dittatore, mascherando errori tattici con doppiezza ed aggressività - un'abitudine che hai denunciato nei nostri leader mondiali diversi mesi fa nel tuo saggio "De Sade e la non-violenza" Sfortunatamente, dato che il gioco è continuato senza interruzioni, non sono stato in grado di calcolare esattamente in quale casella dovresti rimettere il cavallo sgraffignato e suggerisco di lasciar decidere agli dei, chiudendo gli occhi e buttandolo di nuovo sulla scacchiera e accettando qualsiasi posto in cui cadrà. Ciò dovrebbe aggiungere un elemento di interesse al nostro piccolo incontro. La mia quarantasettesima mossa: la mia torre mangia il tuo cavallo.
Sinceramente
Gossage
Gossage,
quant'era curiosa la tua ultima lettera! Ben concepita, concisa, con tutti gli elementi che sembrano creare quello che in certi gruppi colti passa per effetto comunicativo, eppure permeata da quello che Jean Paul Sartre è così incline a definire "nulla". Si è immediatamente colpiti da un profondo senso di disperazione e balza vivido alla mente il ricordo dei diari a volte lasciati da esploratori spacciati che si sono persi al Polo, o delle lettere dei soldati tedeschi a Stalingrado. E' affascinante come i sensi si disintegrino quando siano messi di fronte ad una occasionale verità traumatica e galoppino all'impazzata, dando corpo a miraggi e costruendo una precaria barriera contro gli assalti di un'esistenza troppo terrificante!
Sia quel che sia, amico mio, ho appena trascorso gran parte della settimana a rendere meno confuso il miasma di scuse lunatiche note come la tua corrispondenza, nel tentativo di aggiustare le cose affinché la nostra partita possa concludersi semplicemente una volta per tutte. La tua regina è andata. Dalle il bacio d'addio. Così pure entrambe le torri.
Scordati anche un alfiere perché te l'ho mangiato. L'altro è così impotente, lontano dall'azione principale della partita che è meglio non ci conti o ti spezzerà il cuore.
Quanto al cavallo che hai lealmente perduto ma rifiuti di cedere, l'ho rimesso nell'unica posizione concepibile in cui possa apparire, concedendoti così il più incredibile paio di inortodossie dall'epoca in cui i Persiani escogitarono questo diversivo. Si trova nella settima casella del mio alfiere e se riesci a tenere insieme le tue labili facoltà mentali quanto basta per valutare la scacchiera, noterai che questo pezzo agognato adesso blocca al tuo re l'unica via di fuga dalla mia soffocante tenaglia. Com'è giusto che il tuo avido complotto torni a mio vantaggio!
Il cavallo, rientrando vigliaccamente in gioco, silura il tuo finale di partita!
La mia mossa è regina nella quinta di cavallo e annuncio il matto in una mossa.
Cordialmente,
Vardebedian
Vardebedian,
ovviamente la continua tensione dovuta alla difesa di una serie di posizioni scacchistiche ottuse e senza speranza ha reso pigro il delicato meccanismo del tuo apparato psichico, rendendo la tua comprensione dei fenomeni esterni un tantino debole. Non mi dai altra alternativa che porre fine alla contesa in modo rapido e misericordioso, rimovendo la pressione prima che ti lasci danneggiato in permanenza.
Cavallo - sì, cavallo! - nella sesta di regina. Scacco.
Gossage
Gossage,
Alfiere nella quinta di regina. Scacco matto.
Mi spiace che la competizione si sia rilevata eccessiva per te, ma se ti è di qualche consolazione, diversi maestri locali di scacchi, dopo aver osservato la mia tecnica, hanno sbiellato. Nel caso tu voglia una rivincita, suggerisco di provare a giocare a Scarabeo, un mio interesse abbastanza recente, in cui probabilmente non riuscirei a cavarmela con facilità.
Vardebedian
Vardebedian,
Torre nell'ottava di cavallo. Scacco matto.
Invece di tormentarti con ulteriori dettagli sul mio matto, poiché credo che tu sia in fondo un buon uomo (un giorno qualche tipo di terapia mi darà ragione), accetto di buon grado il tuo invito a giocare a Scarabeo.
Tira fuori la tua scatola. Dato che a scacchi tenevi i bianchi e quindi hai giocato con il vantaggio della prima mossa (avessi saputo dei tuoi limiti ti avrei controllato di più) tocca a me la prima mossa. Le sette lettere che ho appena pescato sono O, A, E, J, N, R, e Z - un miscuglio niente affatto promettente che dovrebbe garantire, anche al più sospettoso, l'onestà della mia giocata. Per fortuna, comunque, un vasto lessico, unito a una inclinazione per l'esoterismo mi hanno permesso di attribuire un ordine etimologico a quello che, a una persona meno erudita, potrebbe sembrare un guazzabuglio. La mia prima parola è "ZANJERO".
Controlla. Ora disponila, orizzontalmente, con la E nella casella centrale. Conta attentamente, senza dimenticare il doppio punteggio per la parola di apertura e il bonus da 50 punti per il mio utilizzo di tutte e sette le lettere. Il punteggio adesso è 116 a 0.
A te la mossa.
Gossage
sabato 24 ottobre 2009
20.10.09
giovedì 22 ottobre 2009
She Doesn't Exist
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