lunedì 28 febbraio 2011

silenzi senza porte da aprire. rose bianche. dita sottili.

sabato 26 febbraio 2011

quell'idiota ha creduto di andarsene. gli piacciono i fiori. lui la pensa sempre. non li raggiungeremo mai più quei due a cavallo. si fermeranno al tronco di lei che aspetta i fiori. Il nostro amore un giorno sarà preciso, artigianale, al riparo dalle inesattezze dell'arte. Napoli non fu mai una repubblica marinara. Tutto qui.
buonanotte prufessò. [a Renato Caccioppoli e a me]

mercoledì 23 febbraio 2011

A luce se ne va, 'o sole s'è fatt' fess' 'a bestia 'n faccia a te prepara n'ata mossa...

Arápete fenesta!
Famme affacciá a Maria,
ca stóngo 'mmiez'â via...
speruto da vedé...

Nun trovo n'ora 'e pace:
'a notte 'a faccio juorno,
sempe pe' stá ccá attuorno,
speranno 'e ce parlá!

Oje Marí', oje Marí',
quanta suonno ca perdo pe' te!
Famme addurmí,
abbracciato nu poco cu te!
Oje Marí', oje Marí'!
Quanta suonno ca perdo pe' te!
Famme addurmí...
oje Marí', oje Marí'!

'Mmiez'a stu ciardeniello,
ce ride 'a malvarosa...
Nu lietto 'e fronne 'e rosa
aggio fatto pe' te...

Viene che 'a notte è doce,
'o cielo ch'è nu manto...
Tu duorme e io te canto
'a nonna a fianco a te...

Oje Marí', oje Marí'....

Pare che giá s'arape
na sénga 'e fenestella...
Maria cu 'a manella,
nu segno a me mme fa!

Sòna chitarra mia!
Maria s'è scetata!...
Na scicca serenata,
facímmole sentí:

Oje Marí', oje Marí'........
non li raggiungeremo mai quei due.

lunedì 21 febbraio 2011

Dormiva. Quando era stanco dormiva a bocca aperta. Come un cretino. Sarebbe stato felice di saperlo. Le notti le avrebbe trascorse a mirarsi dormire. Vivere è in fondo assistere a una disgrazia o una festa, ma solamente assistere, coinvolti fino a un certo punto, testimoni al massimo e non più. Basta togliere l'aria, non contare più sui muscoli, non camminare perché si hanno le gambe. Volare. Assistere. Assistere con tutta l'anima, guardare con tutta l'anima. Appassionarsi come a un caso altrui. Vergognarsi dei propri problemi. Indulgere. Essere buoni con sé stessi. Dov'è un carcere, liberare una farfalla. Ucciderne una invece di andarsene. Volare. Dormire. Volare addormentati, per amare senza essere amati, o anche riamati. Decidere soprattutto quando non dipende da noi, e se dipende da noi, ubbidire. Dormire comunque. O semplicemente tradire.
C'erano lettere che non spediva. parole in preghiera che
l'ingratitudine di un rimedio finale avrebbe annientato. Doveva esserci in quegli inediti una necessità così facile a esaurirsi, e perciò trascurabile, contraccambiata mai, nemmeno dall'amore del suo amore, che l'aveva riaperto a due pensieri o vuoi richiuso in una sola forza dicendo: Vengo senza questa mia, o con questa mia resto qui.

domenica 20 febbraio 2011

passeggiando con il professor Renato Caccioppoli

Venerdì proiettiamo il film “Morte di un matematico napoletano” di Mario Martone.
Ultimi giorni nella vita di Renato Caccioppoli (Capodimonte, Napoli1904- Chiaia, Napoli1959), figlio di Giuseppe (noto chirurgo napoletano) e della sua seconda moglie Sofia Bakunin, (figlia del rivoluzionario russo Michail Bakunin, che soggiornò più volte a Napoli nella sua attività politica),
matematico insigne, provocatore antifascista, eretico compagno di strada del PCI, protagonista della vita culturale di Napoli, dandy alcolista, raffinato pianista e cinefilo, un mito per i giovani, abbandonato dalla moglie e allontanatosi dai compagni e dai colleghi di ateneo, finì suicida.
Martone, senza retorica, racconta Caccioppoli (un Carlo Cecchi di straziante intensità) senza dirci della sua vita (non è un film biografico ne leggendario, non sarebbe possibile), nella disillusione e nel tormento di una Napoli quasi crepuscolare che lo riflette come uno specchio in frantumi, senza portare lo spettatore a collegare il suicidio a questo o a quest'altro motivo (il tradimento della moglie, l'alcol, la delusione politica), come quei giornalisti e scrittori che invece così facendo hanno ridotto un grande personaggio e un gesto estremo ad una motivazione frammentaria.
Se lo spazio temporale del film è l'ultima settimana di vita, come far parlare una persona che non c'era già più, che si era abbandonata da tempo, quando già in vita era un fuori di se, uno straordinario altrove, non poteva certo esserci alla fine.
Per questo le conversazioni del professore nel film sono ridotte all'osso, per quella distanza fra l'esistenza e la parola che è propria di questa storia.
In Morte di un matematico napoletano, quasi un camminare insieme al professor Caccioppoli nella sua "erranza", nei suoi ultimi giorni.
Qui ho cercato di riassumere biografia storie e aneddoti tratte da svariate fonti per dare un quadro minimo di uno dei personaggi più interessanti del Novecento....


DOCENTE ALLA FEDERICO II
Giovanissimo ottenne un premio ministeriale per la matematica e nel 1931, vincendo il concorso a soli 27 anni la cattedra di Analisi algebrica all'Università di Padova. Nel1934 tornò a Napoli per coprire la cattedra di Teoria dei gruppi; successivamente passò alla cattedra di Analisi Superiore e dal 1943 a quella di Analisi Matematica.
In pochi anni diventa socio ordinario delle più importanti Accademie della matematica e delle scienze.
Non ebbe mai dei grossi riconoscimenti internazionali, sia per la sua trascuratezza nei dettagli dei suoi scritti, sia a causa dell'isolamento in cui il regime fascista aveva gettato la cultura italiana.
Oggi Renato Caccioppoli è considerato uno dei più creativi e importanti matematici italiani della prima metà del Novecento, con il suo “pensare in grande” e il suo non voler celare gli orizzonti infiniti della ricerca.
Renato Caccioppoli non era probabilmente il professore che uno studente sogna di avere ad ogni esame: a volte teneva le lezioni in napoletano, (era poliglotta, famose anche le sue battute in francese), altre volte era visibilmente ubriaco e disattento.
Teneva lezioni brevissime, arrivando sempre in ritardo e lasciando l’aula spesso in anticipo: giustificava la cosa spiegando che un quarto d’ora delle ‘sue’ lezioni contenevano più scienza e informazione di due ore di lezione normale. E forse era vero: gli studenti erano affascinatissimi dal suo carisma, anche se molti chiedevano di cambiare cattedra per sostenere dopo i corsi l'esame con l'altro docente di ruolo. Superare un esame con Caccioppoli era motivo di grande orgoglio, ma solo pochi ardimentosi osavano cimentarsi.
Caccioppoli era intollerante nei confronti dei piccoli trucchi degli studenti, delle mezzecalzette raccomandate della borghesia, dei superficiali e dei pressappochisti che lo rendevano severo, a volte intrattabile e velenoso sopratutto in sede di esame. A lezione no. Era più disponibile e gentile.
L'assistente era Don Savino, e neanche lui sfuggiva alle pungenti battute del professore. Un “prete”, assistente d'‘o prufessore cumunista, faceva parte del mito, del “paradosso” Caccioppoli e alimentava la “leggenda metropolitana” di questa figura così stravagante.
Alla Federico II girano ancora oggi molte storie sulla sua personalità..come la volta che bocciò uno studente reo di non aver disegnato il tratteggio agli estremi di una retta; il professore obbligò il ragazzo a continuare la linea di gesso fino alla fine del corridoio...

IL PERIODO FASCISTA FRA I PAZZI 'CIVILI'
Caccioppoli provava una forte avversione per un regime antidemocratico come quello fascista e sentiva un profondo fastidio verso la sua grossolanità.
Già tenuto sotto controllo, a Padova, da parte dell’occhiuta polizia politica fascista, è a Napoli che l’antifascismo di Caccioppoli viene allo scoperto con l’arma che sente più propria e più sottile: l’ironia. Così, il matematico comincia a guadagnare notorietà negli ambienti antifascisti. Partecipa alle riunioni clandestine degli oppositori del regime che si svolgono fra un bar e l'altro, in casa di qualche amico o compagno, nel magazzino di una libreria.
Nel maggio del 1938 tenne un discorso contro Hitler e Mussolini, quando quest'ultimo era in visita a Napoli: insieme alla compagna, Sara Mancuso, fece suonare l'inno nazionale francese da un'orchestrina, dopodiché iniziò a parlare contro il Fascismo e il nazismo in presenza di agenti dell'OVRA. Fu arrestato con il rischio di confino, ma sua zia, Maria Bakunin, all'epoca docente di Chimica all'Università di Napoli, riuscì a farlo scarcerare convincendo le autorità dell'incapacità di intendere e di volere del nipote.
Caccioppoli fu così internato in un centro psichiatrico insieme a pazzi e malati ricoverati e dimenticati da anni, ma continuò anche lì gli studi di Matematica, elaborando proprio allora alcune delle sue migliori teorie. Dirà successivamente che in quel periodo del fascismo trovò fra quei pazzi persone molto più civili rispetto ai liberi schiavi del regime.
Un altro famoso aneddoto racconta che durante l'epoca fascista, a seguito del divieto per gli uomini di passeggiare con cani di piccola taglia (secondo i fascisti per "salvaguardia della virilità"), camminò, come forma di contestazione, per le principali strade di Napoli (via Caracciolo e Corso Umberto) con un gallo al guinzaglio. (!)

MILITANZA E PCI - UN COMPAGNO POCO AFFIDABILE
Caccioppoli si impegna attivamente in politica, assieme a moltissimi altri intellettuali napoletani.
Nel dopoguerra si avvicinò al Partito Comunista Italiano.
Il PCI viene visto come la forza in grado di rigenerare il Paese e dargli una prospettiva di trasformazione. Comincia a frequentare le sezioni del partito (di cui, tuttavia, non prenderà mai la tessera), la sede napoletana del'Unità e a tenere comizi per il partito. Gira sembra con una copia dell'Unità nel giaccone. Le appassionate discussioni politiche con i giovani che la frequentano (Francesca Spada, Ermanno Rea, Franco Prattico, Ivan Palermo, Mariano D’Antonio) si svolgono nella sede del quotidiano comunista, intorno ai tavoli del bar “Gambrinus” o in qualche trattoria, e si spingono spesso fino a notte inoltrata.
Per i suoi precedenti penale e per il suo impegno in almeno due occasioni, nel 1953 e nel 1954, gli fu negato il visto sul passaporto per partecipare a congressi internazionali.
Ma Caccioppoli è un non-conformista nato, è insofferente alle logiche di partito. Critica un Pci troppo rigido, fedele solo ai propri obiettivi, a se stesso e a chi lo giuda, non ne condivideva la politca su alcune questioni internazionali (rimase profondamente turbato dall'invasione dell'Ungheria nel 1956) e la dottrina scientifica ufficiale sovietica.
La sua presenza intorno al partito veniva vissuta con sofferenza, con malcelata sopportazione.
Per paura dei suoi discorsi troppo critici, Amendola lo pressava per avere una scaletta, una bozza scritta da controllare prima dei comizi
Un giorno a Bari invece di un comizio per “Partigiani per la pace”, il professore tenne un improvvisato concerto di pianoforte.
Certo averlo alle iniziative costituiva un grande vantaggio sul piano propagandistico. Ma che peso e che preoccupazione doversi portare appresso un “simpatizzante” simile, genio sin che si vuole, ma così imbevuto di decadentismo, così diverso, così distante. E così pericoloso, per via del grande ascendente che aveva soprattutto sui giovani …e lui non era affatto inconsapevole d’essere fonte di apprensione e anche di fastidio. Stava semplicemente al gioco, replicando a modo suo: con la forza dell’ironia.
L’amore per la libertà, la critica feroce delle convenzioni borghesi, l’insofferenza per l’arroganza e la stupidità del potere, non gli derivavano soltanto da una tradizione familiare dominata dall’ingombrante figura di nonno Bakunin, ma forse erano anche conseguenza diretta del suo inflessibile rigore intellettuale, intransigente e scontroso e della sua attività di matematico innovativo.
Una grande dirittura morale nascosta sotto una maschera d’ironia e nonchalance, ma “inaffidabile” per i compagni.

DUE RITRATTI E UN PIANOFORTE – LA CULTURA DI CACCIOPPOLI
Frequenta gli stessi salotti, gli stessi circoli, gli stessi caffè di La Capria, Ghirelli, Anna Maria Ortese, Patroni Griffi, Francesca Spada, Alicata: a Sorrento incontra Gide (che nel suo Journal ricorderà quegli occhi così sfavillanti d’intelligenza), frequenta Moravia ed Elsa Morante, si lega d’amicizia con Neruda ed Eluard.
La sua notorietà non è limitata ai cenacoli intellettuali: quando di giorno percorre la strada da Palazzo Cellamare a via Chiaia, dove abita da solo, fino all’università, quando fino a notte alta passa da un caffè all’altro, tutti riconoscono, non foss’altro che per l’esile silhouette di dandy trasandato, ‘o prufessore, o come anche lo chiamano ‘o genio, o'pazz, o'comunista.
Sperimentò la vita dei barboni, e fu arrestato, ubriaco fradicio, per accattonaggio di notte dalla polizia per un controllo a Piazza Garibaldi, a Napoli, nell'incredulità degli agenti.
Un impermeabile e una canottiera bianca (si vestiva sempre così con qualsiasi clima e temperatura), per quella che passerà alla storia come la leggenda del “vestivamo alla Caccioppoli”, per questo logoro trench bianco beige, sporco, portato in giro, alla Tenente Colombo, per le strade di Napoli, con sempre maggior sciatteria; questo matematico geniale e insuperabile che si perde nell’alcool, intellettuale colto e raffinato, intransigente e spietato avversario dell’ignoranza e della banalità, affidava le sue lunghe notti a compagnie non sempre raccomandabili.
Un uomo innamorato di cinema (fondatore del Circolo del Cinema, uno dei primi cineforum post-guerra a Napoli) e un appassionato di musica (era anche un ottimo pianista).
Con Caccioppoli, notturno anticonformista fino allo scandalo, le serate finivano per lo più all’osteria. Altre volte invece finivano a casa sua, dove con Francesca Nobili Strada (la giornalista dell’Unità che morì suicida due anni dopo la morte di Renato) il professore si metteva a suonare il piano: a quattro mani suonavano pezzi per lo più dannatamente romantici, pezzi che non finivano mai, oppure finivano per congiungersi quasi senza soluzione di continuità ad altri pezzi, obbligando incalliti chiacchieroni ad un silenzio forzato, talvolta insopportabile, tanto che il gruppo si sfoltiva progressivamente, per successive defezioni in punta di piedi.
Influenzato dall’anticrocianesimo, amava discutere di Nietzsche, Proust e l’amato Rimbaud.
Aveva piazzato sul proprio scrittoio, in due portaritratti d’argento, il volto del giovane poeta e quello di un matematico: Rimbaud e Galois, destinati a colloquiare tra loro, nonché a notte entrambi con il professore stesso.

LA MORTE
L'8 maggio 1959 arriva la notizia del suicidio, un colpo di pistola alla testa, nella sua casa di Palazzo Cellammare (fra via chiaia e via filangieri).
Così Renato Caccioppoli decide di abbandonare una vita che riteneva non più meritevole di essere vissuta.
La crescente instabilità aveva acuito le sue "stranezze", al punto che la notizia non colse di sorpresa quanti lo conoscevano.
Un uomo 'disabitato', in un paese assente, un uomo scisso, che si porta dietro tutte le lacerazioni e i conflitti interiori mai risolti, un uomo assente con la morte addosso.
Concludiamo con suo splendido suggerimento: “Se hai paura di qualcosa, misurala; scoprirai che si tratta di un’inezia”, poi forse si è lasciato andare a misurare la sua paura di morire, scoprendo che era davvero poca cosa.



BIBLIOGRAFIA
Renato Caccioppoli è stata ricordato, senza alcune retorica, con un film diretto da Mario Martone, “Morte di un matematico napoletano”, in cui il suo ruolo fu sostenuto da Carlo Cecchi, straziante e intenso nell'interpretare lo smarrimento degli ultimi giorni di vita del professore.
Alcuni libri a lui dedicati o che doviziosamente lo citano: “La regola del disordine” di Roberto Gramiccia, “Mistero napoletano” di Ermanno Rea e “Renato Caccioppoli. L’enigma”di Pietro A. Toma.

sabato 19 febbraio 2011

V'è una nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento.

Don Chisciotte resterà sempre irrappresentabile.
[Orson Welles non riuscì a finirlo. Venne negato dalla produzione anche a Carmelo Bene, De Filippo e Dalì. Terry Gilliam non riesce a finirlo dal 2000. Herlitzka doveva portarlo a Galleria Toledo a marzo ma lo spettacolo è stato annullato per un incidente all'attore...]


...
Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto
d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l'ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l'accetto, forza sellami il cavallo !
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l'ingiustizia giorno e notte,
com'è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte...

[ Sancho Panza ]

Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore,
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore...
E' la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini...
E' un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant'è vero che anch'io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza...

[ Don Chisciotte ]

Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri !
L'ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l'anima dell'uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fà d'ombra e s'ingarbuglia la matassa...

[ Sancho Panza ]

A proposito di questo farsi d'ombra delle cose,
l'altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori
era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore ?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com'è vero... che ora ho fame !

[ Don Chisciotte ]

Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire...

[ Sancho Panza ]

Mio Signore, io purtoppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia ?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il "capitale", oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al "potere" dare scacco e salvare il mondo intero ?

[ Don Chisciotte ]

Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il "male" ed il "potere" hanno un aspetto così tetro ?
Dovrei anche rinunciare ad un po' di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà ?

[ Insieme ]

Il "potere" è l'immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte:
siamo i "Grandi della Mancha",
Sancho Panza... e Don Chisciotte !

venerdì 18 febbraio 2011

Monologo dei cretini



Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna.
Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai.
Tutto consiste in questo, vedere la Madonna o non vederla.
San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.
I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso, e invece di posare ricadono come se un tale, avendo i piombi alle caviglie e volendo disfarsene, decide di tagliarsi i piedi e si trascina verso la salvezza, tra lo scherno dei guardiani, fidenti a ragione dell’emorragia imminente che lo fermerà. Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo. Chi vola non si sa.
Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono. È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sè, dentro un altro oggetto.
Tutto quanto è diverso, è Dio.
Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu.
Divina è l’illusione. Questo è un santo. Così è di tutti i santi, fondamentalmente impreparati, anzi negati. Gli altari muovono verso di loro, macchinati dall’ebetismo della loro psicosi o da forze telluriche equilibranti - ma questo è escluso -. È così che un santo perde se stesso, tramite l’idiozia incontrollata. Un altare comincia dove finisce la misura. Essere santi è perdere il controllo, rinunciare al peso, e il peso è organizzare la propria dimensione. Dove è passata una strega passerà una fata.
Se a frate Asino avessero regalato una mela metà verde e metà rossa, per metà avvelenata, lui che aveva le mani di burro, l’avrebbe perduta di mano. Lui non poteva perdersi o salvarsi, perchè senza intenzione,inetto.
Chi non ha mai pensato alla morte è forse immortale. È così che si vede la Madonna.
Ma i cretini che vedono la Madonna, non la vedono, come due occhi che fissano due occhi attraverso un muro: un miracolo è la trasparenza. Sacramento è questa demenza, perchè una fede accecante li ha sbarrati, questi occhi, ha mutato gli strati - erano di pietra gli strati - li ha mutati in veli. E gli occhi hanno visto la vista. Uno sguardo. O l’uomo è così cieco, oppure Dio è oggettivo.
I cretini che vedono, vedono in una visione se stessi, con le varianti che la fede apporta: se vermi, si rivedono farfalle, se pozzanghere nuvole, se mare cielo. E davanti a questo alter ego si inginocchiano come davanti a Dio.
Si confessano a un secondo peccato. Divino è tutto quanto hanno inconsciamente imparato di sè. Hanno visto la Madonna. Santi.
I cretini che non hanno visto la madonna, hanno orrore di sè, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne - in convenevoli del quotidiano fatti preghiere - e questo porta a miriadi di altari. Passionisti della comunicativa, non portano Dio agli altri per ricavare se stessi, ma se stessi agli altri per ricavare Dio. L’ umiltà è conditio prima.
I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all’assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino.
Religione è una parola antica.
Al momento chiamiamola educazione.

martedì 15 febbraio 2011

la lettura come non-ricordo

Don Chisciotte mancato. Carmelo Bene, Eduardo De Fillipo e Salvador Dalì

- trascrizione dal libro "Vita di Carmelo Bene" di Carmelo Bene e Giancarlo Dotto -


1970. Anni di incontri fondamentali: Eduardo De Filippo e Salvador Dalì


Eduardo l'avevo già conosciuto. Veniva a sentirmi in cantina. Appollaiato come un corvo su uno dei tanti banchi di scuola. Ci si ritrovava poi nel terrazzo di casa di Elsa Morante a parlare di teatro letteratura musica.
Del teatro di Eduardo non si è mai capita una cosa fondamentale: il tanto celebrato “testo a monte”, vanaglorioso lasciato ai posteri, gli serviva come handicap da contraddire nella scrittura di scena. Tutte le maniche rovesciate, i passaggi incidentati, i vuoti, le amnesie, il recitar di spalle al pubblico. Una battuta poteva anche sfiatare in un'ora e mezzo. Il suo capolavoro resta la versione napoletana della Tempesta, decisamente degna dell'originale shakesperiano.

Nuje simme fatte cu la stoffa de li
suonne, e chesta vita piccerella nostra
da suonno è circondata, suonno eterno.

Non avesse scritto altro, sarebbe stato più che sufficiente a riconoscergli certa grandezza. Cestinando tutto il resto, la porcheria scritta che lui redimeva in scena, abrogandola.
Una volta venimmo convocati dall'Espresso, io Eduardo e Gassman, come i più eclatanti esempi teatrali di tre generazioni diverse. Cercarono di farci litigare ma si andava sempre più di accordo. Chiesero ad Eduardo: “Cosa si può fare per l'attore?” e lui “Complicargli la vita!”
Insieme a De Filippo progettammo di fare il film da La serata a Colono, il capolavoro della Morante, vertice della poesia italiana del novecento.
Elsa ci sollecitava a realizzarlo, ritenendoci gli unici in grado. Testimone allora anche Carlo Cecchi, che fu vicino alla Morante nei giorni estremi del coma.

Con Eduardo sempre nel 1970 parte un altro progetto commissionato dalla Rai. Un “Don Chisciotte” televisivo in dodici puntate dal cast sensazionale: Carmelo Bene autore e regista, Eduardo nella parte di Chisciotte, il clown Popov in quella di Sancho Panza e Salvador Dalì a dipingere dal vivo le visioni di Chisciotte.


Avevamo messo a punto il progetto di questo Don Chisciotte memorabile.
C'era l'ok della Rai.
Passammo ore ed ore a casa di Eduardo a discutere e a sfogliare le illustrazioni del Dorè.
La grande idea, condivisa subito da Eduardo: partire per Parigi e incontrare Salvador Dalì all'Hotel Maurice, dove gli era stabilmente assegnata una lussuosissima suite che il genio pagava con le sue tele. Si trattava di convincerlo a dipingere dal vivo le soggettive di Chisciotte con una sua squadra di allievi al seguito. Restituire in presa diretta il delirio di Cervantes, delirio su delirio.
Con Eduardo ci fu una battaglia sul ruolo di Sancho. “Prendiamo Peppino” suggerii io, grande amico mio. Eduardo acido: “No! Peppino è vecchio!”. Dovetti rassegnarmi, con il lutto nell'animo.
Eduardo propose Popov, grande clown sovietico. Da Parigi, dopo l'ok di Dalì, saremmo partiti per Mosca a chiudere il tutto.





Come andò l'incontro fra te, Eduardo e Dalì, a Parigi?

Aveva appena visto il mio “Nostra signora dei turchi” in proiezione privata. Ne era entusiasta. “Fort bien, fort bien, c'est Dalinien!”. Lo considerava il più bel film mai visto, insieme, misteri del genio, a Deserto Rosso di Antonioni.
Discutemmo ore e ore sull'arte.
“Excuse moi”, ogni tanto bussava alla porta questo Capitan Moore (servitore-segretario, ex ufficile in pensione, che Dalì aveva scritturato a patto che vestisse la divisa irlandese) con ingombranti fasci di rose rosse, accolto in ginocchio da Dalì sempre in attesa di chissà quale perduta signora.
Tra un mazzo di rose e l'altro mi disse: “il tuo film è straordinario, ma c'è ancora troppa sofferenza, sei un grande artista ma non ancora un genio. Io sono un genio”.
Dalì diffidava della Rai (e aveva ragione) ma accettò per un compenso modestissimo. Pose una sola condizione, che nella Mancia dovesse piovere sempre durate le riprese. (!)
Trionfanti prenotammo il viaggio per Mosca.
La telefonata della Rai ci ghiacciò: “Bene, lei sta correndo troppo, ma che Mosca e Mosca!”.
Il progetto sfumò. Incredibile motivazione dei dirigenti Rai: “Sarebbe stato un Don Chisciotte troppo impopolare”. Caso unico di genio manageriale.
Anche Eduardo aveva sempre diffidato della Rai, le cui telefonate impersonali (“Pronto, qui è la televisione”) troncava di netto: “Un momentino, le passo l'aspirapolvere..”.

domenica 13 febbraio 2011

la visione come abbandono

....
Inland Empire è stata una dura esperienza anche per tanti accaniti fan lynchiani, qualcuno ha detto: “..andare oltre a qualsiasi cosa non è sempre un bene.. alla fine stiamo parlando sempre di cinema. Se si prendono tutti i dogmi del cinema e si distruggono non si sta più facendo cinema, ma si sta facendo altro, che aimè non mi riesce classificare..”.
Ecco. Proprio questo è il punto centrale della riflessione intorno a Inland Empire, ed è il motivo della nostra scelta.
Oltre a superare alcuni aspetti del cinema stesso (qualche altro spettatore si chiedeva: Lynch eccedendo così tanto ha elevato il cinema e gli spettatori sopra di esso o ha elevato solo se stesso?) è anche un film innovativo (intendo oltre che strutturalmente anche tecnologicamente, tutto girato in digitale), definito dal dizionario del cinema come “Un'esperienza sensoriale disturbante e sconvolgente nei meandri della mente”.
Il disaccordo tra gli spettatori (anche tra i fan), il giudizio frettoloso della miope critica, ci conferma che l’autore è perfettamente riuscito a creare il capolavoro che voleva: l’unanimità ci avrebbe preoccupati, il nuovo deve disorientare, non sarebbe tale altrimenti...scontate le risatine, lo sconcerto, l’esodo dalla sala a fine proiezione; ma anche la paura, gli sguardi allucinati, sconvolti, persi.
Lynch non lancia messaggi, non vuole insegnare nulla, il suo lavoro lo fa pensando temerariamente a sé e non allo spettatore: per questo Inland Empire più di tutti, potrebbe essere il suo ultimo (per la forma totale e poi perchè dopo queste tre ore senza compromessi chi avrà il coraggio di produrne altri?).
Un'esperienza più che una semplice visione. Un film non organico, non lineare, un flusso audiovisivo di pensiero di un artista, che non richiede spiegazioni, ma solamente intuizioni, emozioni personali, al di là del positivo e del negativo. Un lavorio de-strutturante anche molto filosofico. Si potrebbe parlare di mondi paralleli, di sovrapposizione fra arte e vita, veglia e sogno, realtà e finzione che si fondono, si incontrano, si abbandonano, di cinema e di digitale, del concetto del Tempo non sequenziale, assoluto.
Ma il film non si svolge solo in un modo e in un mondo. Ci sono innanzitutto più modi di attraversare vari mondi.
Il mondo del sogno sicuramente, intendendo con ciò anche quello dell'incubo, il mondo intimo dei personaggi, il buio dentro della protagonista.


Poi c'è l'idea dei mondi possibili, dei mondi alternativi; ogni vita in realtà prende molti bivi e costruisce tante possibilità per sceglierne poi soltanto alcune; ma anche queste possibilità inevase non intraprese continuano a interpretare parte della nostra esistenza; "il giardino dei sentieri che si biforcano" come il titolo del racconto di Borges, anche se a volte le situazioni oltre che biforcarsi finiscono per tornare su se stesse (anello di Moebius).
Rispetto a film come Strade Perdute, in Inland empire la struttura non segue lo schema: inizio-biforcazione-intreccio-ritorno al punto iniziale; ovvero questo schema c'è, ma è continuo e più contorto.
Probabilmente già Mullholand Drive preannunciava quest'ultimo percorso di Lynch anche se il suo stile è rimasto.
Stavolta il sonno della ragione però è ancor più profondo, ed i mostri generati ancor più liberi di muoversi all’interno di un labirinto dalle pareti molto sottili..
Lo spettatore viene proiettato in una casa dagli specchi infranti, allestiti in modo da riflettere immagini irrimediabilmente distorte, disposti in guisa tale da giustificare, onde poi negarlo subito dopo, ogni tentativo di ricostruire un percorso lineare.
Questo è forse il film di Lynch che meno permette di risalire alla trama comunemente intesa, il più complesso per chi si voglia sforzare di ricostruire il puzzle, con elementi ancora più frammentati e dilatati (il film dura quasi 3 ore). Alcuni elementi lynchiani rimangono: colpa e responsabilità, delitto e castigo, impossibilità a sfuggire alle proprie colpe, Astrazioni-Spettri o Fantasmi quale (inutile) via di fuga o (talvolta) oggettivazione di stati d'animo.
Il tempo si perde e sparisce uno spazio per contenerlo, ci si affaccia a realtà mutabili, non definite; il montaggio distrugge i percorsi logici ribaltandosi e perdendosi nella dislocazione del potere (perduto) del tempo (“se oggi fosse domani”).
C'è in realtà anche in Inland Empire la possibilità di trovare la linea generale della storia. Sarebbe possibile analizzare quasi tutti i frammenti del film, trovare gli incastri fra gli universi attraversati, giungere alla tela finale. Si potrebbe banalizzare così come fa il trailer: “una storia di una donna in pericolo e il buio delle sue paure e del suo inconscio”. Ma non è quello che vedrete nel film. E quest'operazione di ricostruzione non è interessante per quello che è l'Opera.
Durante il film complessivamente la storia si rivela, anche se frammentata, ma conoscere una versione dei fatti non serve comunque: quello che non sappiamo subito è davanti ai nostri occhi, ciò che non si capisce è già dentro di noi. Ma non lo sappiamo spiegare, ne capire. Per qualcuno se non c'è niente di comprensibile, allora nel film non c'è nulla. Eppure dentro di noi c'è, esiste, quel qualcosa che vive al di fuori del mondo della parola, oltre l'abitudine e i significati: un caos destabilizzante e sconcertante, che moltiplica il piacere della fruizione estetica; c’è la paurosa estasi dello smarrimento; e non è cosa da poco.
Lynch è arrivato nei suoi ultimi film a vivisezionare il cinema: con il corpo di Inland Empire, invece, si è proprio divertito a fare il chirurgo pazzo: ha decomposto totalmente ed in maniera impressionante quello che noi chiamiamo "film", ha invertito le posizioni, per dare infine vita a questo "nuovo essere". Questo “nuovo” è difficilmente definibile.


Il film è buio, si muove sotto mura di un universo oscuro, eppure la visione del mondo è più ampia e complessa (non è un thriller o un horror), non riassumibile, con zone di luce e zone di buio che si contorcono.
Inland Empire possiede un’unità compositiva e un’organicità strutturale che rischiano di passare inosservate se il film è descritto solo come una semplice giustapposizione di sequenze assurde e paradossali – per quanto magistralmente congegnate e girate. Considerarlo esclusivamente illogico, surreale, delirante, significa fargli un torto enorme, significa non riconoscere le suggestioni trascendentali che lo rendono anche un percorso di illuminazione liberatoria.
Inversamente, interpretarlo secondo una chiave rigorosamente psicologica – come una sindrome dissociativa - significa ingabbiarlo in uno schema intransigente, finendo per soffocarne le risonanze spirituali, fortissime.
Inland Empire è un film incomunicabile. Non incomprensibile. Ma incomunicabile.
Lo spettatore, per quanto testimone del film, non avrà la possibilità di raccontare ciò che ha visto, ciò da cui è stato posseduto nel suo abbandono all'immagine, usando le parole.
Un critico non riuscirà mai a scriverne una recensione con trama...Inland Empire è un Opera non comprensibile a chi la vuole descrivere.
Se per certa psicologia “l'inconscio si articola come il linguaggio”, allora come affermava Carmelo Bene vale anche l'inverso: “il linguaggio si articola come l'inconscio”.
Lynch disarticola il linguaggio, ne indaga i buchi neri, lasciando lo spettatore nell'unico stato possibile, ovvero nell'abbandono.
Non bisogna giudicare, cercare il messaggio, indagare la trama, o addirittura valutare se il film è ottimista o pessimista; bisogna invece subirne l'effetto, superare le strutture a cui siamo abituati nell'ordinario del cinema e della televisione, lasciarsi attraversare del flusso audiovisivo.
La visione di Lynch quindi come abbandono, all'immagine.
“Lasciate che sia il film a guardare voi”
Ogni film di Lynch infatti sviluppa una propria capacità di argomentare attraverso l'immagine: noi spesso diciamo che siamo nella "società dell'immagine", siamo circondati e bombardati da pubblicità da internet dai media, ma perfino noi giovani abbiamo ancora una bassissima capacità di interpretarla e soprattutto una bassa fiducia in quello che è il potere dell'immagine, nella capacità che l'immagine ha nel costruire pensiero, nell'elaborare delle tesi, senza per forza riportare tutto nella parola.
Il Maestro non vuole più sentir parlare.
Non è un’interdizione a costruire senso attorno a quelle immagini, ma, al contrario, un’esortazione a de-strutturare e de-costruire, a tracciare percorsi semantici fluidi, traiettorie divaganti e, soprattutto, soggettive.


Il cinema di Lynch su questo è esplosivo, supera il linguaggio, fa dipartire tutta una serie di derive stilistiche e narrative molto innovative (tra l'altro non esiste copione), e poi è caratteristico sul piano psicologico: i personaggi non vivono un identità risolta definitivamente, ma c'è una concorrenzialità fra soluzioni narrative e visioni del mondo nei personaggi che non trovano mai pace, mai sintesi.
Si centrifugano i ruoli, gli attori, gli sguardi si fanno ciclici, circolari, si (ri)guarda se stessi dal presente che è già stato futuro, si confondono le battute (ora pronunciate da un personaggio, ora da un altro, e poi ripetute più volte come a cercare un ancora su cui fare perno), i corpi degli attori appaiono come inerti, feticci sequestrati per l’attimo utile a farli funzionare.
Essere-altro (da sé) coincide o può coincidere con il suo esatto contrario, il buio assoluto di un sentiero che può (non) condurre in nessun luogo (in particolare), in un altrove (anche filmico) spaesante; l’io diviene assolutamente altro, “altro” che è costretto ad affrontare visivamente prima di riconoscersi (“Mi avete già visto prima?”) in tutta la sua alterità, o forse come figura duplicata della coscienza.
Nel film non c'è mai la possibilità di portare un concetto a termine, le situazioni non si realizzano, e in questo squilibrio lo spettatore rimane al centro, vibrato e teso, fra le varie soluzioni lasciate aperte, irrisolte, passando attraverso questi mondi finzionali come liberazione di emozioni, di tensione o di ansia.
In questo la musica dei film di Lynch è centrale, rappresentando in pieno quest'idea di lasciarsi invadere dalle sensazioni; il suono penetra dentro di noi ed è per questo che è lo stesso regista a scegliere, mixare e in parte creare la musica per i suoi film.
A questo straordinario bombardamento di immagini e suoni lo spettatore non può non reagire e perdere l'orientamento. Questa sensazione di squilibrio è sempre più rara nel cinema.
Inland Empire è un'esplorazione, un esperimento, un varcare i confini noti e verificarne la possibilità e i limiti. Distruggendo il cinema. Un capolavoro.

venerdì 4 febbraio 2011

Non siete voi che mi cacciate, sono io che vi condanno a rimanere

...
Con Pasolini cominciaste a frequentarvi anche fuori teatro e set?

Pasolini odiava il teatro. Anche Moravia (la sordità non lo aiutava: rideva fragorosamente sempre in ritardo sulle battute, tra l'imbarazzo perplesso del pubblico, dopo essersi consultato con la Dacia Maraini, vicina di poltrona).
Veniva sempre a vedermi Elsa Morante, che mi adorava. Con Moravia ci s'incontrava in queste feste 'patrizie' a Roma. Con Pier Paolo ci si vedeva spesso. Lui diceva: “il teatro è volgare, lo sopporto solo con te e basta.”
Condividevo in scena i suoi Citti e Davoli. Li condividevamo questi 'ceffi'. E abbiamo condiviso altre cose.


L'eclettismo forsennato?

Per me Pasolini è il più grande filologo e grecista che abbiamo avuto in Italia. Come romanziere m'interessa molto meno, come cineasta quasi niente (mi diceva: “il cinema è una febbre, quando cominci non la smetti più), a parte Salò-Sade, il suo spietato molto privato testamento. “Questo sono io, finalmente” mi disse a set ultimato. In Salò ci sono delle cose che non appartengono al cinema. Il suo dannunzianesimo inconfessabile, in questa lettura lucida di Sade che gli apparteneva...era un violento.
Non potevo dar torto completamente a qualcuno che diceva, in questi bar notturni a Roma, che PierPaolo era una specie di Pascoli minore.
Nella vita era un nevrotico votato all'autodistruzione. Se l'andava cercando quella fine. Dormiva dodici ore e le dodici che vegliava le scazzottava in borgata, corse sfrenate in motocicletta, che guidava da dio.
Faceva il pamphlettista, scriveva saggi e romanzi, filmava, stracciava calendari, inseguiva il tempo, ma il tempo non c'era nemmeno per lui.
Quando lo stuzzicavo su D'Annunzio andava su tutte le furie. Bastava farne il nome e volavano piatti con tutte le tovaglie. “Non me lo nominare”, urlava isterico con la sua voce acuta. Era il suo còtè, il Vate, che voleva rimuovere. Glielo ripetevo. S'incazzava di più.


“Fine di un corruttore”. Sotto il titolo, la foto del suo cadavere sfigurato. E' la copertina di un rotocalco dell'epoca.

Intendo essere esplicito una volta per tutte. Pier Paolo Pasolini era in ogni senso un corruttore.
Corruttore del comune sentimento e del costume sociale. Aveva in orrore lo Stato come concetto (ero daccordo con lui pienamente su questo) e i relativi abusi istituzionali. Quasi come Genet, non si limitò a teorizzare il dissenso, ma precipitò se stesso in una prassi violenta e scandalosa, apparentemente in contrasto con il suo moralismo anti-capitalista e anti-marxista, vivendo sino in fondo questa straordinaria energia distruttiva e soprattutto comprensiva della sua propria autocorruzione.
Una metastasi che sbriciola qualsivoglia tentazione d'appropriazione ideologica estetica di destra o sinistra. PierPaolo ha odiato il prossimo suo come se stesso. Da qui, alla fine, la più solare, nostrana, immedesimata interpretazione del fantasma sadiano.
Sade (la più alta figura etica della storia umana) è criminale nella scrittura. Pasolini nella vita.


Ti impressionò particolarmente la morte di Pasolini? Il modo in cui morì?



Mi spiacque moltissimo. Eravamo molto amici. Ma sapevo che sarebbe successo. Era il 75 e recitavo Amleto a Milano. Un coglione mi diede la notizia nell'intervallo tra i due tempi. Nei giorni seguenti recitando a Napoli, succedeva di tutto, sputi in platea, giovani che si ammutinavano: ridacci Pasolini!
Le giovanissime generazioni stavano della mia parte. Per loro, la morte di Pier Paolo era una gravissima perdita. Lo invocavano. In qualche modo ci identificavano...Se l'è cercata lui questa fine. Sapevo che una volta o l'altra non sarebbe uscito vivo da uno di questi incontri. Sono giochi pericolosi. Si sa già. Lui lo sapeva. Il resto è materiale per la magistratura, ma è morto. Morto per sempre.

Cosa c'era intorno a voi?

Tutto un altro ambiente quello rispetto ad oggi. Se non altro c'era uno strato culturale attorno, senza il quale non sboccia mai niente, ne rose ne spine. Con il vuoto attuale si affollano solo prodotti da supermercato.
Al di là dei critici, trovavo in loro le mie verifiche umane. Ne avevo bisogno. Confrontarmi con chi stimavo. Oggi, con chi mi confronto? Il vuoto assoluto. Anche per questo è inutile andare in scena. In Francia trovai Deleuze, Foucalut, Mandiargues, Lacan, Dalì, Klossowski. Nel frattempo in Italia erano spariti tutti. Penna, De Chirico, Flaiano, Turcato, Moravia, Morante, Landolfi, Eduardo de Filippo, Pasolini. Muoiono tutti in pochi anni. Nessuno li ha rimpiazzati. Basta uno di questi, sai, per attenuare la tirannia delle plebi, questa carneficina inutile, di sterminati ettari di carne senza concetto.


- trascrizione da: 'Vita di Carmelo Bene' di Carmelo Bene e Giancarlo Dotto (Bompiani)

lui non sa più neanche perchè
i fiori bianchi.