mercoledì 30 dicembre 2009

2010

un letto disfatto e una vita da rifare

#4

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martedì 29 dicembre 2009

n#7

comincio io con una lettera di quattro anni fa.
quando bisognava inventarsi uno stile d'altri tempi che permettesse di pensare a quel dolore come qualcosa appartenente ad un mondo distante, non reale



Ricevo i vostri messaggi sporadicamente ma difficilmente trovo un po’ di coraggio per rispondervi. Chiamando a raccolta tutte le forze che ancora mi restano la sera, al ritorno. Se sapeste che gioia e che dolore mi danno le vostre parole. Mi dite che desiderate vedermi, ma sono trascorsi meno d’un mese appena dall’ultima volta che vi ho incontrata e, credetemi, da allora sono troppi i cambiamenti che m’hanno reso al di sopra degli occhi altrui. E’ passato così poco tempo e già fremiamo a volte d’insofferenza, distanti. Le distrazioni mi procurano un po’ di sollievo, ma io stesso di fronte allo specchio che mia madre si premura di lucidare ogni giorno con gran cura, stento a rammentare gli occhi che furono. Le mie gote sono avvinazzate, ricoperte di macchie rosee, e lo sguardo opaco ormai incapace di accogliere la luce di un tempo. Ma ho imparato che ci si adatta al proprio dolore forse altrettanto improvvisamente che alla propria felicità.
Ma ditemi di voi. Dalle vostre poche battute non apprendo granchè a questo proposito. Vi confesso la mia preoccupazione. Al momento le giornate trascorrono un po’ vaghe, immerse in una sorta di gradevole tedio.
Fino a poco tempo fa di mattino mia madre mi accompagnava fino alle stazioni più vicine. Arrivavo solitamente al lungomare molto presto, quando i vapori di nebbia salgono ancora dal mare e la luce dell’aurora si distende come una patina opaca e sottile sulla superficie dell’acqua. Sapete, questa è l’ora più bella per ascoltare il fruscio della risacca che, pigramente, risorge dalle ombre della notte. Gli autunni marini a volte sanno essere terribilmente avari, perché in quei momenti la dolcezza raggiunge limiti estremi e voi non ci siete accanto.
Le mie forze stanno sciogliendosi giorno dopo giorno e da qualche tempo non ci ritorno più così presto lì, è come uno schianto ad ogni alba. Vorrei restare a letto ma ho paura anche di quello.
Vedete, quando chiudiamo gli occhi abbiamo l’illusione che anche il nostro dolore riposi insieme con noi. Nel regno del sonno ogni cosa diviene più lieve, ma anche più profonda, smisuratamente immensa. Non v’è nulla di così grave come un’ombra. Nessun altro peso altrettanto penoso e insostenibile. Le ombre tacciono, permettono i nostri tormenti. E’ la vita ciò che occorre interrogare, la vita ciò che conta sempre e in ogni caso.
Il tempo non ci appartiene mai realmente, ma è nella certezza del suo accadere infinito che noi riponiamo la speranza. questo è il mio sogno.
Oh quanta voglia avrei di avervi qui, in questo momento! Quanto bisogno delle vostre carezze e dei vostri baci! Quanta brama di poter toccare la vostra pelle e di sciogliervi i capelli. Quanto desiderio di farvi capire, di non arrecarvi mai più tristezza! Ma come riuscirci?
So bene di non bastarvi. Spero possiate trovare un posto anche per me nei vostri pensieri
Per adesso vi bacio, vostro
b.

29.12.08

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ero un lupo in agguato, a guardia di luci lontane

Schiume

Con il mio corpo sulle spalle -
sangue dal naso contro la nuca,
bava verde sopra la tua mano -
discenderai questa montagna, Rainer:
vico della Calce, vico della Neve,
vico Cimitile, vico Filatoio,
epperò
tutt'a sghimbescio, tutto sottosopra,
specchio capovolto nella rètina dell'occhio,
cono rovesciato
la stanza sarà vuota come prima, senza me -
vuoto, altrettanto, il cunicolo di luce
la tana della poesia al terzo piano.
Avanzerai ingobbito, tu, al posto mio,
sotto il peso di un grifone a quattro teste -
mon cadavre -
piume ed artigli impallinati,
piombo scarlatto sulle lingue penzolanti.
Navi entreranno a Babilonia
su per le scalette, malsicure e puzzolenti,
degli embargos di Toledo:
spugna, la mia pelle, saliva, la scrittura:
sarò buono da mangiare alla Tavola dei Poveri -
festa di santa Maria - Cannibala -
occhi scuri, scuri, tragici, Medea.

mercoledì 23 dicembre 2009

e la voglia di vivere in un europa inutile, serpeggia sotterranea, e non affiora

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boulevard

Pensare per coppie pare che sia una necessità. Non si può dire caldo senza pensare al freddo, bianco senza coinvolgere il nero. Qualche volta le coppie sono del tutto arbitrarie.
Da bambino, a pochi anni di distanza dalla fine della prima guerra mondiale, quando sentivo dire “trento e trieste” vedevo due città sorelle, una sulla riva destra l’altra sulla riva sinistra di un fiume, con un ponte in mezzo. Il fiume era il Piave (molti dicevano ancora La Piave). Credo che molta gente continui a pensare “trento e trieste” allo stesso modo infantile.
Un'altra coppia arbitraria è “Grimm e Andersen”. Arbitraria come “trento e trieste”, ma anche di più, se non altro perché i Grimm erano in due, Jakob e Wilhelm, già per conto loro.
Una volta nel 1845, Andersen andò in Germania e si fece presentare a Jakob Grimm. “Chi è lei? Cosa ha scritto?” domandò il tedesco. “Fiabe”, rispose il danese, “ma lei deve conoscermi; è stata pubblicata una raccolta di fiabe di tutto il mondo dedicata a lei, in cui è riportata anche una mia fiaba…”. “Bene”, riprese il tedesco, “ma io quel libro non l’ho letto”!.
In seguito Andersen ottenne la sospirata amicizia dei due famosi fratelli che ignoravano ancora quanto lui fosse, a sua volta, famoso. Resta il valore simbolico dell’aneddoto: voi chi siete? si potrebbero domandare a vicenda le fiabe di Andersen e Grimm, e se alcune di loro potrebbero scoprirsi lontanamente parenti, in maggioranza sono estranee.
I Grimm raccolsero le loro fiabe dalla bocca del popolo tedesco, in un particolare momento del Romanticismo, anche se per fortuna non si comportarono da freddi scienziati del folklore.
Andersen raccontò a sua volta qualcuna delle fiabe ascoltate da bambino riportate nel libero ricordo della sua memoria; ma il corpus magnum delle sue fiabe se lo è tirato fuori, pagina per pagina, dalla sua fantasia e dalla sua vita.
I lettori hanno diritto, naturalmente, di disinteressarsi del processo che ha portato al prodotto finito...

Gianni Rodari
Prefazione dell’edizione del 1970 a
Fiabe – Hans Christian Andersen (Einaudi, 1954)

lunedì 21 dicembre 2009

la favola è dentro di me

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infondo Christian Hans Andersen ha scritto le sue opere principali nel suo anno di permanenza a Napoli...

martedì 8 dicembre 2009

domenica 6 dicembre 2009

dalla parte del coltello

luna domenicale-io se sono vivo lo sono in questa terra-lo sono per la gioia di conoscerla-e darmi ad essa-per averla

militanz

Nell'era postmoderna, quando la figura del popolo si dissolve, il militante è colui che meglio esprime la vita della moltitudine. il militante è l'agente della produzione biopolitica e della resistenza contro l'Impero.
Quando diciamo militante, non pensiamo al triste ascetico agente della Terza Internazionale, la cui anima era profondamente impregnata dalla ragion di stato sovietica, nello stesso modo in cui la volontà del papa gravava sui cuori dei cavalieri della Compagnia di Gesù.
Non intendiamo qualcuno che agisce per dovere e disciplina e che pretende di dedurre le proprie azioni da un piano ideale.
Intendiamo, al contrario, qualcuno che è molto ai combattenti comunisti delle rivoluzioni del XX secolo, agli intellettuali perseguitati ed esiliati nel corso delle lotte antifasciste, ai repubblicani della Guerra Civile spagnola e a coloro che parteciparono ai movimenti di resistenza in Europa, a coloro che hanno lottato per la libertà in tutte le guerre anticoloniali e antimperialiste.
Un prototipo di questa figura rivoluzionaria è il militante agitatore degli Industrial Workers of the World. I Wobbly diedero vita ad associazioni di lavoratori costruite dal basso attraverso continue agitazioni e, con questa forma di organizzazione, costituirono un pensiero utopico e una conoscenza rivoluzionaria.
Il militante era il protagonista principale della "lunga marcia" dell'emancipazione del lavoro tra XIX e XX secolo: una creativa singolarità in quel gigantesco movimento collettivo che fu la lotta di classe operaia.
In questo lungo periodo, l'attività del militante consisteva, prima di tutto, in una serie di pratiche di resistenza contro lo sfruttamento capitalistico in fabbrica e nella società. Essa consisteva, inoltre (attraverso, ma anche oltre la resistenza) in una costruzione collettiva e nell'esercizio di un contropotere capace di destrutturare il potere capitalistico e di contrapporgli un programma alternativo di governo.
Il militante organizzava le lotte contro il cinismo della borghesia, l'alienazione monetaria, l'espropriazione della vita, lo sfruttamento del lavoro e la colonizzazione degli affetti. l'insurrezione era l'orgoglioso emblema del militante. Nella tragica storia delle lotte comuniste il militante fu ripetutamente martirizzato. Talvolta, ma non tanto spesso, le normali strutture dello stato di diritto potevano essere sufficienti per i compiti repressivi volti alla distruzione del contropotere. Quando però si rivelavano insufficienti, i fascisti e le guardi bianche dello stato del terrore - o le mafie nere al servizio dei capitalismi "democratici" - venivano invitati a dare una mano per rafforzare le strutture repressive legali.
Oggi, dopo troppe vittorie del capitalismo, dopo che le illusioni del socialismo sono definitivamente sfumate, e dopo che la violenza capitalistica contro il lavoro è stata solidificata sotto il nome di ultra-liberismo, perchè risorgono ancora le istanze della militanza, perchè si sono approfondite le resistenze, e come mai le lotte riemergono continuamente con rinnovato vigore ? Occorre sottolineare immediatamente che questa nuova militanza non è una replica delle formule organizzative della vecchia classe operaia rivoluzionaria. Oggi, il militante non pretende neanche di essere rappresentativo, neppure dei fondamentali bisogni umani degli sfruttati.
Oggi, la militanza politica rivoluzionaria deve riscoprire quella che è sempre stata la sua forma originaria: un'attività costituente e non rappresentativa. Oggi, la militanza è una pratica positiva, costruttiva e innovatrice. Questa è la forma in cui noi e tutti coloro che si rivoltano contro il comando del capitale si riconoscono come militanti. I militanti reagiscono al comando dell'Impero creativamente. In altri termini, la resistenza è immediatamente collegata con un investimento costitutivo nel mondo biopolitico, volto alla creazione di dispositivi cooperativi di produzione e di comunità. Questa è la grande novità della militanza contemporanea: essa recupera le virtù dell'azione insurrezionale maturate in duecento anni di esperienze sovversive, ma, nello stesso tempo, è legata a un mondo nuovo, un mondo che non conosce un al di fuori. La militanza conosce solo un dentro, la vitale ed ineluttabile partecipazione al complesso delle strutture sociali senza alcuna possibilità di trascenderle. Il dentro è, allora, la cooperazione produttiva dell'intellettualità di massa e delle reti degli affetti, la produttività della biopolitica postmoderna. Questa militanza resiste nei contropoteri e si ribella proiettandosi in un progetto d'amore.
C'è un'antica leggenda che potrebbe illuminare la vita futura della militanza comunista: la leggenda di san Francesco di Assisi. Vediamo quale fu la sua impresa. Per denunciare la povertà della moltitudine ne adottò la condizione comune e vi scoprì la potenza ontologica di una nuova società. Il militante comunista fa lo stesso nel momento in cui identifica nella condizione comune della moltitudine la sua enorme ricchezza. In opposizione al capitalismo nascente, Francesco rifiutava qualsiasi disciplina strumentale, e alla mortificazione della carne (nella povertà e nell'ordine costituito) egli contrapponeva una vita gioiosa che comprendeva tutte le creature e tutta la natura: gli animali, sorella luna, fratello sole, gli uccelli dei campi, gli uomini sfruttati e i poveri, tutti insieme contro la volontà di potere e la corruzione. Nella postmodernità, ci troviamo ancora nella situazione di Francesco a contrapporre la gioia di essere alla miseria del potere. Si tratta di una rivoluzione che sfuggirà al controllo, poichè il biopotere e il comunismo, la cooperazione e la rivoluzione restano insieme semplicemente nell'amore, e con innocenza. Queste sono la chiarezza e la gioia di essere comunisti.

t.n.

sabato 5 dicembre 2009

Il cielo di Danimarca

E' la Luna
un mulino a vento di un qualche Cervantes,
meta stanca e consunta del poeta,
il fruscio materno di lenzuola rimboccate,
o forse giacigli duri e freddi di marmo e cartone,
per strada.
Luna dei perdenti,
di chi ha scelto di non vincere,
dei sogni d'un prigioniero,
dei prigionieri d'un sogno.
di Dio e della sua impostura,
delle troie luride del suo regime,
la luna dei matti a raccoglier cicche spente dall'asfalto.
E' la Luna
sulle ceneri d'un tramonto,
nella polvere di fango d'un ideale,
nel finestrino dell’ultimo posto infondo
d’un fottutissimo pullman,
la luna dei viados e dei desaparecidos,
dei senza volto sulle strade del mondo,
delle canne lucide delle loro p38 in tasca,
di chi non sa mentire alla propria libertà.
La Luna chiara delle bombe su Belgrado,
delle sue grida di morte calcolata e necessaria,
la Luna dei macete ad Algeri,
del piombo di stato a Realidad,
la Luna di una vita derisa e svenduta
sui cellulari sudici di Wall-Street.
La Luna puttana del maledettissimo giorno
in cui te ne sei andata
seguita dalla scia dei miei sogni in frantumi
e dal sogno pulito del tuo dolore.
La luna della notte in cui sarò io a partire
e mi seguirai
senza troppi perchè
seguirai se vorrai anche la gioia del mio pianto,
la gioia di questa mia guerra,
il mio amore infinito per i tuoi passi.

venerdì 4 dicembre 2009

domenica 29 novembre 2009

Angoli

da piccolo disegnavo sempre grandi città.

lunedì 16 novembre 2009

Bordello di mare con città

Alle anime compagne del mio esilio-
ai colombi viaggiatori-
a l'esprit de finesse che respira questa landa:
a Herr Goethe
a Monsieur de la Martine,
a Virgilio,
a Lucrezio.
ai piccoli roditori di cuori e di tutto
un popolo . una folla
che adora la coccarda di Rousseau
alla Vergine del Carmine , stella maris,
diga della peste e del colera-
agli oscuri monaci delle biblioteche dei Gerolomini,
ai labirinti delle Fontanelle,
al gelo delle ossa di Lucia.
alla dolce nuca di Lenor,
stelo reciso di corolla sotto mannaia:
eccovi l'ECO , la mia
ultima limatura di verso ,
bbona crianza , mmerda,
menate dint'e cantere p' a via
settimo di sette anelli fratelli,
bodas de sangre , nozze maschili,
brindisi al risorgimento!
Cca vuie perdite o tiempo e a serenata:
nisciun o sape, nisciun o sape
Sol'a luna rossa cu nu bavero aizato.....
ma ci siamo amati , ci siamo molto amati
e questi vicoli cattivi , questo ventre di janara
alla fine hanno vinto sul mio cuore,
sul fiele dei miei occhi ,e dei miei nervi

"Dulce et decorum est pro patria mori"
e io pe tte mmoro, pe tte mmoro-
CCa vuie perdite o tiempo e a serenata:
niscuno o sape , nisciuno o sape
sol'a luna cu nu bavero aizato
ma ci siamo amati , ci siamo molto amati.

pe ll'aria e l'Anticaglia
pe copp'e loggie, pe sotte e panne stise,
mo' hann'a vula' sti ccart'e musica,
tutte sti nire accord'e cuncertino.........
brutta , sporca lurida chiavica citta'!
brutta , sporca lurida chiavica zoccola citta'!
brutta , sporca lurida chiavica zocola
immondissima citta'!
Casino delle sirene ,
scuoglio de malevestute,
azzurro arenile infame!
Nisciun esamentro , nisciun spondeo ,
nisciun verso alessandrino,
nessuna gloria di parola di Bisanzio,
nessuna innocenza , nessuna purezza estratte
dai fuochi dei roghi poetici
potranno mai competere coi fumi , coi miasmi,
con i mal odori delle tue viscere ammalate,
col tuo fegato di splendida puttana ,
infetto da dissenteria,
Con i tuoi palazzi a spuntatore ,
rifugio de' mariuole a ghiuorno e nnotte
con i tuoi portoni nobili ed umidi
del piscio dei gatti e dei cristiani
del tuo arco trionfale a Sant'Eligio ,
sotto il quale si accucciano cane
vecchie straccione, pe' durmi' ,
e femmene senza marito a parturi',
piglianne loro stesse 'e criature cu e mmane,
tagliannese o curdone cu e diente , senza vammana,
manco fossero nu cierro e capille
o n'ogna piccerella, incarnata ,
ca fa' male, ca martella.......


Bestie bestie bestie
Nisciuna bestia è chi bestia e vuje
Nisciune animale è chiù animale e vuje, campanno
E scenneno zuoppe e sciancate, cecate
Creature cu tre cape, senza cosce, cu ciente vracce
A raggiera
dint a sti viche
Pe sta fenesta senza scuorno, annure
Tale e quale o sole, ca pure isso senza scuorno
Annuro, comm’a n’anema avvilita ma innocente
Se fa sentì a matin
tra ll’evera bbona e l’evera malament

Tanto amore, tanta devozione del Creato è inutile!
Nun passa suspiro e morte ca vuje nun o ingannate
Stirpe di sodomiti, imbroglioni dal sorriso nero
Popolo e magnapignatte
Ce simme astrignute a sangue
Cu nu sortilegio
Quand’eremo piccirille
Ce simme ruciliat’ pe rocce d’a cava e sant’Echia
Scarraffune o nu vaso
Pe chi perdeva a lotta, per chi ferneva a sott’
E mo?

E mo' tutto e' fernuto
.Tutto cantato e' stato.
Ah , nun t'avuta' , nun t'avuta'
nun guarda' ll'acqua d'ammore sporca 'e saittella!
nun guarda' ll'onna d'o maciello ca o cielo j e vierne,
comm'a na baldracca presuntuosa , cerca 'e se ffa bella:
genuflesso so' e criature j e giuramente, a ggiuoco.
e nun t'annasconnere: io songhe ll'uocchie,
nun me chiamma' pe nnomme: io song ll'uocchie,
nu marci dint'o silenzio senza t'arricurda' cca io t'aggio dato:
ll'uocchie,ll'uocchie.

Arint’ a Stella è già ncopp a Stella: chi è che non lo sa?
Arint’ a Stella, ccà:
ultimo, assolato mio ostello: non più paterno ne vago
mia assolata morte. Marcire. Complotto contro di me.
E scendo per arterie e per vene, giù per la finestra
per sguardi
ruscelli di pietra e di sangue:
Vico della Calce, vico della Neve,
vico Santa Maria della Purità,
Vico Cimitile, vico del Filatoio
Vico Santa Margherita a Fonseca
E al centro, l’ultimo grano del rosario
Vicolo del Pero
Slargo 'ro Calvario, giardino aizato sopra fogne secolari angioine.
Dentro la Stella è già la Stella.
Cchiù ncopp e chest ce sta sulo
o quartiere de muorte’, o vico storto e tutt’e santi.
Indifferente agonia, il mio cuore batte da solo.
Qui finisco io e non avrò rimembranze scintillanti.

Yes, questa, nero di seppia, è a litoranea chiara
Chesta, a marina dei Ciechi
da Vigliena fino a Resina,
fine 'e scoglie' 'e cala de Spiriti
'llabbascio e sirene sotto o' palazzo
sotto Donn’Anna
è tutto nu ciato e varricchina,
uno sciogliersi turco di rancido odore di caffè,
ca nun fa mai penzà all’ammore
bensì a un delitto, a un folle atto di violenza.
Le navi entreranno a Babilonia
su per le scalette, malsicure e puzzolenti,
degli embargos di Toledo
e nuie sperimentammo c’o Sole,
signore dei cani,
l’ozioso ricordo dei Ciclopi – Cateratta
magiche capre di Ulisse,
i poeti fucilati nel culo in qualche anarchica rivoluzione
a piazza Mercato..
Che vulite? C’è rimasto sul’ chest’
o' ritmo da lengua.
A rumba de parole
O nanianià dei Perdigiorno.

Sono venuto qui con te
In questo stretto cunicolo di sole, al terzo piano
Arrampicandoci per un dedalo di vicoli e viuzze, tutte
In salita,
verso un monte, certo non il Tabor, ma faticoso come il Golgota,
interminabile, come un voto di salute.
qui che sono facile preda ANCHE delle mosche
Per questo sedicente popolo del sole
E dunque vivo nella discrezione o meglio nel segreto
Di me più assoluto
Da qui da questa tana appena più sotto del cielo
Da questa feritoia di luce scavata nel brulicante e opaco
Ammasso dei corpi-
Tra questa odiosissima e accalorata plebe-
Disposta verticalmente come una torre di carne su su
Fino ai miei piedi


Da qui, da questa tana appena più sotto del cielo
da questa feritoia di luce scavata nel brulicante e opaco
tra questa odiosissima e accalorata plebe
- ammasso di carne -
disposta verticalmente come una torre su su
fino ai miei piedi,
da qui mi è difficile scorgere la Baia. Impossibile.

Scrivo allora che tra l'isola di Procida e il capo di Posillipo, che non vedo,
si e' tragicamente smarrita, arenata , la mia immaginazione.
Rien ne va plus: sto diventando cieco ANCHE nella fantasia dell'infinito.
antro delle sirene, dicono, conchiglia del mito, canto che si sfracella da se stesso contro lo scoglio,
da cui nasce come un mitilo , una cozza , Fatale Saffo, pazza e disperata per amore!
Diventare TE.

Forma di nessuna importanza, di nessuna celebrità
Semplice soffio
Che pure perirà tra queste scale, questi ballatoi
Queste popolane urlanti
Questi vecchi stagliati nel tufo
Si, questa è tiro, questa è sidone
Questo è il fatale perire di ogni reame costiero
Come atene, cartagine,
questa è micene.



Sta grotta è comm'a na guagliona accalorata
ha i fianchi ed il bacino denudati,
un tetto fatto di canna e di rafia.
Se si schiaccia l’occhio o na recchia contro il fondo
si vedono, si sentono
le viscere ammalate e nere di questo grande mare,
i rumori, e lamiente antiche'
comme nu risentimento.
Ccà, fra Coroglio e Pusilleco,
fino e sott' e scoglie e Nisida
ncopp Trentaremi,
attorno attorno o costato antico
nu specchio cu stu cunicolo e luce...


Qui su, sullievo all'aria
nu fatale addio, il mio.
Qui ho deposto la mia lingua nobile, ogni battito del mio cuore
per questo sedicente popolo del sole
E dunque, ora vivo nella discrezione o meglio nel segreto
di me più assoluto


Un eco odo
”la tua Saffo
Lei sola è viva”
e io
l’ho servita in volontario servizio.
Ma mai amante mi ha così tradito
mai amore o tradimento è stato così sublime
niente.
Aggio pruvato a muzzecà 'a passione
senza me fa vedè
standomene nascosto,
chello che lascio è l’IMPOSSIBILE
scheggie. crastule. piccoli frammenti.
e’ carte mie c’abbruciano. cenere

Che vulite? C’è rimasto sulo chesto: o ritmo da lengua
Dint a stu specchio nu cunicolo e luce
Vengono da me, ogni tanto, ricordi del forte sentore
Di hashish
E m’addormono.

e.m. 1988

sabato 14 novembre 2009

da castel sant'elmo

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«Maestro, che dite? L’ora è quella giusta?». È molto dopo mezzanotte, ma lui non dice niente, non sembra contento. Da Castel Sant’Elmo ha guardato con un bizzarro sorriso giù, verso la città sprofondata nella notte.
Camminiamo in silenzio, calcando bene i piedi a terra per riscaldarli. Il Maestro è molto pallido, come se fosse malato, e parla con un filo di voce. «Ora comincerai a non riconoscere più né le strade né i luoghi. Saprai solo che scendiamo. Sei pronto?». «Sì» dico cercando di parlare a voce alta, ma mi esce appena un soffio, e rabbrividisco.
«Vedi quella finestra illuminata? Là c’è una famiglia che non dorme mai. Si odiano. La figlia rimprovera a sua madre di essere bella, più bella di lei. Il figlio torna tardi, e se gli dicono qualcosa urla e sbatte le porte, e dice che sono una famiglia di pidocchiosi e lui si vergogna di avere genitori così...». «E loro? Non possono fare qualcosa?». Il Maestro mi guarda, poi solleva le spalle. «Loro ripetono: ”Ma che ti abbiamo fatto? Hai sempre avuto tutto! E tu, Elsa, perché piangi sempre?”». Di notte quei genitori restano svegli fino a tardi, dice il Maestro, ma non parlano mai tra loro. Marito e moglie fingono di dormire, ma ognuno dei due si accorge che l’altro è sveglio. Al mattino si alzano stanchissimi, e al pensiero di un'altra giornata lei vorrebbe morire.
«Là invece abita un artista, in quel palazzo antico. Dalle sue finestre in certi giorni si vedono le isole». Stiamo scendendo, ma il Maestro aveva ragione: non riconosco più la città, come se una nebbia avesse eroso le facciate, allungato o accorciato le prospettive delle strade, le piazze, gli slarghi. «E l’artista lavora di notte?». «Sì, crede che così niente impedirà alle idee e alle visioni di arrivare a lui...» e il Maestro sorride, con una specie di smorfia. «Vuole descrivere la città, tutta la città, in alto e in basso... Dice che di notte, nel silenzio, le immagini che lo hanno assediato nei giorni e negli anni, si ricomporranno davanti a lui come in un quadro vivente... Le voci, i rumori, gli amori, le sgommate, i pianti, gli spari, la vita...». Ora il Maestro si è fermato, le mani in tasca, forse per riposare. «E ci riesce?». «A fare cosa?». «A descrivere la città così...». Il Maestro scuote la testa, malinconico. No, non ci riesce. Comincia sempre da capo a descrivere perché gli sembra che ogni volta manchi qualcosa, e al mattino distrugge tutto il lavoro. Ma che lavori è già raro. Più spesso sta lì, sveglio, e si limita a guardare dalla finestra, a sentire i piccoli rumori notturni, a fantasticare. «E al mattino che fa? Dorme?».
Il Maestro sembra non aver sentito, o non mi vuole rispondere. Allunga il passo, davanti a me, e solo ora mi accorgo che zoppica. Cammina svelto lo stesso, impeccabile nel suo paletot con il bavero sollevato, ma il lieve sobbalzare di una spalla rivela la menomazione. Mi coglie all’improvviso un sospetto che quasi mi fa ridere: e se fosse il diavolo? «Qui invece è l’inferno...». La sua voce mi fa sobbalzare. Che mi legga nel pensiero? Ma il Maestro indica un grande portone, e mi fa cenno di tacere e ascoltare. Non sento un rumore, una specie di frinire e borbottare che viene come da sottoterra? «È vero! Sembra il rumore di una fabbrica...». «È proprio quello. Lavorano di notte per le consegne. E poi perché il lavoro è lavoro, e non si può dire no». Sono anche donne, certo. La paga è bassa, ma sono soldi, e i soldi servono sempre. Ci sono i figli, bisogna mangiare ogni giorno, e i soldi servono pure per morire. «Ma è illegale! Non si può fare niente contro chi li sfrutta?». Non qui, dice il Maestro pronunciando appena le parole. E poi aggiunge, ma non sono sicuro di aver sentito bene: non in questo mondo. «Fare cosa? Se tu facessi qualcosa, quella gente finirebbe di lavorare. Ti odierebbero. Ti farebbero a pezzi». «Ma hanno quattro soldi!». «E tu gliene puoi dare di più?».
Il Maestro ora ha un tono di voce beffardo, odioso. Comincio anche a sentire freddo, e mi fanno male i piedi. Quanto detesto quel suo fatalismo! Ma già so che a ogni mia obiezione risponderebbe: ”Non sei venuto con me solo per vedere? Il patto che abbiamo fatto è questo. Solo vedere”. Ora si è fermato vicino a un falò semispento, e parla con le ragazze. Lo conoscono bene, e con loro trova sempre qualche parola che le fa sorridere, un tono di voce che le trasforma. Con lui vicino smettono di masticare le gomme e prendono l’aria di ragazzine, senza più rughe, senza stanchezza. Che storie racconterà? Perché è sempre così gentile con loro? A me non fanno caso, come se non esistessi, mentre si animano e ridono con lui, mostrando all’improvviso denti bianchissimi, facce che la nottata non ha sciupato. Quando le lasciamo lo abbracciano e baciano tutte, come si fa con un parente.
La sosta mi ha spezzato le gambe, mi fanno male le caviglie. Quanto avremo camminato? E dove siamo: a corso Vittorio Emanuele, a Ponticelli, a Chiaia, ai Quartieri, alla Doganella? Tutto somiglia alla città che conosco, ma come un corpo immerso nell’acqua o una faccia in uno specchio deformante. Il Maestro sta parlando, o forse sono solo io che sento la sua voce, appena ansante per l’andatura veloce? Sono stanco, e non ho più voglia di vedere niente. Ma la voce mi penetra fin dentro le ossa, come il freddo. Il tono è secco, ma la voce è appena udibile. «Ah, tu vuoi capire! Non è vero, tu non vuoi capire, tu vuoi giudicare... Ma così non vedrai mai nulla, e chi non vede non può neanche capire... Devi imparare ad accettare tutto, se ne sei capace. Non puoi? Non ci riesci? Apri gli occhi e guarda di nuovo, finché non cominci veramente a vedere... Amare tutto questo così com’è è impossibile? Può darsi... Ma allora resta a casa, nel sonno, davanti al televisore, non chiedere, non chiamarmi, non fingere di voler sapere...». Poi tace, con un gesto di impazienza.
Dove siamo? In una luce falsa che mi acceca vedo dei fagotti, grossi sacchi di cenci stesi uno di fianco all’altro, come salme di morti in guerra. Come somiglia a una stazione ferroviaria, questo posto! Le vetrate sporche, le travi che partono da terra come radici geometriche e sorreggono le volte, lo stridere dei freni sui binari: ma le salme? Hanno membra scure, forse sono vivi, si muovono. Si sono tolti le scarpe e dormono buttati sui cartoni. Ma sono davvero vivi o è la stanchezza che mi fa sembrare che si muovano? Una vecchia più in là sta seduta su un carrello portabagagli, la testa fra le mani, e parla da sola. Che starà dicendo? Il Maestro è l'unico che può saperlo, e mi volto per chiedere a lui. «Maestro...» dico, a bassa voce. Ma dietro di me non c’è, non lo vedo più. Una figura già lontana attraversa la piazza, passando veloce dal buio alle chiazze di luce dei lampioni. Zoppica leggermente e ha il bavero sollevato, o almeno così mi sembra. Mi bruciano gli occhi, e ho appena il tempo di chiuderli e poi riaprirli che non riesco più a scorgere la figura col bavero rialzato. Mi ha lasciato qui, in una città che non conosco, in compagnia dei morti. O sono solo addormentati e all’alba si risveglieranno? La notte si sta dissolvendo, e cresce un chiarore livido, mattutino. Maestro! Quanto devo aspettare per sapere?

venerdì 13 novembre 2009

Luce

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Spaccanapoli

Una strada stretta e lunga spacca a metà il cuore e la città. Un cane sconsolato conta i miei passi e la sua libertà. Piangono i bicchieri su un bancone di un bar. Io solo sotto la luna appoggiato ad un lampione saluto un amico che non conosco. Poi ti penso senza capire... Sotto la luna non parla nessuno. Spaccanapoli

domenica 1 novembre 2009

oblio di me

Nessuna notizia per mesi
poi una cella di isolamento
per anni
per tentare di farla cedere
Le guardie infami del penitenziario
non sono autorizzate
a rivolgere la parola
neanche in casi di emergenza
Non puoi uscire
Non puoi vedere
o sentire
altre detenute
o parenti al ricevimento
4 mura
Senza finestra
Senza sbarre
La porta blindata
Le mura sono bianche
Non senti rumori
Non senti il calore
Non senti gli odori
Non tocchi più nulla
Non guardi più oltre
è l’occhio che sogna
di arrivare lontano
ma non può arrivare
che a pochi metri
Comincia a tremare
Il tempo non passa
E pure se passa
Non cambia mai nulla
Aspetta qualcosa
Attende qualcuno
Ma non vede nessuno
non esiste amore
l’istante si annulla
piano impazzisce
la mente consuma
gli occhi si chiudono
il corpo si spegne
come sconfitto
il nulla d’intorno
di un esistenza già vuota
è la vendetta borghese
che le spegne gli occhi
e le toglie la vita
è il tempo che lento scorre
nella cella di isolamento
del carcere di Rebibbia

a D.B.

sabato 31 ottobre 2009

per sdrammatizzare: Carteggio Gossage-Vardebedian

da Rivincite - Woody Allen (2004, Bompiani)

Mio Caro Vardebedian,
sono stato più che dispiaciuto oggi quando guardando fra la posta, ho scoperto che la mia lettera del 16 settembre, contenente la mia ventiduesima mossa (cavallo nella quarta casella di re), mi è stata rispedita non aperta a causa di un piccolo errore di spedizione - più precisamente, l'omissione del tuo nome e del tuo indirizzo (quanto si può essere freudiani?), unito alla dimenticanza del francobollo. Che ultimamente io sia rimasto disorientato dagli equivoci della Borsa non è un segreto, e nonostante in quel suddetto 16 settembre il culmine di una lunga spirale discendente abbia spazzato via la Anti-Materia S.n.c. dal
tabellone una volta per tutte, riducendo di colpo il mio broker alla famiglia delle leguminacee, non offro questo come scusa per la mia negligenza e la mia monumentale inettitudine. Ho toppato. Perdonami. Che tu non abbia notato la mancanza della lettera indica un certo sconcerto da parte tua, che attribuisco allo zelo, ma il cielo sa che tutti facciamo errori. Così è la vita - e gli scacchi.
Orbene, venuto a galla l'errore, segue una semplice rettifica. Se vuoi essere così gentile da trasferire il mio cavallo nella tua quarta casella di re penso che possiamo procedere più accuratamente con la nostra partitella. L'annuncio di scacco matto che hai fatto nella lettera di oggi è, temo, in tutta franchezza, un falso allarme, e se tu riesaminerai la posizione alla luce della scoperta odierna, scoprirai che è il tuo re a essere prossimo allo scacco, esposto ed indifeso, un bersaglio immobile per i miei alfieri predatori. Che ironia, le vicissitudini di una guerra in miniatura! Il fato, nella veste dell'Ufficio Lettere non Reclamate, diviene onnipotente e - voilà - tutto si capovolge. Una volta, ti prego di accettare le mie scuse più sincere per la spiacevole disattenzione, e attendo con ansia la tua prossima mossa.
Accludo la mia quarantacinquesima mossa: il mio cavallo mangia la tua regina.
Sinceramente,
Gossage

Gossage,
ho ricevuto questa mattina la lettera contenente la tua quarantacinquesima mossa (il tuo cavallo mangia la mia regina?), e anche la tua lunga spiegazione circa l'ellissi di metà settembre nella nostra corrispondenza. Fammi capire se ti ho compreso correttamente. Il tuo cavallo, che ho rimosso dalla scacchiera settimane fa, tu adesso sostieni che dovrebbe trovarsi sulla quarta casella di re, stando ad una lettera persa nella posta ventitré mosse fa. Non mi ero accorto di un errore del genere e
ricordo distintamente che hai effettuato una ventiduesima mossa. Che credo fosse la tua torre nella sesta casella della regina, dove è stata in seguito sacrificata in un gambetto dei tuoi che è tragicamente fallito. Attualmente la quarta casella di re è occupata dalla mia torre, e dato che sei senza cavalli, nonostante l'Ufficio lettere non Reclamate, non riesco proprio a capire quale pezzo stia usando per mangiarmi la regina. Quello che credo tu voglia intendere, visto che la maggioranza dei tuoi pezzi è bloccata, è che tu chiedi che il tuo re sia mosso alla quarta casella del mio alfiere (la tua unica possibilità) - un adattamento che mi sono preso la libertà di fare e quindi di fronteggiare con la mossa di oggi, la mia quarantaseiesima, con cui mangio la tua regina e metto il tuo re sotto scacco. Ora la tua lettera diventa più chiara.
Penso che adesso le ultime mosse restanti della partita possano essere giocate facilmente e con rapidità.
In fede,
Vardebedian

Vardebedian,
ho appena finito di leggere la tua ultima lettera, quella contenente una bizzarra quarantaseiesima mossa che riguarda la rimozione della mia regina da una casella in cui non si trova più da undici giorni. Dopo un calcolo paziente, penso di aver capito la causa della tua confusione e del tuo fraintendimento dei fatti. Che la tua torre si trovi nella quarta casella di re è una impossibilità pari a quella di due fiocchi di neve identici: se torni alla nona mossa della partita vedrai chiaramente che la tua torre è stata catturata da tempo. Effettivamente si è trattato di quella stessa temeraria combinazione di sacrificio che ha scosso il tuo centro e ti è costata entrambe le torri. Cosa stanno facendo ora sulla scacchiera? Offro alla tua considerazione che è successo quanto segue: l'intensità degli attacchi e degli scambi turbinosi intorno alla ventiduesima mossa ti hanno lasciato in uno stato di lieve dissociazione, e nella tua ansia di mantenere la posizione a quel punto non hai notato che la mia solita lettera non arrivava e hai invece mosso i tuoi pezzi due volte, assicurandoti un vantaggio piuttosto sleale, non trovi? Quel che è fatto, è fatto e ritornare noiosamente sui nostri passi sarebbe difficile, se non impossibile. Pertanto, mi sembra che il modo migliore per rettificare tutta questa faccenda sia di darmi la possibilità di due mosse consecutive, a questo punto. Quel che è giusto, è giusto. Per prima cosa, allora, mangio il tuo alfiere col mio pedone. Poi, dato che questa mossa lascia scoperta la tua regina, mangio anche lei. Penso che ora possiamo procedere con le ultime mosse senza ostacoli.
Sinceramente
Gossage
P.S. Accludo uno schema che mostra esattamente come si presenta ora la scacchiera, per tua cognizione circa le mosse finali. Come puoi vedere, il tuo re è in trappola, indifeso e da solo al centro. I miei migliori saluti.
G.

Gossage,
ho ricevuto oggi la tua ultima lettera e benché fosse scarsa di coerenza, penso di capire da cosa dipenda il tuo smarrimento. Dallo schema che hai allegato, mi è divenuto evidente che da sei settimane abbiamo giocato due partite di scacchi completamente diverse - io secondo la nostra corrispondenza, tu secondo il mondo come lo vorresti, privo di un qualsiasi razionale sistema ordinativo. La mossa del cavallo che è andata apparentemente perduta nella corrispondenza sarebbe stata impossibile alla ventiduesima mossa, poiché il pezzo stava al bordo dell'ultima colonna, e la mossa che tu descrivi l'avrebbe portato sul tavolino, accanto alla scacchiera. Quanto ad accordarti le due mosse consecutive per compensare quella apparentemente persa nella posta - di sicuro stai scherzando, paparino. Ti concederò la tua prima mossa (puoi prenderti il mio alfiere), ma non la seconda, e poiché adesso è il mio turno, rispondo rimuovendo la tua regina con la mia torre. Il fatto che tu mi dica che non ho torri significa poco in realtà, dato che mi basta una semplice occhiata alla scacchiera per vederle svettare belle e vigorose.
Infine, quello schema che nella tua fantasia dovrebbe rappresentare la scacchiera indica una condotta di gioco scanzonata alla Fratelli Marx e, benché divertente, difficilmente depone a favore della tua assimilazione del Trattato di Scacchi di Nimzowitsch, che hai sottratto dalla biblioteca infilandolo sotto il tuo golf di alpaca lo scorso inverno, perché ti ho visto. Ti suggerisco di studiare lo schema che accludo e di ridisporre la tua scacchiera in modo corrispondente, così da terminare con una certa precisione.
Fiduciosamente,
Vardebedian

Vardebedian,
non volendo protrarre ulteriormente una faccenda già confusa (so che la recente malattia ha lasciato la tua fibra, di solito robusta, piuttosto scombussolata, e ti ha causato una lieve frattura con il mondo reale per come lo conosciamo) colgo questa opportunità per sciogliere il nostro sordido groviglio di circostanze prima che giunga irrevocabilmente a una conclusione kafkiana. Se mi fossi reso conto che non eri abbastanza gentiluomo da concedermi una seconda mossa compensatrice, non avrei permesso al mio pedone di mangiare il tuo alfiere alla mia quarantaseiesima mossa. Secondo il tuo schema, infatti, i due pezzi erano collocati in modo da renderlo impossibile, legati come siamo alle regole stabilite dalla Federazione Scacchistica Mondiale e non dalla Commissione Pugilistica dello Stato di New York.
Senza dubitare che il tuo intento, nel rimuovere la mia regina, fosse costruttivo, obietto che può derivare solo un disastro quando ti arroghi questo potere decisionale arbitrario e cominci a fare il dittatore, mascherando errori tattici con doppiezza ed aggressività - un'abitudine che hai denunciato nei nostri leader mondiali diversi mesi fa nel tuo saggio "De Sade e la non-violenza" Sfortunatamente, dato che il gioco è continuato senza interruzioni, non sono stato in grado di calcolare esattamente in quale casella dovresti rimettere il cavallo sgraffignato e suggerisco di lasciar decidere agli dei, chiudendo gli occhi e buttandolo di nuovo sulla scacchiera e accettando qualsiasi posto in cui cadrà. Ciò dovrebbe aggiungere un elemento di interesse al nostro piccolo incontro. La mia quarantasettesima mossa: la mia torre mangia il tuo cavallo.
Sinceramente
Gossage

Gossage,
quant'era curiosa la tua ultima lettera! Ben concepita, concisa, con tutti gli elementi che sembrano creare quello che in certi gruppi colti passa per effetto comunicativo, eppure permeata da quello che Jean Paul Sartre è così incline a definire "nulla". Si è immediatamente colpiti da un profondo senso di disperazione e balza vivido alla mente il ricordo dei diari a volte lasciati da esploratori spacciati che si sono persi al Polo, o delle lettere dei soldati tedeschi a Stalingrado. E' affascinante come i sensi si disintegrino quando siano messi di fronte ad una occasionale verità traumatica e galoppino all'impazzata, dando corpo a miraggi e costruendo una precaria barriera contro gli assalti di un'esistenza troppo terrificante!
Sia quel che sia, amico mio, ho appena trascorso gran parte della settimana a rendere meno confuso il miasma di scuse lunatiche note come la tua corrispondenza, nel tentativo di aggiustare le cose affinché la nostra partita possa concludersi semplicemente una volta per tutte. La tua regina è andata. Dalle il bacio d'addio. Così pure entrambe le torri.
Scordati anche un alfiere perché te l'ho mangiato. L'altro è così impotente, lontano dall'azione principale della partita che è meglio non ci conti o ti spezzerà il cuore.
Quanto al cavallo che hai lealmente perduto ma rifiuti di cedere, l'ho rimesso nell'unica posizione concepibile in cui possa apparire, concedendoti così il più incredibile paio di inortodossie dall'epoca in cui i Persiani escogitarono questo diversivo. Si trova nella settima casella del mio alfiere e se riesci a tenere insieme le tue labili facoltà mentali quanto basta per valutare la scacchiera, noterai che questo pezzo agognato adesso blocca al tuo re l'unica via di fuga dalla mia soffocante tenaglia. Com'è giusto che il tuo avido complotto torni a mio vantaggio!
Il cavallo, rientrando vigliaccamente in gioco, silura il tuo finale di partita!
La mia mossa è regina nella quinta di cavallo e annuncio il matto in una mossa.
Cordialmente,
Vardebedian

Vardebedian,
ovviamente la continua tensione dovuta alla difesa di una serie di posizioni scacchistiche ottuse e senza speranza ha reso pigro il delicato meccanismo del tuo apparato psichico, rendendo la tua comprensione dei fenomeni esterni un tantino debole. Non mi dai altra alternativa che porre fine alla contesa in modo rapido e misericordioso, rimovendo la pressione prima che ti lasci danneggiato in permanenza.
Cavallo - sì, cavallo! - nella sesta di regina. Scacco.
Gossage

Gossage,
Alfiere nella quinta di regina. Scacco matto.
Mi spiace che la competizione si sia rilevata eccessiva per te, ma se ti è di qualche consolazione, diversi maestri locali di scacchi, dopo aver osservato la mia tecnica, hanno sbiellato. Nel caso tu voglia una rivincita, suggerisco di provare a giocare a Scarabeo, un mio interesse abbastanza recente, in cui probabilmente non riuscirei a cavarmela con facilità.
Vardebedian

Vardebedian,
Torre nell'ottava di cavallo. Scacco matto.
Invece di tormentarti con ulteriori dettagli sul mio matto, poiché credo che tu sia in fondo un buon uomo (un giorno qualche tipo di terapia mi darà ragione), accetto di buon grado il tuo invito a giocare a Scarabeo.
Tira fuori la tua scatola. Dato che a scacchi tenevi i bianchi e quindi hai giocato con il vantaggio della prima mossa (avessi saputo dei tuoi limiti ti avrei controllato di più) tocca a me la prima mossa. Le sette lettere che ho appena pescato sono O, A, E, J, N, R, e Z - un miscuglio niente affatto promettente che dovrebbe garantire, anche al più sospettoso, l'onestà della mia giocata. Per fortuna, comunque, un vasto lessico, unito a una inclinazione per l'esoterismo mi hanno permesso di attribuire un ordine etimologico a quello che, a una persona meno erudita, potrebbe sembrare un guazzabuglio. La mia prima parola è "ZANJERO".
Controlla. Ora disponila, orizzontalmente, con la E nella casella centrale. Conta attentamente, senza dimenticare il doppio punteggio per la parola di apertura e il bonus da 50 punti per il mio utilizzo di tutte e sette le lettere. Il punteggio adesso è 116 a 0.
A te la mossa.
Gossage

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sabato 24 ottobre 2009

20.10.09

APPUNTAMENTO IN SOGNO


Con gli ultimi spiccioli

avevo comperato

un piatto caldo

un limone

una bottiglia di fragolino rosso

un pacchetto di tabacco

un disco

una cartolina illustrata

e una rosa.

.

Tutto era pronto amore mio

e tu non sei venuta

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giovedì 22 ottobre 2009

She Doesn't Exist

Tu sei ancora il sorriso che sapeva quetarmi. Lo so. Bisogna che tu vada. E però non sei sola: quello che fui bambino se ne va via con te. Questo dici pare morire. Ma nei miei occhi che ti cercano ancora hai una parola che rimane a parlarmi
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martedì 29 settembre 2009

Napolirendesoli

A te si arriva solo attraverso te.
Ti aspetto.
Io sì che so dove mi trovo,
la mia città, la via,
il nome
con cui tutti mi chiamano.
Però non so dove sono stato con te.
Là mi hai portato tu.
Come avrei imparato la strada
se non guardavo nient'altro che te,
se la strada era dove tu andavi,
e la fine fu quando ti sei fermata?
Che altro poteva esserci
più di te che ti offrivi, guardandomi?
Però adesso che esilio,
che mancanza,
e lo stare dove si sta.
Aspetto, passano i treni,
i destini, gli sguardi.
Mi porterebbero dove non sono stato mai.
Ma io non cerco nuovi cieli.
Io voglio stare dove sono stato.
Con te, ritornarci.
Che intensa novità,
ritornare un'altra volta,
ripetere mai uguale
quello stupore infinito.
E fino a quando non verrai tu
io resterò sulla sponda
dei voli, dei sogni,
delle stelle, immobile.
Perché so che dove sono stato
non portano né ali, né ruote, né vele.
Esse vagano smarrite.
Perché so che dove sono stato con te
si va solo con te, attraverso te.

(Pedro Salinas da La voce a te dovuta - Einaudi 1979)
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Ciglia

le ciglia che un'anima, / dentro, nascondono viva; la pelle tenera; / e le pieghe dell'abito nel grembo, / tutte cose che vedevo da bambino. // E adesso mi alitano nella carne pallida / non solo l'amore ma le memorie; / e tutta la vita, la morte, / sento nel tuo corpo nato per caso
P_P_P

il tutto sta nel saper guardare dentro

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Genova, 25.09

venerdì 11 settembre 2009

Paura che passa

io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l'uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere e il calare del sole sui campi, tra i vecchi, fedeli, nitriti, tra i santi belati; che è poi vissuto in piccole città dalla stupenda forma impressa dalle età artigianali, in cui anche un casolare o un muricciolo sono opere d'arte, e bastano un fiumicello o una collina per dividere due stili e creare due mondi. (P.P.P.)
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lunedì 31 agosto 2009

..

io, schiele, tom waits e tu. un casino

Hanno bocciato Tòtò e Simone

Hanno bocciato Totò e Simone attori nel film ‘Gomorra’ e nei teatri più famosi d’Italia. Il presidente Napolitano che era andato a vederli alla prima e poi li aveva salutati uno per uno gli aveva fatto i suoi complimenti. Il presidente si era pure lasciato dipingere la faccia di nero da un pulcinella nervoso inserito nello spettacolo. Al Festival di Cannes, il più importante festival del cinema internazionale, hanno ottenuto uno dei tre premi maggiori: il Premio speciale della giuria. Eppure alla scuola media Carlo Levi di Scampia li hanno bocciati.

Per Cannes parto insieme a loro e tutta la troupe, tranne Matteo Garrone che è venuto da Roma con un furgone. L’aereo si riempie delle voci e delle grida di Totò e Simone, Marco e Ciro, e tutti gli altri ragazzi del film. E poi di tutti colora che hanno lavorato nel film: parrucchieri, montatori, costumisti. Ma c’è un po’ di ansia per il volo e di emozione per i giorni che ci attendono. Dopo l’atterraggio le nostre strade si dividono. Mi aspettano all’uscita dell’aereo gli uomini della scorta francese, due auto blindate e tre motociclisti: una cosa mai vista prima. Sono i corpi speciali, ansiosi di rimarcare subito che loro non accompagnano divi del cinema, stelle e stelline. “Questo lo fanno i poliziotti privati, noi no”, mi dice il caposcorta tradotto da un altro poliziotto in uno strano napoletano, un napoletano con l’accento francese. “L’ho imparato ascoltando Pino Daniele”, spiega e aggiunge che l’ha perfezionato facendo da interprete a Vincenzo Mazzarella, camorrista di San Giovanni a Teduccio, arrestato proprio a Cannes qualche tempo fa. Colgono l’occasione per ricordarmi che la città è amatissima dai mafiosi di mezzo mondo. Infatti non sembrano proprio tranquilli.

Pure Luigi Facchineri, un boss della ‘ndrangheta, era stato qui dal 1987 sino al suo arresto nel 2002. Le mafie investono negli hotel, nei lidi, nei ristoranti, e rimpinzano di coca i nasi di villeggianti, turisti e gente del Festival di cui il Lido ora è gremito.

Fuori dagli alberghi si stipano sui marciapiedi centinaia di persone. Macchine fotografiche digitali, videocamere così piccole che stanno nel palmo di una mano. Alle persone importa solo degli americani. Passa Denvue, Kusturica, qualche piccolo scatto, niente di più. Quando arrivano le auto del Festival fuori l’hotel tutti spicciano il naso contro i vetri per capire chi si nasconde, e se non vedono Jhonny Depp Tom Cruise o Angelina Jolie restano delusi e mandano a quel paese.

Quando trovano altri attori magari asiatici o europei dicono: non c’è nessuno.

Toni Servillo ci scherza e quando elegantissimo sfila davanti all’hotel e lo inquadrano lui stesso dice: nun simme nisciun, che fotografate a fa, mo arriva indiana jones.

Gli attori europei sono fatti di carne. Li puoi avvicinare, senti le loro sensazioni.

Quelli americani non si pensa nemmeno a quanto guadagnino. Possono di tutto.

Alla proiezione per i giornalisti parte il primo grande applauso e la conferenza stampa è affollatissima. Io dedico il successo a Domenico Noviello, l’imprenditore ucciso proprio mentre stavamo per partire, perché sette anni fa si era rifiutato di pagare un’estorsione ai clan dei Casalesi. Per quanto la cosa sia accolta bene, devo scacciare la sensazione che in tutto questo vi sia qualcosa di sbagliato e di assurdo. Fuori le moto della scorta dei corpi speciali francesi, gli agenti sempre in tensione e al contempo sempre pronti a ragguagliarmi su tutti i peggio personaggi delle peggiori organizzazioni criminali al mondo che investono e circolano per la Costa Azzurra. E io qui, di fronte alla crème della critica cinematografica internazionale, accanto a tutti quelli che hanno dato vita a questo film, inclusi i ragazzi di Montesanto e di Scampia. Quello che parla più di tutti è Ciro ribattezzato Pisellino da uno zio perché somiglia al bambino arrivato a Braccio di Ferro e Olivia con un pacco postale. Ha una maschera secolare, il suo viso pallido dal naso lungo riassume magrezze seicentesche, un Pulcinella o un santo dipinto da un pittore spagnolesco. Ciro è fruttivendolo alla Pignasecca, un mercato del centro storico. Un mestiere tosto, ti tocca svegliarti all’alba, ma lui è allegro, guadagna bene rispetto ai suoi coetanei e si tiene lontano da casini. I giornalisti gli fanno delle domande a trabocchetto. “Se non avessi fatto il fruttivendolo?”. E lui secco: “Avrei fatto il barista”. “D’accordo, e se non avessi fatto nemmeno il barista?”. Allora lui capisce dove vogliono arrivare. “No, no, vi sbagliate: io il camorrista mai! A parte i soldi, fai una vita orrenda. E poi mia madre sta ancora piangendo per avermi visto morto ammazzato nel film, figuratevi se succedeva veramente”.

Applausi
Ciro e Marco - che sono anche più grandi – vengono dai quartieri popolari del centro storico, non da Scampia come Totò e Simone. Per loro la vita è un po’ più facile: le vicende di famiglia che hanno alle spalle se non possono dirsi idilliache, sono almeno un po’ meno pesanti. Invece per quei ragazzini di Scampia di 12 o 13 anni lo spettacolo tratto da Aristofane e da Alfred Jarry, e poi il film e il Festival di Cannes non dovevano essere soltanto vacanze di Natale da una vita che già alla loro età sembra segnata. No, era l’opportunità di provare a mettere i piedi in una vita fatta diversamente o almeno riuscire a immaginarsela possibile. Diceva Danilo Dolci: “Cresci soltanto se sei sognato”. E mi viene in mente proprio la sua più bella poesia: ‘Ciascuno cresce solo se sognato‘:

.

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

.
Non li hanno sognati questi ragazzini. Eppure avevano fatto molto per mostrare, forse fuori dall’aula scolastica, il loro talento, gli elementi per sognarli in maniera diversa da come la vita ti determina in queste zone. Eppure li hanno bocciati. Non stiamo parlando di studenti modello. Non stiamo neanche parlando di scolaretti fermi nelle loro sedie che si impegnano e però non ce la fanno. Stiamo parlando di ragazzini spesso esagitati, che ti rispondono con un ghigno, che appena possono non si presentano in classe, che aizzano i compagni alle peggio cose. Ma questo è solo un aspetto. I professori che hanno bocciato Totò, Simone e gli altri perché non sono stati rispettosi delle regole e non hanno raggiunto gli obiettivi didattici, credono di aver agito per il bene della scuola e si sentono in pace con se stessi. Invece hanno fallito clamorosamente nel confrontarsi con quegli alunni e pure con l’offerta di un’educazione alternativa che hanno incontrato fuori dalla scuola. Forse perché non riescono ad accettare che questa possa essere venuta da qualcun’altro, forse perché ritengono intollerabile che fosse presentata pure sotto forma di qualcosa che è anche divertente e gratificante, di certo più divertente e gratificante che andare a scuola. Non si è mai visto che dei ragazzini difficili di un degradato comune di periferia, possano per due giorni stare accanto alle star, essere autorizzati a sentirsi un tantino come loro. Meglio bocciarli che rischiare che si montino la testa! Per cui ha ragione Ciro quando a cena sostiene esaltatissimo che ora Monica Bellucci non potrà rifiutarsi di avvicinarsi a lui. È un attore e non un fan qualsiasi. Ora sono colleghi. E poi da Montesanto alla Pignasecca tutti gli hanno sempre detto che somiglia a Vincent Cassel. Il giorno dopo incrocia proprio Monica Bellucci. “Sai”, le fa, “mi dicono che sono tale e quale a tuo marito”. E Monica gli dà un bacio. Premiando la sua bravura come attore e forse pure la somiglianza col suo uomo.

Mi fa uno strano effetto essere a Cannes con tutti loro, deluso da quella che mi sembra una Riccione solo più cara, marcia e pretenziosa, contento di stare insieme con tanti ragazzi di Napoli, cosa che non mi capitava più da molto. Ma non ci sono più abituato e quando me ne accorgo, faccio fatica a continuare a scherzare, mi irrigidisco.

La mattina mi siedo a fare colazione nella hall dello storico, sontuosissimo Hotel Majestic, ma dietro i poliziotti francesi mi costringono a consumare tutto in fretta. Prendo una spremuta che costa 20 euro, incredibile. Una ragazza mi chiede se si può sedere, gli agenti la perquisiscono e io mi sento in imbarazzo, ma non parlando una parola di francese, non so come dirgli di lasciar perdere. Lei inizia a discutere del mio libro, a farmi varie domande e infine dice: “Se oggi non hai molto da fare passerei del tempo con te, basta che mi paghi il ritorno in taxi a Nizza, 800 euro”. Al che capisco. “Hanno spostato Nizza in Corsica”, rispondo, “visto che costa tanto?”. Più tardi chiedo delucidazioni a un barista che ho scoperto essere mio paesano e la sua risposta è chiarissima: “Quelle che girano qui nella hall sono tutte mignotte”. Ce ne sono di arrivate da tutto il mondo e viene malinconia a vederle avvicinarsi ai proprietari degli yacht che galleggiano sui moli. Sembrano figlie con i padri pigri e chiatti, inoltre sistematicamente piuttosto alticci. Questo è solo l’esempio più evidente di come a Cannes non riesca a trovare proprio nulla di elegante e chic, solo la stessa cafonaggine di altrove concentrata e elevata all’ennesima potenza.
E poi è tutto vagamente schizofrenico. Marco comincia a ripetere che gli manca Napoli che non sono passati neanche due giorni, però la nostalgia non conosce limiti né orologi, e per la cena dopo la proiezione ufficiale ci portano in una pizzeria di nome Vesuvio. Matteo Garrone è stanco e riesce solo a dirmi, “abbiamo fatto tanto per evitare il folklore ed eccoci qua, in tutta Cannes, dove dovevamo capitare?”. Quel che continuamente rimbalza nella mia testa per tutta la serata è “che ci faccio qui ?”. I ragazzi del film sono fantastici, ma mi trattano come se fossi il loro datore di lavoro. Io col film c’entro pochissimo, eppure Marco non si convince e taglia corto “chi mi dà il pane mi diventa padre. Avverto insieme un senso straziante di solitudine e la felicità di assistere a quella che manifestano gli altri, soprattutto i ragazzi cui non gliene frega nulla di essere alla pizzeria Vesuvio. Perché loro dagli applausi della mattina e soprattutto da quelli ricevuti poco prima, hanno ricevuto la conferma di aver fatto una cosa grande e oltre a esserne felici, ne sono giustamente fieri.

Sul viaggio di ritorno che faccio sempre insieme ai ragazzi, il casino è anche maggiore che all’andata. Quando Simone si mette a fumare, scoppia il panico in tutto l’aereo, fumo, fuoco, oddio qualcosa brucia. “Mannamela a casa”, ossia mandami a casa la multa, risponde con noncuranza alle hostess che accorrono a ripetergli che è assolutamente vietato e che si prenderà una multa salatissima. Nessuno ci riprova più ad accendersi una sigaretta, però ci sono tanti altri modi per non stare belli e tranquilli per un’ora e mezza di volo. Alla fine però uno steward sa come prenderli: “Ma come, delle star del cinema come voi, si comportano così?”. E per quel tanto che occorre, in barba al corpo docente di Scampia, funziona.

Giorni dopo sono nella stanza del residence dove per il momento mi hanno messo. Fa caldo, sto a torso nudo, pantaloncini del Napoli, e non posso uscire. Ho davanti a me una bottiglia di Peroni. Mi arriva la telefonata di Tiziana Triana della Fandango, piange, è emozionatissima, si sente un gran vociare in sottofondo, si sente male, riattacca quasi subito. A Cannes pare che abbiano vinto, non ho manco capito bene quale premio, più tardi vado a controllare su Internet. Ne è valsa la pena? mi domando. E poi mi dico: forse se anche a momenti per quel che mi riguarda non ne sono certo, per qualcun altro invece sì. Poi mi porto alle labbra l’ultimo sorso di birra.

L’unico momento in cui il Festival e Cannes non deludono le aspettative di glamour e grandiosità, è la proiezione del film la sera. Mi tocca mettermi una cravatta, cosa che non ho mai fatto, nemmeno per la laurea, né per la lectio magistralis a Oxford. Non sono capace di fare il nodo. Xavier, il caposcorta, mi assiste con un certo imbarazzo, perché gli uomini non si fanno a vicenda i nodi alla cravatta. Visto che ho deciso di non fare la passerella sul tappeto rosso, perché la cosa non mi va e non mi spetta – sono uno che scrive, non uno che recita o dirige un film – mi fanno entrare da una porta laterale. Mi aspettavo una sala cinematografica, più grande, magari molto più grande, però normale. Invece è la versione ultramoderna di un anfiteatro. Centinaia di persone dinanzi allo schermo più grande al mondo.

Quando finisce il film, partono le note dei ‘Massive Attack’, un brano a cui tengo molto perché è nato dalla mente di uno del gruppo, Robert Dal Naja, che ha origini napoletane, e che dopo aver letto Gomorra mi volle donare questa musica.

Alla fine ci sono gli applausi. Iniziano a sprazzi, a singhiozzo, di qua e di là dell’immensa sala. Poi lentamente, come tessere di un domino allineate in piedi che quando fai cadere una si buttano giù le une con le altre, tutte le file cominciano ad applaudire. E non finisce. Non appena smettono da qualche parte, da un’altra riprendono a battere più forte le mani, contagiando di nuovo tutto il teatro, come un’onda che scende e che sale.

Dopo 15 minuti di applausi cominciano a piangere tutti i ragazzi. L’unico che non piange è Totò. Si vede che si trattiene, ha gli occhi lucidi, però non piange. Gli faccio apposta: “Eh, stai piangendo?”. E lui, sempre nella parte: “Io? Ma quann’ mai! A me non mi fanno proprio niente gli applausi”.

Forse Totò già allora aveva capito tutto. Che non esiste nessun sogno né a Cannes, né a Hollywood, né in un cinema, né in un teatro e in nessun altro luogo nel mondo che possa riguardarlo. Che per lui esiste solo Scampia. E il resto è fiction

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Roberto Saviano.


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pensiero debole 13.08.09

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venerdì 28 agosto 2009

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NAPOLI-BUENOS AIRES FILO DIRETTO

IL CALCIO E’ DI STRADA!

Mane' 'e mane'

Dal fondo di te, e inginocchiato,
un bimbo triste, come me, ci guarda.
Per quella vita che arderà nelle sue vene
dovrebbero legarsi le nostre vite.
Per quelle mani, figlie delle tue mani,
dovrebbero uccidere le mie mani.
Per quegli occhi aperti sulla terra
vedrò un giorno lacrime nei tuoi.

Io non lo voglio, Amata.
Perché nulla ci leghi
che non ci unisca nulla.
Né la parola che profumò la tua bocca,
né ciò che non dissero le parole.
Né la festa d'amore che non avemmo,
né i tuoi singhiozzi presso la finestra.

Amo l'amore dei marinai
che baciano e se ne vanno.
Lasciano una promessa.
Non tornano mai più.
In ogni porto una donna attende,
i marinai baciano e se ne vanno.
Una notte si coricano con la morte
nel letto del mare.

Amo l'amore che si distribuisce
in baci, letto e pane.
Amore che può essere eterno
e può essere fugace.
Amore che vuol liberarsi
per tornare ad amare.
Amore divinizzato che s'avvicina
Amore divinizzato che se ne va.

Più non s'incanteranno i miei occhi nei tuoi occhi,
più non s'addolcirà vicino a te il mio dolore.
Ma dove andrò porterò il tuo sguardo
e dove camminerai porterai il mio dolore.
Fui tuo, fosti mia. Che più? Insieme facemmo
un angolo nella strada dove l'amore passò.
Fui tuo, fosti mia. Tu sarai di colui che t'amerà,
di colui che raccoglierà nel tuo orto ciò che ho seminato io.
Me ne vado. Sono triste; ma sempre sono triste.
Vengo dalle tue braccia. Non so dove vado.
...Dal tuo cuore un bimbo mi dice addio.
E io gli dico addio (Pablo Neruda)
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giovedì 27 agosto 2009

Giocarsi tutto.

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Lo incontro negli spogliatoi del Camp Nou di Barcellona, uno stadio enorme, il terzo più grande del mondo. Dagli spalti invece Messi è una macchiolina, incontrollabile e velocissima. Da vicino è un ragazzo mingherlino ma sodo, timidissimo, parla quasi sussurrando una cantilena argentina, il viso dolce e pulito senza un filo di barba. Lionel Messi è il più piccolo campione di calcio vivente. La Pulga, la pulce, è il suo soprannome. Ha la statura e il corpo di un bambino. Fu infatti da bambino, intorno ai dieci anni, che Lionel Messi smise di crescere. Le gambe degli altri si allungavano, le mani pure, la voce cambiava. E Leo restava piccolo. Qualcosa non andava e le analisi lo confermarono: l'ormone della crescita era inibito. Messi era affetto da una rara forma di nanismo.

Con l'ormone della crescita, si bloccò tutto. E nascondere il problema era impossibile. Tra gli amici, nel campetto di calcio, tutti si accorgono che Lionel si è fermato: "Ero sempre il più piccolo di tutti, qualunque cosa facessi, ovunque andassi". Dicono proprio così: "Lionel si è fermato". Come se fosse rimasto indietro, da qualche parte. A undici anni, un metro e quaranta scarsi, gli va larga la maglietta del Newell's Old Boys, la sua squadra a Rosario, in Argentina. Balla nei pantaloncini enormi, nelle scarpe, per quanto stretti i lacci, un po' ciabatta. È un giocatore fenomenale: però nel corpo di un bimbetto di otto anni, non di un adolescente. Proprio nell'età in cui, intravedendo un futuro, ci sarebbe da far crescere un talento, la crescita primaria, quella di braccia, busto e gambe si arresta.
Per Messi è la fine della speranza che nutre in se stesso dal suo primissimo debutto su un campo da calcio, a cinque anni. Sente che con la crescita è finita anche ogni possibilità di diventare ciò che sogna. I medici però si accorgono che il suo deficit può essere transitorio, se contrastato in tempo. L'unico modo per cercare di intervenire è una terapia a base dell'ormone "gh": anni e anni di continuo bombardamento che gli permettano di recuperare i centimetri necessari per fronteggiare i colossi del calcio moderno.

si tratta di una cura molto costosa che la famiglia non può permettersi: siringhe da cinquecento euro l'una, da fare tutti i giorni. Giocare a pallone per poter crescere, crescere per poter giocare: questa diviene d'ora in avanti l'unica strada. Lionel, un modo di guarire che non riguardi la passione della sua vita, il calcio, non riesce nemmeno a immaginarlo.

Ma quelle dannate cure potrà permettersele solo se un club di un certo livello lo prende sotto le sue ali e gliele paga. E l'Argentina sta sprofondando nella devastante crisi economica, da cui fuggono prima gli investimenti, poi pure le persone, i cui risparmi si volatilizzano col crollo dei titoli di stato. Nipoti e pronipoti di immigrati cresciuti nel benessere cercano la salvezza emigrando nei paesi di origine dei loro avi. In quella situazione, nessuna società argentina, pur intuendo il talento del piccolo Messi, se la sente di accollarsi i costi di una simile scommessa.

Anche se dovesse crescere qualche centimetro in più - questo è il ragionamento - nel calcio moderno ormai senza un fisico possente non si è più nulla. La pulce resterà schiacciata da una difesa massiccia, la pulce non potrà segnare gol di testa, la pulce non reggerà agli sforzi anaerobici richiesti ai centravanti di oggi. Ma Lionel Messi continua a giocare lo stesso nella sua squadra. Sa di doverlo fare come se avesse dieci piedi, correre più veloce di un puledro, essere imbattibile palla a terra, se vuole sperare di diventare un calciatore vero, un professionista.

Durante una partita, lo intravede un osservatore. Nella vita dei calciatori gli osservatori sono tutto. Ogni partita che guardano, ogni punizione che considerano eseguita in modo perfetto, ogni ragazzino che decidono di seguire, ogni padre con cui vanno a parlare, significa tracciare un destino. Disegnarlo nelle linee generali, aprirgli una porta: ma nel caso di Messi, ciò che gli viene offerto, rappresenta molto di più. Non gli viene data solo l'opportunità di diventare un calciatore, ma la possibilità di guarire, di avere davanti una vita normale. Prima di vederlo, gli osservatori che sentono parlare di lui sono comunque molto scettici. "Se è troppo piccolo, non ha speranza, anche se è forte", pensano. E invece: "Ci vollero cinque minuti per capire che era un predestinato. In un attimo fu evidente quanto quel ragazzo fosse speciale". Questo lo afferma Carles Rexach, direttore sportivo del Barcellona, dopo aver visto Leo in campo. È così evidente che Messi ha nei piedi un talento unico, qualcosa che va oltre il calcio stesso: a guardarlo giocare è come se si sentisse una musica, come se in un mosaico scollato ogni tassello tornasse apposto.

Rexach vuole fermarlo subito: "Chiunque fosse passato di lì, l'avrebbe comprato a peso d'oro". E così fanno un primo contratto su un fazzoletto di carta, un tovagliolo da bar aperto. Firmano lui e il padre della pulce. Quel fazzoletto è ciò che cambierà la vita a Lionel. Il Barcellona ci crede in quell'eterno bimbo. Decide di investire nella cura del maledetto ormone che si è inceppato. Ma per curarsi, Lionel deve trasferirsi in Spagna con tutta la famiglia, che insieme a lui lascia Rosario senza documenti, senza lavoro, fidandosi di un contratto stilato su un tovagliolo, sperando che dentro a quel corpo infantile possa esserci davvero il futuro di tutti. Dal 2000, per tre anni, la società garantisce a Messi l'assistenza medica necessaria. Crede che un ragazzino disposto a giocare a calcio per salvarsi da una vita d'inferno abbia dentro il carburante raro che ti fa arrivare ovunque.

Le cure però spezzano in due. Hai sempre nausea, vomiti anche l'anima. I peli in faccia che non ti crescono. Poi i muscoli te li senti scoppiare dentro, le ossa crepare. Tutto ti si allunga, si dilata in pochi mesi, un tempo che avrebbe dovuto invece essere di anni. "Non potevo permettermi di sentire dolore", dice Messi, "non potevo permettermi di mostrarlo davanti al mio nuovo club. Perché a loro dovevo tutto". La differenza tra chi il proprio talento lo spende per realizzarsi e chi su di esso si gioca tutto è abissale. L'arte diventa la tua vita non nel senso che totalizza ogni cosa, ma che solo la tua arte può continuare a farti campare, a garantirti il futuro. Non esiste un piano b, qualsiasi alternativa su cui poter ripiegare.

Dopo tre anni finalmente il Barcellona convoca Lionel Messi e la famiglia sa che se non sarà in grado di giocare come ci si aspetta, le difficoltà a tirare avanti saranno insormontabili. In Argentina hanno perso tutto e in Spagna non hanno ancora niente. E Leo, a quel punto, ricadrebbe sulle loro spalle. Ma quando La Pulce gioca, sfuma ogni ansia. Allenandosi duramente con il sostegno della squadra, Messi riesce a crescere non solo in bravura, ma anche in altezza, anno dopo anno, centimetro dopo centimetro spremuto dai muscoli, levigato nelle ossa. Ogni centimetro acquisito una sofferenza. Nessuno sa davvero quanto misuri adesso. Qualcuno lo dà appena sopra il metro e cinquanta, qualcuno al di sotto, qualche sito parla di un Messi che continuando a crescere è arrivato al metro e sessanta. Le stime ufficiali mutano, concedendogli via via qualche centimetro in più, come se fosse un merito, un premio conquistato in campo.

Fatto è che quando le due squadre sono in riga prima del fischio iniziale, l'occhio inquadra tutte le teste dei giocatori più o meno alla stessa altezza, mentre per trovare quella di Messi deve scendere almeno al livello delle spalle dei compagni. Per uno sport dove conta sempre più la potenza e, per un attaccante, i quasi due metri di Ibrahimovic e il metro e ottantacinque di Beckham sono diventati la norma, Lionel continua a somigliare pericolosamente a una pulce. Come dice Manuel Estiarte, il più forte pallanuotista di tutti i tempi: "È vero, bisogna calcolare che le probabilità che Messi esca sconfitto da un impatto corpo a corpo sono elevate, come elevato è il rischio che venga totalmente travolto dai difensori. Ma solo a una condizione... prima devono riuscire a raggiungerlo".

E infatti nessuno riesce a stargli dietro. Il baricentro è basso, i difensori lo contrastano, ma lui non cade, né si sposta. Continua a tenere la corsa, rimbalza palla al piede, non si ferma, dribbla, scavalca, sguscia, fugge, finta. È imprendibile. A Barcellona malignano che le star della difesa del Real Madrid, Roberto Carlos e Fabio Cannavaro, non sono mai riusciti a vedere in faccia Lionel Messi perché non riescono a rincorrerlo. Leo è velocissimo, sfreccia via con i suoi piedi piccoli che sembrano mani per come riesce a tener palla, a controllarne ogni movimento. Per le sue finte, gli avversari inciampano nell'ingombro inutile dei loro piedi numero quarantacinque.

In una pubblicità dove era stato invitato a disegnare con un pennarello la sua storia, è divertente e malinconico vedere Messi ritrarre se stesso come un bimbetto minuscolo tra lunghissime foreste di gambe, perso lì tra palloni troppo grandi che volano lontano. Ma quando toccano terra, lui veloce li aggancia e piccolo com'è riesce a passare tra le gambe di tutti e andare in porta. Quando ci sono le rimesse laterali e gli avversari riprendono fiato, è proprio in quel momento che lui schizza e li sorpassa, così quando si immaginavano, i marcatori, di averlo dietro la schiena, se lo ritrovano invece già cinque metri avanti. Il grande giocatore non è quello che si fa fare fallo, ma quello cui non arrivi a tendere nessuno sgambetto.

Vedere Messi significa osservare qualcosa che va oltre il calcio e coincide con la bellezza stessa. Qualcosa di simile a uno slancio, quasi un brivido di consapevolezza, un'epifania che permette a chi è lì, a vederlo sgambettare e giocare con la palla, di non riuscire più a percepire alcuna separazione tra sé e lo spettacolo cui sta assistendo, di confondersi pienamente con ciò che vede, tanto da sentirsi tutt'uno con quel movimento diseguale ma armonico. In questo le giocate di Messi sono paragonabili alle suonate di Arturo Benedetti Michelangeli, ai visi di Raffaello, alla tromba di Chet Baker, alle formule matematiche della teoria dei giochi di John Nash, a tutto ciò che smette di essere suono, materia, colore, e diventa qualcosa che appartiene a ogni elemento, e alla vita stessa. Senza più separazione, distanza. È lì, e non si può vivere senza. E non si è mai vissuti senza, solo che quando si scoprono per la prima volta, quando per la prima volta le si osserva tanto da restarne ipnotizzati, la commozione è inevitabile e non si arriva ad altro che a intuire se stessi. A guardarsi nel proprio fondo.

Ascoltare i cronisti sportivi che commentano le sue cavalcate basterebbe per definire la sua epica di giocoliere. Durante un incontro Barcellona-Real Madrid, il cronista vedendolo assediato da tentativi di fallo smette di descrivere la scena e inizia solo un soddisfatto: "Non va giù, non va giù, non va giuuuuuù". Durante un'altra sfida fra le storiche arcirivali, l'ola estatica "Messi, Messi, Messi, Messi" riceve una "a" supplementare che gli rimarrà addosso: Messia. È questo l'altro soprannome che La Pulce si è guadagnata con la grazia beffarda delle sue avanzate, con lo stupore quasi mistico che suscita il suo gioco. "L'uomo si fece Dio e inviò il suo profeta", così dicono le scritte di un servizio televisivo dedicato a El Mesias, e a colui che come incarnazione divina del calcio lo precedette: Diego Armando Maradona.

Sembra impossibile ma Messi quando gioca ha in testa le giocate di Maradona, così come uno scacchista in un determinato momento della partita, spesso si ispira alla strategia di un maestro che si è trovato in una situazione analoga. Il capolavoro che Diego Armando aveva realizzato il 22 giugno 1986 in Messico, il gol votato il migliore del secolo, Lionel riesce a ripeterlo pressoché identico e quasi esattamente vent'anni dopo, il 18 aprile 2007, a Barcellona. Pure Leo parte da una sessantina di metri dalla porta, anche lui scarta in un'unica corsa due centrocampisti, poi accelera verso l'aria di rigore, dove uno degli avversari che aveva superato cerca di buttarlo giù, ma non ci riesce. Si accalcano intorno a Messi tre difensori, e invece di mirare alla porta, lui sguscia via sulla destra, scarta il portiere e un altro giocatore... E va in gol. Dopo aver segnato, c'è una scena incredibile coi giocatori del Barcellona pietrificati, con le mani sulla testa, si guardano intorno come a non credere che fosse possibile ancora assistere a un gol del genere. Tutti pensavano che un uomo solo fosse capace di tanto. Ma non è stato così.

La stampa si inventa subito il nomignolo "Messidona", ma c'è qualcosa nella somiglianza dei due campioni argentini che oltrepassa simili trovate e mette i brividi. In uno sport che la fase epica sembra essersela lasciata alle spalle, le prodezze di Messi somigliano al reiterarsi di un mito, e non di un mito qualsiasi, ma di quello che più fortemente è in contrasto con il nostro tempo: Davide contro Golia. Fisici minuscoli, quartieri poveri, incapacità nel vedersi diversi da come quando giocavano nei campetti, faccia sempre uguale, rabbia sempre uguale, come un'accidia che ti porti dentro. Teoricamente avevano tutto quanto bastava per sbagliare, tutto quanto bastava per perdere, tutto quanto bastava per non piacere a nessuno e per non giocare. Ma le cose sono andate diversamente.

Messi, quando Maradona segnava quel gol in Messico, non era neanche nato. Nascerà nel 1987. E la ragione per cui io l'ho seguito a Barcellona, al punto di volerlo incontrare, ha la sua origine proprio in questo: l'essere cresciuto a Napoli nel mito di Diego Armando Maradona. Non dimenticherò mai la partita dei mondiali del 1990, un destino terribile portò l'Italia di Azeglio Vicini e Totò Schillaci a giocare la semifinale contro l'Argentina di Maradona proprio al San Paolo. Quando Schillaci segna il primo gol, lo stadio gioisce. Ma si sente che nelle curve qualcosa non va. Dopo il gol di Caniggia il tifo non napoletano - non autoctono - inizia a prendersela con Maradona, e lì accade qualcosa che non succederà mai più nella storia del calcio e mai era successo sino ad allora: la tifoseria si schiera contro la propria nazionale di calcio. I tifosi della curva napoletana iniziano a urlare: "Diego! Diego!". D'altronde erano abituati a farlo, come biasimarli e come identificarsi in altri? Anche se dovrebbe essere cara la propria squadra nazionale, in quel momento è Maradona che rappresenta la tifoseria del San Paolo più di una nazionale di giocatori provenienti da altre città d'Italia, da Roma, Milano, Torino.

Maradona era riuscito a sovvertire la grammatica delle tifoserie. E a Roma gliela fecero pagare durante la finale Argentina-Germania, dove il pubblico per vendicarsi dell'eliminazione dell'Italia in semifinale e delle defezioni create all'interno della tifoseria, inizia a fischiare l'inno nazionale. Maradona aspetta che la telecamera, nella carrellata sui giocatori, arrivi sulle sue labbra, per lanciare un "hijos de puta" ai tifosi che non rispettano neanche il momento dell'inno. Una finale terribile, dove a Napoli si tifava tutti, ovviamente, per l'Argentina. Ma poi il momento del rigore assolutamente dubbio distrugge ogni speranza. La Germania chiaramente in difficoltà deve però vincere e vendicare l'Italia battuta. Un rigore dubbio per un fallo su Rudi Voeller, lo realizza Andreas Brehme. E il commento del cronista argentino fu: "Solo così fratello... solo così potevate vincere contro Diego".

Ricordo benissimo quei giorni. Avevo undici anni, e difficilmente tornerò mai a vedere quel tipo di calcio. Ma qualcosa sembra tornare, di quel tempo. Il gol del Messico contro l'Inghilterra, il gol rifatto dalla Pulce vent'anni dopo, segna uno dei momenti indimenticabili della mia infanzia. Mi chiedo che meraviglia e che vertigine sarebbe veder giocare Messi al San Paolo, lui, di cui lo stesso Maradona disse: "Vedere giocare Messi è meglio che fare sesso". E Diego, di entrambe le cose, se ne intende. "Mi piace Napoli, voglio andarci presto", dice Lionel, "Starci un po' dev'essere bellissimo. Per un argentino è come essere a casa".

Il momento più incredibile del mio incontro con Messi è quando gli dico che quando gioca somiglia a Maradona - "somiglia": perché non so come esprimere una cosa ripetuta mille volte, anche se devo dirgliela lo stesso - e lui mi risponde: "Verdad?", "Davvero?", con un sorriso ancor più timido e contento. Del resto, Lionel Messi ha accettato di incontrarmi non perché sia uno scrittore o per chissà cos'altro, ma perché gli hanno detto che vengo da Napoli. Per lui è come per un musulmano nascere alla Mecca. Napoli per Messi, e per molti tifosi del Barcellona, è un luogo sacro del calcio. È il luogo della consacrazione del talento, la città dove il dio del pallone ha giocato gli anni più belli, dove dal nulla è partito verso la sconfitta delle grandi squadre, verso la conquista del mondo.

Lionel appare il contrario di come ti aspetti un giocatore: non è sicuro di sé, non usa le solite frasi che gli consigliano di dire, si fa rosso e fissa i piedi, o si mette a rosicchiare le unghie dell'indice e del pollice avvicinandole alle labbra quando non sa che dire e sta pensando. Ma la storia della Pulce è ancora più straordinaria. La storia di Lionel Messi è come la leggenda del calabrone. Si dice che il calabrone non potrebbe volare perché il peso del suo corpo è sproporzionato alla portanza delle sue ali. Ma il calabrone non lo sa e vola. Messi con quel suo corpicino, con quei suoi piedi piccoli, quelle gambette, il piccolo busto, tutti i suoi problemi di crescita, non potrebbe giocare nel calcio moderno tutto muscoli, massa e potenza. Solo che Messi non lo sa. Ed è per questo che è il più grande di tutti.


Roberto Saviano

lunedì 3 agosto 2009

venerdì 17 luglio 2009

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non sparire

sabato 11 luglio 2009

As a night in car

Tutto intorno a me ci sono volti familiari
Luoghi logori
Volti logori
Sveglio e brillante per le corse quotidiane
Senza meta
Senza meta
Le loro lacrime hanno riempito i loro bicchieri
Nessuna espressione
Nessuna espressione
Nascondo la testa voglio affogare il mio dolore
Nessun domani
Nessun domani
E trovo un pò buffo
e trovo un pò triste
che i sogni in cui muoio
sono i più belli che abbia mai fatto
E trovo difficile da dirti
E trovo difficile da sopportare
quando la gente corre in circolo
E' davvero
Un mondo folle
Un mondo folle
Bambini che aspettano il giorno in cui si sentiranno bene
Buon compleanno
Buon compleanno
Ti fanno sentire come ogni bambino dovrebbe
Seduto ad ascoltare
Seduto ad ascoltare
Sono andato a scuola ed ero molto nervoso
Nessuno mi conosceva
Nessuno mi conosceva
Salve, prof, dimmi qual è la mia lezione
Mi guardi attraverso
Mi guardi attraverso
E trovo un pò buffo
e trovo un pò triste
che i sogni in cui muoio
sono i più belli che abbia mai fatto


Mad world - versione Michael Andrews e Gary Jules

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