giovedì 31 gennaio 2013

Poste Equitalie

[inferno della burocrazia, della previdenza sociale, delle imposte, controllo para-militare del sistema di riscossione, incubo del sistema giudiziario]


i professionisti dell'antimafia [di leonardo sciascia]


dal Corriere della sera , 10 gennaio 1987

Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono «eroi della sesta»:

1) «Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (II giorno della civetta , Einaudi, Torino, 1961).

2) «Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo , Einaudi, Torino, 1966).

Il punto focale . Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane «ricercatore» dell'Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla «mafia in sé» quanto a quel che «si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale, ancora oggi, della questione: per chi - si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un'isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica. Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile senz'altro - anche se alluvionata di retorica - all'effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga , Pirandello e Guttuso.

Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti - a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c'è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) - siano serviti ai tanti, tantissimi che l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, «en touriste», allora; e non so come li leggano oggi. Tant'è che allora il «lieto fine» - e se non lieto edificante - era nell'aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.

Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto, nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò, tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo, completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e, con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per, il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la «pièce» era stata dal, suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri, avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir, male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e, vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto, sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un «esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine e un'analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è voluto per avere finalmente questa accurata, indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo.

Nel primo fascismo. idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell'ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi «risorgimentali» - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi).

Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange «rivoluzionarie» per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.

Le guardie del feudo. E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto.

Mori, dice Duggan, «era per natura autoritario e fortemente conservatore», aveva «forte fede nello Stato», «rigoroso senso del dovere». Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana.

Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole.

Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come «mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.

E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: «et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico.

Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel «notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da pane del più giovane aspirante".

Per far carriera. Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come «la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel «superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è «magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz'altro definire come «magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna «a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza «che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo «piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava.

I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

morire la notte di San Lorenzo senza un perchè. [a G.&P.]


lunedì 28 gennaio 2013

«Se ve l'avessi mostrata, replicò Don Chisciotte, che fareste confessando una verità così nota ed evidente? L'importante è che senza vederla, voi lo dovete credere, confessare, affermare, giurare, e difendere, e nel caso in cui non lo facciate...vi aspetto qui a piè fermo, confidando nella ragione che ho dalla mia parte»

Cervantes, Don Chischiotte

Maramè!

"…Che ll'afferra
ca na guerra
ogne tanto s'ha dda fa'?
Forse pe' sfulla ?!
So' 'e putiente,
malamente,
ca cchiù 'a vorza hann'a 'ngrassa',
senz'ave' pietà!
'O prugresso?
More 'o fesso!
Jh che bella civiltà!
Che mudernità!
una è a guerra ca ce spetta
e purtroppo l’amma fa
chella là ca tutte e juorne
se cumbatte pe campà
Marame'! Siente, sie'!
Che battaglia, neh!"


sabato 26 gennaio 2013

Le guerre personali [Pianura, cinque anni dopo la rivolta]



Le guerre personali: Pianura, cinque anni dopo la rivolta
di Fabio Germoglio



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articoli saggi video correlati:
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- La città nel sacco: i dieci giorni di Pianura - di Marcello Anselmo e Luca Rossomando
http://napolimonitor.it/2009/04/02/537/la-citta-nel-sacco-i-dieci-giorni-di-pianura.html

- È stata morta una terra - di Davide Schiavon
http://napolimonitor.it/2013/01/08/19722/e-stata-morta-una-terra.html

- La catastrofe ambientale a Napoli e Caserta: come la peste

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- Biopolitica di un rifiuto, le rivolte antidiscarica a Napoli e in Campania - a cura di Antonello Petrillo
http://www.ombrecorte.it/more.asp?id=212&tipo=culture

- Pianura 2008, rifiuto del degrado, prospettive per il futuro - a cura dell’Associazione Lello Mele e del Comitato per la rinascita dei Pisani

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Tumori a Pianura
http://www.youtube.com/watch?v=B6EC9-D_qN8&feature=youtu.be

Nella terra di Gomorra
http://www.youtube.com/watch?v=w2CarU_LhB0

Corteo a Pianura
http://www.youtube.com/watch?v=WOtZHFCkres

Pianura come Chernobyl
http://www.youtube.com/watch?v=wgFEKghK8G0

Una montagna di balle
http://www.youtube.com/watch?v=c6hRWkU2An8

Biutiful cauntri
http://www.youtube.com/watch?v=M_2mmfF5t5c

Il ministro Balduzzi nella Terra dei fuochi con don Patriciello
http://www.youtube.com/watch?v=jhWaqH9NsgU

sabato 19 gennaio 2013

un contadino nella metropoli


Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggiava Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento.
I polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista.
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade.
La domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del tua culpa
affollarono i parrucchieri.
Nell'assolata galera patria
il secondo secondino
disse a "Baffi di Sego" che era il primo
si può fare domani sul far del mattino
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
ad annunciare l'amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro.
Il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
- voglio vivere in una città
dove all'ora dell'aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo -
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile.
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
- quant'è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare -.
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz'oretta poi ci mandarono a cagare
-voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l'Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo -
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c'erano segni
di una pace terrificante

giovedì 10 gennaio 2013

dove sta Zazà


i nuovi credenti

Ranieri mio, le carte ove l’umana
Vita esprimer tentai, con Salomone
Lei chiamando, qual soglio, acerba e vana,
Spiaccion dal Lavinaio al Chiatamone,
Da Tarsia, da Sant’Elmo insino al Molo,
E spiaccion per Toledo alle persone.
Di Chiaia la Riviera, e quei che il suolo
Impinguan del Mercato, e quei che vanno
Per l’erte vie di San Martino a volo;
Capodimonte, e quei che passan l’anno
In sul Caffè d’Italia, e in breve accesa
D’un concorde voler tutta in mio danno,
S’arma Napoli a gara alla difesa
De’ maccheroni suoi; che a’ maccheroni
Anteposto il morir, troppo le pesa.
E comprender non sa, quando son buoni,
Come per virtù lor non sien felici
Borghi, terre, provincie e nazioni.
Che dirò delle triglie e delle alici?
Qual puoi bramar felicità più vera
Che far d’ostriche scempio infra gli amici?
Sallo Santa Lucia, quando la sera
Poste le mense, al lume delle stelle,
Vede accorrer le genti a schiera a schiera,
E di frutta di mare empier la pelle.
Ma di tutte maggior, piena d’affanno,
Alla vendetta delle cose belle
Sorge la voce di color che sanno,
E che insegnano altrui dentro ai confini
Che il Liri e un doppio mar battendo vanno.
Palpa la coscia, ed i pagati crini
Scompiglia in su la fronte, e con quel fiato
Soave, onde attoscar suole i vicini,
Incontro al dolor mio dal labbro armato
Vibra d’alte sentenze acuti strali
Il valoroso Elpidio; il qual beato
Dell’amor d’una dea che batter l’ali
Vide già dieci lustri, i suoi contenti
A gran ragione omai crede immortali.
Uso già contro il ciel torcere i denti
Finchè piacque alla Francia; indi veduto
Altra moda regnar, mutati i venti,
Alla pietà si volse, e conosciuto
Il ver senz’altre scorte, arse di zelo,
E d’empio a me dà nome e di perduto.
E le giovani donne e l’evangelo
Canta, e le vecchie abbraccia, e la mercede
Di sua molta virtù spera nel cielo.
Pende dal labbro suo con quella fede
Che il bimbo ha nel dottor, levando il muso
Che caprin, per sua grazia, il ciel gli diede,
Galerio, il buon garzon, che ognor deluso
Cercò quel ch’ha di meglio il mondo rio;
Che da Venere il fato avealo escluso.
Per sempre escluso: ed ei contento e pio,
Loda i raggi del dì, loda la sorte
Del gener nostro, e benedice Iddio.
E canta, ed or le sale, ed or la corte
Empiendo d’armonia, suole in tal forma
Dilettando se stesso, altrui dar morte.
Ed oggi del suo duca egli su l’orma
Movendo, incontro a me fulmini elice
Dal casto petto, che da lui s’informa.
Bella Italia, bel mondo, età felice,
Dolce stato mortal! grida tossendo
Un altro, come quei che sogna e dice;
A cui per l’ossa e per le vene orrendo
Veleno andò già sciolto, or va commisto
Con Mercurio ed andrà sempre serpendo.
Questi e molti altri che nimici a Cristo
Furo insin oggi, il mio parlare offende,
Perchè il vivere io chiamo arido e tristo.
E in odio mio fedel tutta si rende
Questa falange, e santi detti scocca
Contra chi Giobbe e Salomon difende.
Racquetatevi, amici. A voi non tocca
Delle umane miserie alcuna parte;
Che misera non è la gente sciocca.
Nè dissi io questo, o se pur dissi, all’arte
Non sempre appieno esce l’intento, e spesso
La penna un poco dal pensier si parte.
Or mia sentenza dichiarando, espresso
Dico, ch’a noia in voi, ch’a doglia alcuna
Non è dagli astri alcun poter concesso.
Non al dolor, perchè alla vostra cuna
Assiste, e poi su l’asinina stampa
Il piè per ogni via pon la fortuna.
E se talor la vostra vita inciampa,
Come ad alcun di voi, d’ogni cordoglio
Il non sentire e il non saper vi scampa.
Noia non puote in voi, ch’a questo scoglio
Rompon l’alme ben nate; a voi tal male
Narrare indarno e non inteso io soglio.
Portici, San Carlin, Villa Reale,
Toledo, e l’arte onde barone è Vito (*),
E quella onde la donna in alto sale,
Pago fanno ad ogni or vostro appetito,
E il cor, che nè gentil cosa, nè rara,
Nè il bel sognò giammai, nè l’infinito.
Voi prodi e forti, a cui la vita è cara,
A cui grava il morir; noi femminette,
Cui la morte è in desio, la vita amara.
Voi saggi, voi felici: anime elette
A goder delle cose: in voi natura
Le intenzioni sue vede perfette.
Degli uomini e del ciel delizia e cura
Sarete sempre, infin che stabilita
Ignoranza e sciocchezza in cor vi dura:
E durerà, mi penso, almeno in vita.


(*) Celebre venditore di sorbetti, che divenuto ricco, comperò una baronia, e fu domandato il barone Vito. | Nota dell’E. [= Antonio Ranieri]

mercoledì 9 gennaio 2013

Le guerre personali [a B.D.G]

già, si dovrebbe dire qualcosa del lutto,
un giorno o l'altro -
si dovrebbe dire qualcosa del nero -
d'o nniro 'e seccia -
ca ccà scorre a semmènza -
presque un petit ruisseau - 
dentro gli animi nelle case dei palazzoni e per le scalinatelle.

domenica 6 gennaio 2013

lunedì 31 dicembre 2012

Rainer, amico mio

















Quell'amico, Rainer, mi ha portato qui
in questo stretto cunicolo di sole, al terzo piano
arrampicandoci per un dedalo di vicoli e viuzze, tutte
in salita,
verso un monte, certo non il Tabor, ma faticoso come il Golgota,
interminabile, come un voto di salute.
Ho deposto sulla soglia la mia lingua, la mia nobiltà
che qui sono troppo vistose per non essere d'impaccio, per non
fare di me
facile preda anche delle mosche
che qui sono particolarmente agitate e fameliche.
Quell'amico ha ragione di pensare che il mio male
il mio essere straniero
e perfino i miei sguardi o il portarmi, furtivo,
il fazzoletto alla bocca se tossisco
possono suonare a indecenza per chi mi ospita,
per questo sedicente popolo del sole.
E dunque, vivo nella discrezione, o meglio, nel segreto
di me più assoluto.

Da qui, da questa tana appena più sotto del cielo
da questa feritoia di luce scavata nel brulicante e opaco buio
tra questa odiosissima e accalorata plebe
- ammasso di carne -
disposta verticalmente come una torre su su
fino ai miei piedi,
da qui mi è difficile scorgere la Baia. Impossibile.
Rien ne va plus, sto diventando cieco Anche nella fantasia dell'infinito
e questo amico me ne sottolinea la spaventosa calamità
tracciando sui fogli, al posto mio
i celesti e bugiardi segni della descrizione di queste acque.

"A palazzo riale avisseva j"
"distinto come siete, e magro! accussì delicato
sulo 'o poeta ve farrian' fa, sulo chello!"
E io sento così che pure l'ignoranza e la dabbenaggine
tutti, perfino le pietre, perfino l'evera 'nfaccia 'o muro
sanno di me, a stu paese.
Anche del mio insolito sodalizio sanno,
anche di Rainer. E dei sette lunghi anni della mia
prigionia.

Solo, comme sempre so stato
da straniero, comme sempre so stato.
Pozze d'amido, lavature e preta, bitume
containers, butteglie
lattine di veleno inossidabile lungo le rotaie..
E ca io so stato ccà l'avranno immaginato
sbirciato a cocche parte
rimediato nello zero di una storia mai vissuta.
dove nun esistono passegge mmmiezz' all'Ombre
tra le acque, ne tra le rocce
se ci sono solo rocce.

Tra la scrittura e l'amore
c'è una convivenza e una rassomiglianza.
Hanno insieme angoli e simmetrie,
impercettibili quadrature di spazio e di tempo.
E l'una fa testimonianza, prova,
della vita, dell'esistenza dell'altro
l'occhio d'uva, vitreo, dell'abitudine,
la pratica del vuoto.

Con il mio corpo sulle spalle -
sangue dal naso contro la nuca,
bava verde sopra la tua mano -
discenderai questa montagna, Rainer:
vico della Calce, vico della Neve,
vico Cimitile, vico Filatoio,
epperò
tutt'a sghimbescio, tutto sottosopra,
specchio capovolto nella rètina dell'occhio,
cono rovesciato
la stanza sarà vuota come prima, senza me -
vuoto, altrettanto, il cunicolo di luce
la tana della poesia al terzo piano.
Avanzerai ingobbito, tu, al posto mio,
sotto il peso di un grifone a quattro teste -
mon cadavre -
piume ed artigli impallinati,
piombo scarlatto sulle lingue penzolanti.
Navi entreranno a Babilonia
su per le scalette, malsicure e puzzolenti,
degli embargos di Toledo:
spugna, la mia pelle, saliva, la scrittura:
sarò buono da mangiare alla Tavola dei Poveri -
festa di santa Maria - Cannibala -
occhi scuri, scuri, tragici, Medea.

"S'agapò, s'agapò, s'agapò"
mi urlavano dietro
"s'agapò s'agapò s'agapò"
a perfido spregio del mio amore per la lingua e il mito dei greci
questa pernacchia alla mia gobba
questo epitaffio pagato in anticipo ai miei restanti giorni
si sparse ben presto per i vicoli, come un eco
"S'agapò, s'agapò, s'agapò
S'agapò, s'agapò, s'agapò"
e neppure sapevano che volesse dire ti amo
o che nella più viva delle carni
iniettassero quel grido
come il più indelebile veleno.

Et hic moritur Angelus,
'Qui finisco io e non avrò rimembranze scintillanti.'
ne matrigne nature da provare.
Indifferente agonia, qui il mio cuore batte da solo
per esso e per i suoi
dint'a na nicchia, sofisticato studio di botanica.
Et hic moritur Angelus
Ccà, schiatta il rospo furastiero, il brutto, ca scrive d'idilli
e di splendide Aspasie!
ccà iette o sanghe lo scriba! [maleodorande e scartellato]

Napoli, sono io il tuo prezioso ago nel pagliaio
sono io l'anonimo, il nascosto, l'introvabile.
Sono io questa carne queste ossa questi pensieri
da giocare al lotto, edificante meraviglia
di me si cerca, quando si cerca, una tomba, nu fuosso
da nessuna parte posti.
Mi faranno autopsie lo sai.
Sono io l'incerta Graziella, suicida dalle rupi di Vivara
io, la Ginestra, 'e pontone, muta.
io, lo schernito disgustoso sembiante dei diari d'amore
di Rainer
quell'amico, mio infermiere, mio aguzzino.
























AL CONTE GIACOMO LEOPARDI RECANATESE
FILOLOGO AMMIRATO FUORI D'ITALIA
SCRITTORE DI FILOSOFIA E DI POESIE ALTISSIMO
DA PARAGONARE SOLAMENTE COI GRECI
CHE FINI' DI XXXIX ANNI LA VITA
PER CONTINUE MALATTIE MISERISSIMA
FECE ANTONIO RANIERI
PER SETTE ANNI FINO ALLA ESTREMA ORA CONGIUNTO
ALL'AMICO ADORATO MDCCCXXXVII

venerdì 28 dicembre 2012

Chi ha fatto ammore a Napule


guarda 'a ccà 'ncoppa Napule
e doppe dimme che paravesiello!
'e barche 'e pesca passano
cu 'e lume a prora, 'a parte d' 'o Castiello

sient dint' 'o silenzio
'a botta 'e rimmo quanno taglia 'o mare
e vocano e se sperdono
assieme 'e vuzze 'e voce e 'e marenare

'e stelle e 'e lume tremmano
comme stu core mio tremma stasera
e a mare tuculeano
tutt'e fanale e 'e lume d' 'a riviera

e io guardo stu spettacolo
e smanio e chiagno e m'arricordo 'e te
chi ha fatto ammore a Napule
chesta serata nun 'a pò vedè!

stasera 'o mare 'e Napule, nennella mia,
pare addurmuto e stanco
ccà ce venette giovane,
primma 'e tenè quacche capille bianco

e jettemo dint' 'a n'angolo
tutt' appartate' e cu nisciuno atturno
e chello ca lasciavamo
'e spisso 'o cunto se chiammava ammore

'e stelle e 'e lume tremmano
comme stu core mio tremma stasera
che friddo dint'all'anema ma tu nun sient' st'ultuma preghiera
e io guardo chesta Napule
e smanio e chiagno e m'arricordo 'e te
e penso 'mpallidennome
ca nun m'è dato manco 'e te vedè.

Stasera 'o mare 'e Napule
sceta st'ammore che è na vita 'e 'bbene
e 'o sangue me fa sbollere
me metto 'ncuollo n'ata vota 'e 'ppene

Nennella è n'ata femmena
io so 'na donna e ancora sufferente
'na scappatella 'e giovane
che m'a turbata tutt'l'estistenza

'E stelle e 'e lume tremmano
comme stu core mio tremma stasera
e a mare tuculeano
tutte 'e fanale e 'e lume da riviera

e io guardo 'o mare 'e Napule
e smanio e chiagno e m'arricordo 'e te
chi ha fatto ammore a Napule
stasera 'a luna nun l'adda verè

giovedì 20 dicembre 2012

Manuale di psicogeografia


















Di tante storie a cui partecipiamo, con più o meno interesse, la ricerca frammentaria di un nuovo stile di vita resta il solo aspetto interessante. Va da sé il più grande distacco nei confronti di alcune discipline, estetiche o altre, la cui insufficienza a questo riguardo è prontamente verificabile. Oc- correrebbe dunque definire alcuni terreni d'osservazione provvisori. E, fra essi, l'osservazione di certi processi del casuale e del prevedibile nelle stra- de. Il termine psicogeografia, proposto da un cabilo illetterato per indicare l'in- sieme dei fenomeni che preoccupavano alcuni di noi verso l'estate del 1953, non è ingiustificato. Non esce dalla prospettiva materialista del condizionamento della vita e del pensiero da parte della natura oggettiva. La geografia, per esempio, rende conto dell'azione determinante di forze naturali generali, come la composizione dei suoli o i regimi climatici, sulle formazioni economiche di una società e, per questa via, sulla concezione che essa può farsi del mondo. La psicogeografìa si proporrebbe lo studio delle leggi esatte e degli effetti precisi dell'ambiente geografico, coscientemente organizzato o meno, in quanto agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui. L'aggettivo psicogeografico, conservando una vaghezza assai simpatica, può dunque applicarsi ai dati accertati da questo genere di investigazioni, ai risultati del loro influsso sui sentimenti umani, e anche più in generale a ogni situazione o ogni comportamento che sembrano partecipare allo

domenica 16 dicembre 2012

La fine del mondo

Contributo all'analisi delle apocalissi culturali

mercoledì 5 dicembre 2012

ma quanto tempo è passato?

E’ tutto più complicato di quello che pensi. Vedi solo un decimo di ciò che è vero. Ci sono milioni di fili attaccati a ogni scelta che fai; puoi distruggere la tua vita ogni volta che fai una scelta. Ma forse non lo saprai per vent’anni. E non riuscirai mai a risalire indietro alla fonte. E hai solo una possibilità da giocarti. Prova solo a capire il tuo divorzio. E dicono che non esiste il fato, ma esiste: è ciò che tu crei. Anche se il mondo va avanti per una frazione di una frazione di secondo. La maggior parte del tempo lo passi da morto o prima di nascere. Ma mentre sei vivo, aspetti invano, sprecando anni, una telefonata o una lettera o uno sguardo da qualcuno o qualcosa che aggiusti tutto. E non arriva mai oppure sembra che arrivi ma non lo fa per davvero. E così spendi il tuo tempo in vaghi rimpianti o più vaghe speranze perché giunga qualcosa di buono. Qualcosa che ti faccia sentire connesso, che ti faccia sentire completo, che ti faccia sentire amato. È la verità è che sono così arrabbiato e la verità è che sono così triste, cazzo, e la verità è che ho sofferto, cazzo, per un cazzo di tempo lunghissimo, per quello stesso tempo in cui ho fatto finta di essere ok, giusto per andare avanti, giusto per, non so perché, forse perché nessuno vuole sapere della mia tristezza, perché hanno la loro e la loro è troppo opprimente per permettere di starmi a sentire o di curarsi di me. Be’, vaffanculo tutti. Amen

martedì 4 dicembre 2012

Resistance [cross country running]

People always ask us, people always ask us
Who we are...
Bobby! Bobby!
And where we come from, where we come from
And we tell them, and we tell them
 We're from Belfast, we're from Belfast
Mighty, mighty Belfast, mighty, mighty Belfast
And if they can't hear us, if they can't hear us
We shout a little louder, we shout a little louder...

sabato 1 dicembre 2012

La crisi [Raffaele Viviani 1931]

Dice 'o pate:
Ma addò jammo?
Figlie meie, ccà appena ascimmo,
limitate, addò accustammo
sò denare ca spennimmo.
Quatto passe, a riva 'e mare,
si vulite, v'accuntento;
ma però a caccia' denare,
nun c'è cchiù divertimento.
E si piglio 'o tramme e ghiammo,
nun ve dico: a ghi' e veni':
simmo nove, addo' arrivammo?
E pecché nun voglio ascì?
Si trasimmo 'a nu dulciere,
pe' na pasta e nu cafè,
quanno è doppo, 'o cammariere,
me svacanta nu gilé.
Pure 'e cineme so' care:
simmo nove, 'e terze poste,
cinche e trenta, e sò denare:
ve mangiate 'e ddote voste!
Nun ce sta ch'a ghi' o triato,
comme fanno tutta 'a ggente:
ce spassammo ed è assodato:
nun pavammo 'o riesto 'e niente!
Songo amico 'e nu cugnato
d' 'o 'mpresario do Rossini
e cunosco pure 'e frate
d' 'o custode d' 'o Bellini
Addo' jammo, ce piazzammo.
E addu chisto e addu chill'ato:
sempe a scoppole passammo...
Quacche vota aggio pavato?
'O triato nun se paga,
s'have gratis 'o biglietto.
E' na piaga ca dilaga:
Potrei avere nu palchetto?
E cu 'o capo d' 'a famiglia
uno passa 'a voce a n'ato,
e ogneduno cerca e piglia
n'amicizia a nu triato.
E na sera sbafa 'o 'Nuovo'
n'ata sera ò 'Mercadante'
Ce vulesse nu ritrovo
comme 'o llargo 'e Piazza Dante.
Vide 'a ggente, ma 'a cascetta te fa pena d' 'a guarda'
C'è una crisi maledetta
Ccà nisciuno vò pava'.

martedì 20 novembre 2012

Lutero tornerà

...E sono queste immagini che mi hanno disegnato. E poi trascinato in un altro mondo. Iniziai allora a cercare suggestioni ovunque: la curiosità (nata con l'universo diceva Lautremont) si amplifica, un tassello aggiunto ne butta giù due e ti resta da gestire una bulimia inarrestabile, senza mezze misure.
O è la rivoluzione permanente o la santa ignoranza, chè la culturina di massa non può che essere la strombazzata che annuncia la barbarie.
Il movimento è quasi sempre stato restio all'unico cambiamento, quello del linguaggio, che avrebbe potuto rompere la gabbia, anzi meglio, l'acquario che ci si è costruiti attorno pur di non affrontare se stessi e il proprio tempo.
La tecnocrazia ci sta cambiando la lingua in tavola e, certo, c'è da dire che quasi sempre non fai in tempo a costruire un nuovo alfabeto che arriva la pubblicità a ingoiartelo ma, ecco, quello che mi pare denominatore comune della mia generazione è l'intossicazione da apparenza. Probabilmente questa nuova droga del "ti guardo guardarmi guardare" è figlia di quel passaggio rivoluzionario che dalla diga dell'analogico ci ha scaraventato nel mare aperto del digitale. S'incassano colpi che non si riconoscono come tali e per il momento si è rinunciato a governare la nave ma non all'inchino sottocosta del due punto zero.
Ora non assecondo più nessuno e il lavorio che spalmo nei luoghi e nei modi che ritengo necessari punta a sottrarsi al soliloquio senza ammiccare alle masse. Non è dialogo è vento.
Da pochi a pochi diceva qualcuno, ma tenendo pur presente un disegno generale (fosse pure uno scarabocchio al negativo del tipo: "Codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo / ciò che non vogliamo")..
Forse è solo così, mischiando tutto, facendo esplodere i medium che frequentiamo che si possono ottenere opere e quindi uomini migliori. [cyop&kaf da napolimonitor]

Blu Leipzig in c


death no matter where you go

Cosmopolis

Alcune persone si stavano avvicinando alla macchina. Chi erano ? Erano dimostranti, anarchici, qualunque cosa fossero, una forma di teatro di strada o esperti in atti di vandalismo. La macchina era circondata, naturalmente, assediata dalla paralisi, con altre macchine su tre lati e il quarto lato a ridosso della biglietteria. Vide Torval affrontare un uomo armato di un mattone. Lo stese con un destro. Un gesto che Eric decise di ammirare. Poi Torval lo guardò. Un ragazzino sullo skateboard sfrecciò accanto a loro, saltando sul parabrezza di un'auto della polizia. capìva perfettamente cosa voleva da lui il capo della sicurezza. I due uomini si fissarono a lungo con aria minacciosa. Poi Eric si calò dentro l'abitacolo e chiuse il tettuccio. In Tv aveva più senso. Versò due bicchieri di vodka e si misero a guardare, fidandosi di ciò che vedevano. Si, era una manifestazione di protesta, spaccavano vetrine di grandi magazzini e liberavano battaglioni di topi nei ristoranti e nelle hall degli alberghi. Figure mascherate correvano avanti e indietro sul tetto delle auto, lanciando fumogeni contro i poliziotti. Lo slogan si sentìva più chiaramente, adesso, trasmesso dalle antenne paraboliche montate sui furgoni delle Tv e filtrato dal frastuono di sirene e allarmi. Uno spettro si aggira per il mondo, gridavano. Si stava divertendo. Adolescenti in skateboard ricoprivano di graffiti le insegne pubblicitarie sulle fiancate degli autobus. Il topo di polistirolo si era rovesciato e i poliziotti procedevano in file serrate dietro scudi di plastica. La Tv mostrava primi piani di volti irritati dai gas urticanti

mercoledì 31 ottobre 2012

un'idea esagerata di libertà














mai daremo pace a chi rende questa vita invivibile



"..io e franco siamo gli unici ad aspettare l’ultima corsa per Napoli che tarda ad arrivare. giunti a traiano poche parole di saluto, il suo abbraccio esageratamente forte e lungo, la sua frase: fabio, grande compagno. ma lo diceva a tutti quelli che voleva bene. e poi: il comunismo si farà! poi una risata di entrambi e un cenno di dita sul cappello."

 A Franco Basile e a quella notte di ottobre del 2006, e a tutti gli altri momenti ,anche quelli assurdi, passati insieme. Un pugno alto verso il cielo.

lunedì 15 ottobre 2012


Tutto questo, tutto questo ha a che fare
con ciò di cui si dice siamo stati appena vittime:
“l'andarsene”, “il passaggio”, “il grottesco e comico
trapasso”: l'inconsistenza, l'ombra, l'inutile, l'a-parte,
l'improduttivo esistere da spiriti e da larve:
l'atu munno. Meh, la morte.

Ma tutto è succieso accussì ambressa,
accussì ambressa.
Improvviso è l'abbraccio del veloce,
repentino, l'invisibile -
'a poesia -
così strozzante e dolce è il mutamento,
che lo si sente dopo, solo dopo,
“in medias res”, così si dice, come il
sogno che è avvenuto,
si ricorda solo all'alba,
nell'amaro reale del mattino,
quando, svegli e ad occhi chiusi,
dubitanti e chin' 'e fede,
interroghiamo il cuore e le meningi
sul terrore o la felicità che hanno avuto.

Cominciamo a dissolverci, adesso.
Già torniamo.
L'insistenza in una forma non ci è data.
In fondo all'occhio e al cuore
bisogna far colare solo nebbia, e dubbio,
mai certezze, nebbia e dubbio -
'na filigrana nera, coccosa c'assumiglia
alla “posa” dissolvente d'o ccafè.

Dello stato delle cose, nuie sapimme,
che è solo tutta scumma,
sfrangiamento, orlo, bava,
scontornato perimetro gassoso
di un Impero
che, al suo Centro, ha l'Ideale,
non la Carne,

e in cui è una scommessa, un gioco,
la corsa alla Materia,
fra di noi,
l'esplodere dal dentro verso il fuori,
fra di noi,
e “a” voi,

giacchè, fango-sprofondo luminoso,
siete voi, per noi,
'n'abisso opalescente 'e forz 'e gravità,
ovverosia: distanza, distanza,

galassia bullicante al punto giusto
per una tentazione, intermittente,
'e patetico contatto,

galassia bullicante, opaca,
che anela a evaporare,
e, nell'evaporare, dall'umano,
lentamente,
agogna a scomparire.

mercoledì 5 settembre 2012

Nun more maje

Pure si so stat' tantu tiemp' luntan' 'a te
tu nun me perz maje..
chell' ca' agge cercat' e cerc' è natu munno ca
nisciuno me po dà
Famm fuje a nuvola luntana addò tutt' chell' che vire 'o può pur tuccà
Si me vuò stong cu tte, je ress' pure l'anema si sta 'nziria 'ncuorp putess' aquietà
ma nun more maje, chesta 'nziria nun more maje, cresce semp' cchiù assaie
pecchè ma nun more maje, chesta 'nziria nun more maje, cresce semp' cchiù assaie..nun more maje..
senza e te..
ma pecchè, si cresce e chianu chiano pò se ne va 'o ggenio 'e rispirà
sient' a me ce vo curaggio a rimanè criaturo ma comm 'o vuless fà
Famme fuje 'a nuvola luntana, basta ca pienz' ca chell' che vuò se po fà
si me vuò stong' cu 'tte, te ress' pure ll'anema si sta nziria ncuorp' putiss' aquietà
ma nun more maje, chesta 'nziria nun more maje, cresce semp' cchiù assaie
pecchè ma nun more maje, chesta 'nziria nun more maje, cresce semp' cchiù assaie..nun more maje..
senza e te..

Fino è un amico mio ha il naso pronto per ogni evenienza
vive con il naso suo anche il sesso all’occorrenza
il fiuto per lui è la forma delle cose l’odore della vita l’umore della gente
il caldo dell’estate il freddo dell’inverno o la puzza
 che proviene da ciò che ci circonda
Fino è un tipo strano ha il naso pronto per ogni evenienza
pensa, ragiona, gode, un solo modo la sola esperienza
evita la folla eccessiva perché questa fa saltare la sua preziosa escrescenza
e quando si vede perso non fa che otturare la narice ferita
Riesce a prevedere con la forza del suo fiuto
se un fatto gira storto o se tutto gira liscio oppure se un tipo all’apparenza tranquillo
nasconde invece qualche bieco proposito
insomma un tipo unico davvero eccezionale una rarissima forma di intelligenza nasale!
È da un po’ che non lo vedo so che è diventato cupo pare soffra di visioni vere e proprie
allucinazioni…….chissà forse è un po’ depresso, chissà…..non gli va più bene
Ieri mi ha telefonato piangeva e balbettava
parlava a malapena con la voce tremante per lo spavento mi comunicava che il suo naso perdeva
sangue rosso sangue colava dal naso e non si fermava
sangue rosso fiamme all’improvviso mentre tirava
sangue rosso sangue la sua sicurezza sembrava svanire
sangue rosso fiamme tagliava la coca e non si fermava
sangue rosso sangue tirava la coca e non si fermava
sangue rosso sangue la sua sicurezza sembrava svanire…….

Crediamo che il sistema delle cose che ordina il nostro mondo sia sempre stato questo. Crediamo di vivere in un eterno presente quando nella realtà molte delle istituzioni e dei modi di agire che dominano il nostro tempo non hanno più di un paio di generazioni di vita. Attraversiamo un immaginario tecnoscientifico che vola velocissimo e lontano, mentre gli aspetti materiali della vita che si fanno sempre più pressanti rimangono stazionari e in alcuni casi retrocedono di decenni. Come se il tempo presente e quello futuro viaggiassero a velocità differenti su binari che si intrecciano e si biforcano continuamente

sabato 25 agosto 2012

domenica 19 agosto 2012

Ogni suicidio è diverso, e privato. È l'unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l'amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l'unico, arrogante modo dato all'uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero. Il proiettile bucò il cuore e si conficcò nel pericardio, dov'è tuttora incapsulato. Ero a casa da solo. Anna, allora mia moglie, era partita; ma aveva lasciato le chiavi a un amico, che poco dopo entrò a vedere come stavo..

venerdì 3 agosto 2012

mercoledì 18 luglio 2012

Non più andrai, farfallone amoroso,
Notte e giorno d'intorno girando,
Delle belle turbando il riposo,
Narcisetto, Adoncino d'amor.
Non più avrai questi bei pennacchini,
Quel cappello leggiero e galante,
Quella chioma, quell'aria brillante,
Quel vermiglio donnesco color!
Fra guerrieri, poffar Bacco!
Gran mustacchi, stretto sacco,
Schioppo in spalla, sciabla al fianco,
Collo dritto, muso franco,
Un gran casco, o un gran turbante,
Molto onor, poco contante.
Ed invece del fandango
Una marcia per il fango.
Per montagne, per valloni,
Con le nevi, e i sollïoni,
Al concerto di tromboni,
Di bombarde, di cannoni,
Che le palle in tutti i tuoni,
All'orecchio fan fischiar.
Cherubino, alla vittoria!
Alla gloria militar!

sono divenuto un enigma per me stesso


domenica 8 luglio 2012

Schiume [e.m.]

nessuna epidemia, nessuna catastrofe è silenziosa
da queste parti.
Pure allora ci furono echi,
pure tanne ce fuiene strille, lamiente,
e, richiammate d'ammuina de' trumbette e de' tammorre,
de' nacchere e de scetavaiassse
tutt'e scarrafune inchettero Toledo,
comm'e na folla nera, un'orda:
d'accopp'o Museo, fin'e mmiez' San Ferdinando
erano tanti, tanti, tanti, ma accussì assaie
ca parevano 'a folla ra festa 'e Piererotta,
Piererotta nera, s'intende..
Piererotta a lutto..
E' cane, 'e gatte, l'aucielle,'e pullicine
se ievano scavanno lloro stesso
nu pizzo 'e terra, na ntecchia 'e frisco
pe murì almeno a fora d'a turtura do calore
luntano a sta smaledizione
ma cu tutto chill'arrevuoto
d'animale, uommene, criature,
nun se vedeva proprio 'o riparo 'e niente..
O mare, pò, notte e ghiuorne, c'a luna e c'o sole
(ca pure erano 'a stessa cosa:
solo un semplice cambio di turno di astri:
comunque incandescenti comunque infuocati)
o mare pò, era zeppo zeppo di bagnanti
uommene e animali, animali e uommene, una cosa,
s'erano fatti na casa là dinto, miezz' all'onne
mosce mosce, asciutte, secche:
pareva na tavola 'e morte 'o mare
na pasta crisciuta stesa, senza lievito, inerte:
se vedeva gente a mmare pe tutte parte
fino 'e sotto e scoglie 'e Nisida
fino 'e Ischia, pe truvà
sullievo all'aria, almeno nu poco
pe nun murì proprio comm'e 'e mosche o 'e palomme
dint'all'arco e na jurnata sola..

lunedì 2 luglio 2012

domenica 1 luglio 2012

E dopo questo, cos'è mai il perdono? Sì, la storia ci dà troppo tardi ciò in cui più non crediamo o se crediamo ancora Soltanto nel ricordo come passioni riconsiderate... ...Ciò che è pensato può essere dispensato... Penso che né paura né coraggio ci salvino, i vizi innaturali hanno per padre il nostro stesso eroismo. Le virtù... Le virtù ci sono imposte dai nostri osceni crimini... Perch'io non spero più di ritornare perch'io non spero perch'io non spero più di ritornare perchè dovrei rimpiangere l'abusata potenza del mio regno? E prego di poter dimenticare queste cose che troppo discuto con me stesso e troppo spiego poiché non spero più di ritornare...

giovedì 21 giugno 2012

[Eduardo notturno]

..io, per esempio, non mi sogno mai niente. ‘A sera mi corico stanco che Iddio lo sa… Ragazzo, sì. Quando ero ragazzo mi facevo un sacco di sogni… Ma sogni belli… Certi sogni che mi facevano svegliare cosi contento, che mi veniva la voglia di uscire, di lavorare. Certe volte mi facevo dei sogni talmente belli che mi parevano spettacoli di operetta di teatro… e quando mi svegliavo, facevo tutto il possibile di addormentarmi un’altra volta per vedere se era possibile di sognarmi il seguito. Ma allora la vita era un’altra cosa. Era, diciamo, tutto più facile; e la gente era pura, genuina. Uno si sentiva la coscienza a posto perché anche se un amico ti dava un consiglio, tu l’accettavi con piacere. Non c’era, come fosse, la malafede. Mo’ si sono imbrogliate le lingue. Ecco che la notte ti fai la fetenzia dei sogni..

Teoria dei giochi e cooperazione fra studenti

Intervista a John Nash
di P.Odifreddi

Un libro di Sylvia Nasar (Rizzoli, 1999) e un film di Ron Howard, entrambi intitolati A beautiful mind e di grande successo, hanno raccontato la strana storia di John Nash, il genio che ha legato il suo nome a unaserie di risultati ottenuti nel giro di una decina d'anni e pubblicati in una decina di articoli, recentemente raccolti da Harold Kuhn e Sylvia Nasar in The essential John Nash (Princeton, 2002), un paio dei quali gli sono valsi il premio Nobel per l'economia nel 1994. E' una tragica ironia del destino che un uomo che ha vissuto venticinque anni da squilibrato, soffrendo di schizofrenia paranoide e credendosi l'Imperatore dell'Antartide e il Messia, sia passato alla storia per aver introdotto la nozione di equilibrio oggi universalmente usata nella teoria dei giochi: di un comportamento, cioè, che non può essere migliorato con azioni unilaterali, nel senso che lo si sarebbe tenuto anche avendo saputo in anticipo il comportamento dell'avversario. Grazie agli uffici del comune amico Kuhn abbiamo potuto passare il pomeriggio del 13 ottobre 2003 con questa "mente meravigliosa", parlando a ruota libera di matematica e pazzia e ripercorrendo alcune tappe della sua singolare vicenda scientifica e umana.

La sua autobiografia per la Fondazione Nobel incomincia con una strana frase: "la mia esistenza come individuo legalmente riconosciuto è iniziata il 13 giugno 1928".
Non ricordo perchè ho detto così allora: quando scrivo cerco di essere spontaneo e senza costrizioni, e le cose escono diverse a seconda delle volte. Ma il concetto di inizio varia: ad esempio, in Cina si misura dal momento del concepimento. In Occidente invece una persona non esiste legalmente fino a che non è nata. In certi ambienti c'è un analogo problema

giovedì 14 giugno 2012

marginal skizo


Prego pe frat' mì ca 'a Maronn l'accumpagna
'ngopp 'a giusta via primma che 'o riavlo s'e magna,
chi ancor mo cerca 'a luce aret' 'o buco 'e na persiana,
chi ancora trov' fiducia pe na birra e a canna mmano.
Troppi frat' miezz' 'a via cu a speranza 'e na fatica,
quando te scit' a matina e pienz' che a vita fa schif',
ogni juorne è tale e quale quando 'o pass' aret' 'e cell',
pe' ogni frat' ca nun molla dint 'o futur' sta l'infern' e nun esser' trist'
si alla fine 'o meglie 'e nuje pò vola nciel',
tombe bianche 'e cimiter', a vita nun è comm o' Vangel,
nata mamma ca mo chiagne pecchè 'o figlio nun s'arrepiglia,
a preferit' 'o nire e 'a morte e se cunsola cu na pera.
Allucca ro balcone, va me piglie 'e sigarette,
fa 'o piacere a chi nun scenne pecchè è a llibertà ristretta,
pecchè 'a vita l'a costrett' a puntà o' fierr' ed aprì 'a cassa,
pecchè 'a vita mette 'e strette e cchiù vaje annanze e chiù te scass'.
Chiove forte e nun tengo colpe,
ogni rimorso brucia 'nguorpo,
p' mò chiagne 'e bagno 'o volto,
tutt'o riest' gira stuorto, e nun è over',
ca aroppe che chiove l'arcobaleno
solleva 'o bbene', e mette tutte e ccos o' post' suoj.
'A speranza è l'ultima cche mmore, ma spisse è 'a primme che t'abbandona,
miezzo 'o grigg' e stu stradon',
ma addò sta ll'ammore, l'agg lett' 'int 'e poesie,
ma spisse è n'eresia che fa male 'e po te manna 'a fore.

martedì 12 giugno 2012

CinemaSommerso

Tonino era piccolo quando andarono via dalle baracche di Poggioreale. Era il penultimo di sei fratelli, cinque maschi e una femmina. Suo padre all’epoca portava l’acqua minerale a Ischia con il camion. Sua madre era una casalinga. All’inizio degli anni Sessanta la famiglia si trasferì al rione Ises di via Monterosa. L’adolescenza l’aveva trascorsa in mezzo alle terre di Scampia. Tonino aveva studiato fino al primo anno di tornitore nella scuola professionale Meucci, alla calata Capodichino, poi andò a lavorare. Il mestiere riuscivi a rubarlo osservando il mastro. Gli stavi vicino e imparavi per atto pratico. A furia di guardare, Tonino aveva imparato il mestiere di muratore. Il mobilificio Gorgone intanto aveva lasciato il posto al Bingo. Con il passare del tempo Tonino si accorse di essere allergico alla polvere. In primavera il naso gli colava una continuazione, gli occhi si arrossavano, si sentiva debole. Per questa ragione smise di esercitare il mestiere. I fastidi sembravano attenuarsi a lungo andare. Fu grazie al cognato che si ritrovò nel commercio di videocassette. Si trattava di Vhs originali, le rese delle edicole che rimandavano indietro a Milano. Da lì, chissà per quale via, venivano stoccate all’ingrosso da gente di Napoli. E da questa gente Tonino e il cognato andavano ad attingere. Una cassetta che costava all’origine diciannovemila e novecento lire la pagavano tremila, e si poteva vendere benissimo a cinquemila. Il cognato di Tonino le vendeva nei mercatini. Il lunedì a Don Guanella, il martedì a Berlingieri, il giovedì a Posillipo, il venerdi a Casoria. E un giorno il cognato di Tonino gli propose di mettersi con lui e di spartire il ricavato, ma presto si resero conto che la giornata non usciva per entrambi. Allora Tonino si mise a vendere videocassette nei mercatini per conto suo. A quell’epoca i dvd non erano ancora in circolazione. Si trattò di una casualità, Tonino non lo potrà mai scordare. Un giorno stava andando al mercato a Posillipo, ma c’era il blocco delle automobili. Parcheggiata la macchina in piazza Dante, andò a mettere la bancarella nei pressi di via Cisterna dell’olio. Consapevole di aver perso la giornata di guadagno, trovò un po’ di spazio che sembrava calzare a pennello per la sua bancarella. Neanche il tempo di piazzarla, e vide avvicinarsi molta gente interessata alla sua mercanzia. Non erano i neofiti che si accontentavano dei filmetti di Bud Spencer, Karate Kid, Renato Pozzetto. Sulla bancarella di Tonino trovavi i film d’autore, quelli impegnativi. Ciò che riuscì a vendere in quella mezza giornata non l’avrebbe venduto in dieci mercatini messi insieme. La gente gli chiedeva di tornare l’indomani e lui non sapeva cosa dire, perché sarebbe dovuto andare al mercato a Casoria. Eppure, in mezza giornata aveva venduto quasi tutto il materiale. Sarebbe stato un pazzo se il giorno dopo fosse andato altrove a vendere. Da quel giorno Tonino decise di restare lì con la bancarella, all’angolo di piazza del Gesù. Poco dopo i dvd avrebbero preso il sopravvento sulle videocassette. Passavano gli anni. La bancarella di Tonino diventò un punto di ritrovo per collezionisti, studenti, appassionati cinefili, ma per lui erano tutti professori, o almeno così li chiamava. Tonino iniziava a interessarsi ai film della sua clientela. Quando tornava a casa la sera, aspettava che i suoi quattro figli piccoli andassero a coricarsi dopo aver visto i cartoni animati, e si sedeva sul divano a guardare quei film. Come Il tempo dei gitani di Kusturica. Due ore e mezza di pellicola sulle vite di questi zingari, le usanze, la musica dei funerali e delle feste, quello che prende i soldi dal morto e fugge via… Per Tonino fu una scoperta. Guardava i film di Ken Loach, Riff Raff, Piovono pietre, e si ritrovava a riflettere: «Guarda a questo! Eppure sta di casa da un’altra parte, sa i problemi nostri e li sta mettendo sulla pellicola! Ma allora tutti quanti abbiamo gli stessi problemi?». Cominciò ad appassionarsi, Tonino. Andava a leggere le recensioni dei critici tromboni, ma la sua passione era alimentata piuttosto dalle discussioni con i clienti intorno alla sua bancarella. Restavano per ore a parlare di attori e registi, tiravano fuori le frasi cult, come quella di Casablanca, quando Humphrey Bogart dice al nero mentre stanno al bar: “Provaci ancora Sam!”. Una sera, mentre stava cenando, Tonino provò a vedere Salò e le 120 giornate di Sodoma. Ma forse aveva scelto il momento sbagliato. Il materiale andava a prenderlo alla Duchesca. C’erano bancarelle piene di film gettati alla rinfusa, e dovevi essere bravo a capire qual’era il titolo buono, perché se mettevi Pierino sulla bancarella al Gesù non ne avresti venduto neanche uno. Invece se portavi un Bergman, un Buster Keaton, un Herzog di sicuro li avrebbero comprati. Era benvoluto dagli altri commercianti, le bancarelle facevano attrazione. E i commercianti del posto rimpiangono quel periodo, perché poi tutti se ne sono dovuti andare, compreso Tonino e la sua bancarella di film. Da quelle parti andò ad abitare il generale Sementa. I vigili iniziarono a intimorire i bancarellari, finché non furono costretti ad andarsene con le buone o con le cattive. Tonino provò a resistere un po’ più degli altri perché con quello campava i suoi figli. Ormai aveva una clientela, erano trascorsi dieci anni. Ma il generale non voleva che fosse occupato quel suolo pubblico. Neanche con la licenza. Proposero ai bancarellari un posto dietro ai Banchi Nuovi, in una piazzetta, ma là non c’era una via di passaggio, e i clienti conquistati in dieci anni Tonino li avrebbe persi in dieci minuti. Gli sequestrarono il materiale tre volte dicendogli che era falso. Insieme agli altri ambulanti portò delle proposte al comune, ma niente, non ci fu verso. Avevano deciso che le bancarelle si dovevano togliere da mezzo, e a un certo punto Tonino ci rinunciò, anche per via dei verbali, perché lavorava per scontare i debiti e non ne valeva più la pena. Così pensò di aprirsi un negozietto in via Capitelli, nei paraggi del Gesù, lo chiamò Miseria e nobiltà di Tonino divvuddì, come lo chiamavano tutti. In tal modo riuscì a risolvere i problemi con i vigili ma sorsero i problemi con le tasse, il pigione. La gente di passaggio non si addentrava nel vico e dopo otto mesi chiuse bottega. Arrivava la bolletta dell’acqua, la spazzatura. Inoltre, il computer e l’era digitale avevano preso il sopravvento sulle videocassette e i dvd. A Tonino non restò altro da fare. Pensò di andare al mercato a comprare la frutta per rivenderla nel rione, ma per fare il fruttivendolo ci voleva l’attrezzatura, e Tonino aveva la macchina, levò i dvd, ci caricò la frutta. Decise di lasciar perdere definitivamente con il commercio. Provò a fare l’imbianchino nelle case, quando usciva il lavoretto andava, non si tirava mai indietro. Oggi fa l’autista di camion. E poi poteva sempre fare il muratore, mi aveva detto nel retro di un bar del suo rione, mentre il figlio più grande l’ascoltava composto. Tonino aveva imparato il mestiere di muratore, poi aveva rifornito mezza Napoli di film, e senza neppure volerlo, un mondo si era aperto davanti al suo sguardo meravigliato e degno. Ma alla fine aveva concluso rammaricato dicendo che questa città non ti da niente. Tu puoi tenere tutte le idee che vuoi. Però non ti da niente. (ab) [da NapoliMonitor.it]