lunedì 29 marzo 2010

sogno e follia

....l’interesse di Foucault è volto al spere concepito come esperienza, ossia come pratica in cui si vengono a costituire tanto il soggetto quanto l’oggetto.
Egli prende come esempio i suoi studi sulla follia, in cui ha cercato di individuare le ragioni per cui essa è diventata in occidente un preciso oggetto di analisi scientifica solo a partire dal 18secolo, le modalità con le quali nel momento stesso in cui si costituiva l’oggetto follia, prendeva forma anche il soggetto ritenuto capace di riconoscere la follia.
Viene proposta una critica della psicoanalisi, ritenuta colpevole di dissolvere i rapporti dell’uomo con il suo ambiente; la malattia mentale è presentata come una conseguenza delle contraddizioni sociali nelle quali l’uomo si è storicamente alienato.
Foucault concepisce il sogno come una forma specifica di esperienza, secondo una tradizione ormai dimenticata, criticando l’Interpretazione dei sogni di Freud, che è mosso invece dal tentativo di garantire la presa di possesso del sogno da parte della coscienza.
La peculiarità del sogno sta invece nel fatto che esso mette in luce la libertà originaria dell’uomo, la nascita del mondo nel movimento stesso dell’esistenza....

da Antologia - Foucault
introduzione di V.Sorrentino

domenica 28 marzo 2010

martedì 23 marzo 2010

il peso della farfalla

In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.

In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.

Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perché il vuoto
l’ho portato con me.

Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.

Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l’insegna il figlio.

Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.

Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
non il loro peso,
a te ho nascosto tutto.

Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello del vulcano che ci orientava il sonno.

Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone
all’ora dell’arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.

[Erri De Luca]

rayuela

Tocco la tua bocca, con un dito tocco l’orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna in volto, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.
Mi guardi, mi guardi da vicino, ogni volta più vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando entro i loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, se ci soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.

J. Cortazar (il gioco del mondo)

[#]

la coppola del nonno

lunedì 22 marzo 2010

a te ho nascosto tutto

le ragioni della collera

Ti amo per le ciglia, per i capelli, ti dibatto nei corridoi
bianchissimi dove si giocano le fonti delle luci,
ti discuto a ogni nome, ti svelo con delicatezza di cicatrice,
ti vado mettendo sulla testa ceneri di lampo e nastri
che nella pioggia dormivano.
Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia
precisamente ciò che viene dietro la tua mano,
perché l’acqua, considera l’acqua, e i leoni quando si
dissolvono nello zucchero della favola,
e i gesti, questa architettura del nulla,
che accendono le loro lampade a metà dell’incontro.
Tutta mattina è la lavagna dove ti invento e ti disegno,
pronto a cancellarti, così non sei, neppure con questi
capelli lisciati, questo sorriso.
Cerco la tua somma, il bordo della coppa
dove il vino è anche la luna e lo specchio,
cerco questa linea che fa tremare un uomo in una galleria di museo.

Per di più ti amo, e fa tempo e freddo.

Julio Cortàzar

sabato 20 marzo 2010

la sera non cantavi mai

.......
Rompevo i giocattoli. Al momento di riceverli guardavo con sospetto quegli oggetti che dovevano appartenermi. Non dava certo piacere a voi essere ricambiati dalla mia diffidenza iniziale anziché dalla gioia. L’emozione di averli mi preoccupava più che eccitarmi. Mi assicuravo dei miei diritti chiedendo: è mio? Sì, lo era, ma non aveva il senso che intendevo io, perché era collegato alle solite necessità e veniva dopo il non fare chiasso, il non sporcarsi e negli orari stabiliti. Era un mio a povere dosi, un mio da bambini, mentre invece il giocattolo mi faceva desiderare un’immensa libertà in cui lo spazio per giocare e il tempo che avrei trascorso così, erano pure quelli miei, senza confini. È mio?, chiedevo. “Sì, ma non lo rompere.” Un Natale non me ne fu comprato nessuno, perché avevo continuato a romperli tutti, quelli dell’anno prima. Vi eravate dispiaciuti e me l’avevate detto che quell’anno non me ne avreste comprati. Tu mi rimproveravi lo spreco commesso di fronte a tanti bambini che non ne avevano nessuno. Oggi ripenso anche ai sacrifici che facevate per consentirvi quelle spese, anche se non parlavate di problemi di soldi. Più tardi, e molto, capii i vostri conti striminziti che spremevate per ricavare di che imbastire un Natale. Ma da bambino non capivo quello che dicevate. Il giocattolo era mio in un modo che non sapevo dimostrare. Aveva una sua durata nella quale l’avrei conosciuto, maneggiato, lasciato. Poi finiva. Avrei dovuto riporlo in qualche posto, poi forse l’avresti regalato a qualche altro bambino come facevi con quelli della sorellina. Avrei dovuto fare così, ma mi restava invece una parte enorme della sua durata che consisteva nell’attimo della sua fine. Le cose hanno un momento in cui sono improvvisamente diverse. Un legno appena spaccato, una pietra staccata da un suo posto forse millenario: per un momento solo hanno un volto segreto conosciuto solo da chi è testimone dell’improvviso cambiamento. Per un solo momento sono così, perché dopo un secondo sono diventati vecchi di cento anni. Accadde così anche all’universo, dicono, che è invecchiato nei primi secondi della sua formazione più che nei miliardi di anni successivi. La morte non è uguale per tutte le cose: ci sono oggetti che cominciano a invecchiare solo dopo aver attraversato la morte. Un giocattolo invecchia dopo che si è rotto, dopo che è morto.
Le cose hanno un volto segreto che un bambino può scrutare. Rompevo il giocattolo: non per la insignificante curiosità di vedere cosa ci fosse dentro, come fosse fatto, ma per vedere l’attimo in cui era di colpo disfatto, prima di perdersi nell’indistinto dei suoi pezzi. Dura poco il gioco. Sapevo che durava quanto l’attimo in cui si sarebbe rotto, o che quell’attimo valeva tutta la sua durata precedente. Solo allora il gioco era di chi l’aveva avuto in mano, solo allora era mio del tutto. Solo in morte la vita è interamente di chi l’ha vissuta, e il possesso è senza donatori, senza rimproveri.
Ti parlo, mamma, che sei così giovane rispetto a me per una sera, di quest’antico tuo regalo del quale mi sembra di poter completare il possesso proprio ora. È mia la vita che mi desti? Stasera sì, è mia del tutto.
.......

da "Non ora non qui" - Erri de Luca - 1989

venerdì 19 marzo 2010

#15

meglio di me chi troverai da perdere?

la canzone dell'impossibile

La solitudine.
La pioggia che dolcemente cade sulla città
Un pomeriggio di fine inverno dopo il temporale
raggi di sole si infiltrano tra nuvole malate
di primavera

pensa a una stanza con finestre altissime
e un barlume di passato che riappare
come se il vivere fosse attaccato ai tuoi vestiti
e del prezzo che paghi come ogni soldato
che ha chiuso la vita in un bacio non dato
ma tu ora dimmi che cosa volevi da me

Ritorna l'ordine dopo il disordine
accettiamo il caos insieme all'utopia
Con la matita un giorno scrissero
la nostra storia pronta ad essere cancellata
Ma c'è una calma e un cielo così limpido
Che non mi sembra più nemmeno una città.

Verso la fine dell'inverno il pomeriggio annuncia giorni lunghi e miti
cercando un senso dove non c'è un senso è lì che t'incontrai
e ora mutano insieme a te giorni e stagioni che scendono al mare
su un letto di fiumi che parlano ancora al poeta che scrive per te

Guardiamo il mare con l'occhio implacabile
Poi ci tuffiamo tra le verdi onde
e dagli spruzzi alcune gocce si posarono laggiù
dove sull'orizzonte sta un arcobaleno
in chiave di violino.

domenica 14 marzo 2010

no, non ora, non qui

Tu vivi sempre nei tuoi atti.
Con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,
allegrie: è la tua musica.
La vita è ciò che tu suoni.

Dai tuoi occhi solamente
emana la luce che guida
i tuoi passi. Cammini
fra ciò che vedi. Soltanto.

E se un dubbio ti fa cenno
a diecimila chilometri,
abbandoni tutto, ti lanci
su prore, su ali,
sei subito lì; con i baci,
coi denti lo laceri:
non è più dubbio.
Tu mai puoi dubitare.

Perché tu hai capovolto
i misteri. E i tuoi enigmi,
ciò che mai potrai capire,
sono le cose più chiare:
la sabbia dove ti stendi,
il battito del tuo orologio
e il tenero corpo rosato
che nel tuo specchio ritrovi
ogni giorno al risveglio,
ed è il tuo. I prodigi
che sono già decifrati.

E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che t'invaghisti di un'ombra
- l'unica che ti è piaciuta -
Un'ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.

da Padro Salinas - La voce a te dovuta (Raccolta) - Einaudi 1979

mercoledì 3 marzo 2010

mistero laico

la camera

Gli uomini normali credono ancora ch'io sia dei loro. Ma non potrei restare neppure un ora in loro compagnia. Ho bisogno di vivere là, dall'altra parte di questo muro. Ma là, non sanno che farsene di me.

j.p.S.

essere michael furey



La stanza si è immersa nel silenzio e nel buio. II soffitto mi pesa addosso, trasudante, compatto. Completamente nudo mi muovo appena sotto il lenzuolo bianco, sottilissimo. Lo stringo con i denti, con le labbra. Poi lo sposto, lo sollevo in aria... si gonfia, ricade adagio... Un brivido... Cristina, sto male, sto tremando, ho la febbre... e sudo, e sudo, e sudo... e invoco... e deliro. E ancora una volta sudo dalla testa ai piedi. Mi passo una mano sul corpo, caldo, caldissimo, bagnato... sulle cosce, sulla pancia, e poi... Cristina, Cristina, Cristina!.. L'immagine si fa più pressante, corporea. Anche lei è tutta sudata, sudatissima. Le sue mani sul mio corpo... sì, le sento: allucinazione, ricordo, dolore, stordimento, stanchezza, eccitazione forse... ma in delirio. Ora mi giro, e strofino il mio corpo contro il letto. forse sussurro anche qualcosa... Ma certo, è un attimo: lacrime, calore, saliva, frasi, membra, rimpianti, globuli, liquefazione, tutto... tutto si riversa sul lenzuolo.
Addio Cristina.

g.g. '86